Il respiro delle città: Firenze

Il fiume era così bello dal ponte. O forse era il paesaggio, l’atmosfera. Scorreva lento, docile, illuminato dai raggi del sole di primavera e Ponte Vecchio era la cornice ideale per quel quadro di solenne splendore e dolcezza.

Loro due si erano incontrati per caso. Poi in fretta era successo tutto. La sensazione di essere simili, una vibrazione nell’aria che gli faceva venire voglia di non smettere di parlarsi. Lui, Aron, uno scrittore in cerca di nuova ispirazione. Lei, Fay, una sognatrice che aveva deciso di afferrare i suoi sogni a Firenze perché quella era la città che più amava. La città perfetta per lei.

Entrambi avevano trovato uno spicchio di ciò che cercavano nell’altro.

E, aspetto unico e più particolare, riuscivano ad udire una cosa. Un sussurro, un respiro. Potente, vivo, arrivava alle loro orecchie da tutti i luoghi della città, dal Ponte quella mattina, da ogni monumento, persino dal fiume. Lui sapeva di cosa si trattasse.

«È la voce della città, il suo respiro» disse con sicurezza.

E poi le raccontò. La città permetteva loro di ascoltare le sue storie, le sue leggende, la sua bellezza, la sua immortalità in maniera molto più forte rispetto alle altre persone. E loro riuscivano a sperimentarne la bellezza, la potenza, la forza, la vita più di chiunque altro. Ogni storia, ogni ricordo legato a lei sarebbe stato mantenuto perché la città stessa gli aveva fatto dono di una parte di sé.

Lei rimase scioccata all’inizio ma poi si abituò a quella strana verità. Per quanto assurdo, funzionava proprio in quel modo.

Avevano cinque giorni. Solo cinque giorni per stare insieme. Poi lui sarebbe tornato a Roma, dove abitava. E lei nel suo piccolo paese. Ma che importava. Adesso bisognava vivere il momento.

Quella mattina, l’avevano ascoltata. Tutti e due, solamente loro tra la schiera di persone.

«La senti?» disse lui dolcemente.

«Sì, certo» fece lei con un pizzico di timore.

Mentre percorrevano il ponte iniziarono ad avvertire un suono metallico e poi sorrisi, un’eco soffice e morbida, forse lo scoccare di baci, risate spensierate, parole quasi sussurrate ma delicate… parole d’amore. Si guardarono per un momento con serenità. Poi andarono avanti, raggiungendo il punto esatto da cui provenivano quei suoni. Ma non c’era nessuno lì, in quel momento. Eppure loro continuavano a sentirli. Osservarono meglio e capirono. Sulla ringhiera che protegge la statua di Benvenuto Cellini erano incatenati dei lucchetti. Entrambi conoscevano quella leggenda romantica.

La leggenda vuole che se una coppia incateni un lucchetto su qualsiasi superficie di Ponte Vecchio e poi getti la chiave nell’Arno, il suo amore durerà in eterno. Centinaia erano le coppie ad aver visitato Ponte Vecchio esattamente per quel motivo. I due sorrisero dell’usanza. Era curioso sentire le voci e i sussurri degli amanti di chissà quale passato. Ma entrambi, piuttosto, erano attratti dalla bellezza del luogo, dalla sua architettura e dalla sua storia secolare. E naturalmente potevano sperimentarne ogni sfumatura. Certo, gli amanti in particolare pensarono, ma chiunque si ritroverebbe coinvolto dall’incantevole, seducente atmosfera.

Al di là della romantica usanza, la verità era che la pratica di incatenare lucchetti a Ponte Vecchio fu iniziata da un fabbro per pubblicizzare così la sua bottega. In passato era infatti un ponte per poveri commercianti e solo in seguito nacquero le eleganti botteghe orafe che tutti conoscono.

Ad ogni modo, oggi non è più possibile incatenare niente là.

Ai due non importava affatto. Potevano osservare i pochi lucchetti rimasti e ascoltare le voci degli amanti che si erano soffermati in quel punto nel corso degli anni, scambiandosi le proprie promesse.

«Sai, la fortuna li ha salvati, ha fatto in modo che restassero qui» scherzò lui. «E, forse… chissà grazie a loro l’amore di quelle coppie potrebbe essere ancora vivo».

Sorrisero a lungo. Si abbracciarono e poi proseguirono.

Passarono la notte insieme. Il mattino dopo, al risveglio, lui la osservò attentamente, accarezzando i suoi lunghi capelli neri. «Come hai dormito stanotte?» le chiese.

«Bene» rispose lei. «Soltanto mi sono svegliata verso le due. Chissà dove sarei voluta andare?» si domandò, distendendo un sorriso a metà. Pareva essere tormentata da un pensiero.

Un attimo dopo lei gli consegnò uno sguardo dolce. «Su cosa stai scrivendo ora?» domandò.

«Non posso ancora dirtelo» sussurrò Aron.

«Sei tutto un mistero tu». Gli diede un bacio. Poi entrambi andarono a prepararsi.

Passarono altri due giorni immersi nello splendore di Firenze. La città continuava a parlargli incessantemente. Il suo respiro scorreva. E solamente loro, e pochi altri, potevano conoscerla a fondo, udire quella voce stupenda e misteriosa.

Il quarto giorno la camminata attraverso la città riprese in piazza della Signoria. Percepivano il richiamo dei vari artisti che avevano percorso quei metri, lasciando proprie testimonianze nelle innumerevoli opere. Ad un tratto Fay si fermò di colpo. Lo guardò e gli disse quello che la tormentava.

«Devo sposarmi. Sono venuta qui da sola per qualche giorno perché questa è la città che più amo. Ed avevo bisogno di risposte. Sono stata bene con te e non ti ho mai preso in giro. È vero. È tutto vero. Ma ricordi la domanda dell’altra notte “chissà dove sarei voluta andare?”. Credo di averlo capito adesso. Devo tornare e sposarmi. Quello è il mio posto. È stato solo un sogno il nostro» mentre parlava due grandi lacrime le rigavano le guance.

Lui era stato colpito da quella rivelazione. Non se l’aspetta veramente. In un primo momento provò rabbia, una cocente rabbia. Ma poi aspettò per non tirare fuori parole sbagliate. Infine capì. Che poteva darle lui, un semplice scrittore. Solamente una seducente marea di parole e ardenti emozioni. Ma la concretezza non faceva parte di lui.

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La sera la abbracciò di nuovo, con tutta la comprensione di cui era capace. La baciò, perché era quello che voleva davvero fare. E infine la guardò dritta negli occhi.

«Questa non è ancora una storia. Non è ancora niente. Ma ci è rimasto un giorno. Ci sei tu e ci sono io… e Firenze intorno a noi. La senti? Ci sta parlando. Ascoltiamola ancora un po’. Insieme. Tu ed io. E per una volta… basta con gli altri. Basta col resto. È un attimo solamente nostro».

Il giorno seguente si alzarono presto ed uscirono subito, diretti a Santa Maria del Fiore.

Stavano scorrendo di fronte al fianco settentrionale della basilica quando in un attimo iniziarono ad avvertirlo. Quel suono esplose di colpo. Un grido di dolore, disperato. Lei si spaventò. Lui la cinse con il braccio, tranquillizzandola. «Non avere paura. È il nostro dono».

Insieme si voltarono per osservare. Il rumore era arrivato dalla Porta di Balla o dei Cornacchini, della fine del Trecento. Due leoni sorreggevano colonne che terminavano con pinnacoli al di sopra dei quali erano due statue di angeli. Lui conosceva la storia e le spiegò quello che avevano appena sentito.

La leggenda narrava che intorno ai primi del Quattrocento Anselmo, un abitante della città che viveva proprio di fronte alle case della famiglia Cornacchini, sognasse ogni notte di essere attaccato e sbranato da un leone. Non si trattava di un leone qualunque ma esattamente di quello della porta. Un giorno quasi per sfidare la belva, innocua in realtà, niente più che una semplice statua, decise di mettere una mano nella sua bocca. Ma uno scorpione annidato lì dentro, lo punse su un dito e l’uomo inevitabilmente morì il giorno successivo.

Aron indicò ancora la porta. L’urlo di dolore vibrava nelle loro orecchie.

Un attimo dopo, con decisione ripresero a camminare. Entrarono nella basilica e si apprestarono a raggiungere la cupola. Si erano alzati appositamente all’alba perché avevano deciso di salire fin lassù. Gli scalini erano tantissimi, sembravano non finire mai. Ma non era faticoso percorrerli insieme. Infine quando arrivarono in cima e riemersero all’esterno, spalancarono gli occhi. Lo spettacolo era senza fine. Potevano vedere una distesa di tetti rossi e un reticolo di vie labirintiche. Firenze dall’alto gli parlava ancora più forte. La sua voce era limpida. Gli diceva di osservare bene. A oltre centotrenta metri di altezza quella vista riusciva a fargliela comprendere meglio. E gli mozzava davvero il fiato. Il cielo era così nitido, il sole così vivo che ogni cosa pareva aver atteso che loro due si trovassero lassù per lasciarsi ammirare. La fatica e l’attesa erano state pienamente ripagate. Il campanile era lì di fianco e la cupola disegnava una curvatura che era come un invito a guardare in ogni direzione e a non distrarsi. Ora entrambi la sentivano come mai prima, la voce gli scorreva dentro e attraversava tutta la città distesa ai loro piedi. Il respiro era quasi assordante.

Si abbracciarono forte quasi non volessero lasciarsi più ed assaporarono quella vista per molti secondi ancora.

Passò la notte e, tanto lentamente quanto inevitabilmente, arrivò il giorno. Ormai era tempo di tornare.

Erano faccia a faccia, soltanto un’ultima volta.

«Quello che c’è tra di noi non è quasi niente» iniziò lui. «Non era niente, per ora. Erano stati solo momenti. Ma mi piaceva l’idea e mi piaceva il suono delle tue parole… e delle mie intrecciate alle tue. Sappiamo pochissimo di noi. Tu non sai nemmeno chi sono in realtà. Forse è tutta una follia, ma non vorrei lasciare che si sciogliessero». Fece un ultimo disperato tentativo. «Forse potremmo vederci ancora, di tanto in tanto».

Lei lo guardò a fondo e gli dedicò un sorriso amabile. «Non credo nelle storie a distanza».

«Neanche io» rispose.

Si strinsero ancora. Le loro mani si unirono. Lui la osservò a lungo, sembrava scossa.

«Non vuoi sapere da cosa ho capito che mi piacevi?» le domandò. Lei fece di sì con la testa, inarcando l’espressione. «Le tue risposte erano diverse da quelle di tutte le altre. Ti distingui. Sarei stato uno sciocco a non interessarmi a te». Lei sorrise di nuovo colpita da una vibrazione di pianto.

Aron riusciva a notarlo, era molto combattuta, anche dispiaciuta per lui. Le si avvicinò e poggiò la fronte alla sua. «So che non è colpa di nessuno, né mia né tua. Peccato non averti incontrata in un altro momento» ricominciò. «Non avere paura della tua decisione. Ma una volta presa, difendila fino in fondo». Ci fu una pausa, un lungo incontro di sguardi. «Ti ricordi quando quella notte hai detto “chissà dove sarei voluta andare?”» lei fece di sì con la testa. «Poi lo hai capito. So che è difficile per te. Ma se posso darti un piccolo consiglio. Non andare mai dove si trova un uomo, non spostarti per lui. Non farlo per nessun uomo, neanche per me. È qui che devi andare, a Firenze. È qui che vuole stare il tuo cuore. Ami questa città, quindi non seguire mai nient’altro. Segui lei… solo ed esclusivamente lei. Ascolta la sua voce. E quando la sentirai, ogni volta che avvertirai il suo sussurro, il respiro di Firenze, pensa che esiste un uomo come te che è in grado di provare le stesse cose. Uno che, come te, ama la bellezza, i sogni e questa città meravigliosa. Uno con cui hai passato appena poco tempo e con cui hai conosciuto il vero mistero di Firenze».

Ora lei piangeva. La baciò un’ultima volta con tutta la passione di cui era capace come per non doverlo dimenticare mai. Le loro dita si sciolsero lentamente in una carezza d’addio. Infine cominciò a camminare e si allontanò, senza voltarsi indietro.

Qualche tempo dopo lui le dedicò questa stessa storia… sulla città misteriosa e magica del loro strano e rapido incontro.

Laureato in Scienze Politiche, scrittore di romanzi e storie di mistero, avventura, fantasia.
«Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro»

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