Happy Diaz: il libro che unisce i fatti del G8 alla storia della musica. Intervista all’autore

Happy Diaz“: è questo il titolo del nuovo libro di Massimo Palma sui fatti accaduti nel capoluogo genovese nel luglio 2001, quasi 15 anni fa. L’autore cerca di descrivere l’intera settimana del G8, e non solo i tre giorni più tragici culminati con la morte di Carlo Giuliani, trattando l’argomento in chiave musicale.

Partendo dalle note di quella che è conosciuta come “scuola di Manchester“, Palma ci narra l’evoluzione musicale che la maggior parte di coloro che erano presenti a Genova hanno avuto. Grazie a pezzi di gruppi come Oasis e Stone Roses vengono descritte i sentimenti dei manifestanti più che i semplici, seppur tragici, eventi.

Un’ennesima prova di quello che ha rappresentato il G8 per le generazioni future. Infatti, dopo quei giorni, non vi era più nulla di sicuro sotto vari punti di vista: dal politico al sociale. Dopo tale evento, inoltre, il cosiddetto movimento No Global cominciò il suo declino.

Pochi giorni fa abbiamo intervistato l’autore per saperne di più e per conoscerlo meglio.

1) Cosa ti ha spinto a trattare un argomento delicato come il G8 di Genova in “chiave musicale“?

Dei fatti del G8 di Genova abbiamo avuto una narrazione informata e non etero-diretta da subito. Anzi, uno dei temi importanti di quella che penso si debba chiamare ” la settimana di Genova” è stata l’esigenza di una informazione dal basso, che andasse oltre e contro le parole d’ordine dai media mainstream, un’informazione indipendente. Quindi da subito si è saputo che quello che si veniva raccontando sui media “ufficiali” non era vero, o era parzialissimo. C’è dunque una verità di cronaca di Genova, accertata da subito e comprovata da inchieste di contro-informazione durate anni ( pensiamo a quella riguardante cosa è successo davvero a Piazza Alimonda). C’è una verità “giudiziaria”, raggiunta dopo diversi anni e tre gradi di giudizio (dodici, tredici anni dopo). Infine ci sarebbe una verità politica, che è per così dire iscritta nella nostra generazione. Questa “verità”-la parola andrebbe virgolettata sempre, ma qui ancora di più- è diventata nel ricordo collettivo uno strano intrico di immagini, suoni parole, emozioni acide, dolorose, slogan, luoghi comuni, rabbia comune, frustrazione comune. Ma di memoriali, di racconti di Genova ce ne sono stati molti, appunto, fin da subito. E in diverse sedi, giudiziarie, personali, editoriali, cinematografiche e, ovviamente, sociali. Volevo una chiave diversa, forse inedita, per cercare di restituire la complessità politica di quei ragazzi, per cui Genova è stata un battesimo della politica e, in una certa maniera, anche un funerale o comunque un punto di arresto notevole. La musica pop veicola naturalmente una quantità di esperienze sociali che, spesso inconsapevolmente, sono espressioni di un rapporto con la politica. Ho provato a raccontare una formazione politica attraverso un’evoluzione musicale perchè questo mi permetteva un maggior distacco, non è la chiave del reduce o del testimone quella che cercavo, e allo stesso tempo mi consentiva di provare a “montare” con immagini apparentemente apolitiche il prima generazionale di Genova, l’infanzia, l’adolescenza, l’arrivo alla maturità. Per mostrare un percorso di politicizzazione“.

2) Come mai il titolo “Happy Diaz“?

Ovviamente è una provocazione. Non c’è nulla di happy. Siamo una generazione cresciuta guardando “Happy Days”, come non manca di ricordare il premier a tamburo battente. Ma la verità è che i giorni “liberi e felici” ( questo diceva il motivetto, la sigla del telefilm) sono finiti a Genova ( dove all’inizio ci sono stati davvero!). E che Diaz è il bisticcio storpio di Days. Il libro è diviso in capitoli che hanno i nomi dei giorni della settimana, anche in virtù di una suggestione che traggo da Chesterton “L’Uomo Che Fu Gioved씓.

3) Il libro tratta dei 7 giorni del G8 e non solo quelle tragiche 48 ore dalla marcia dei migranti ai fatti della caserma di Bolzaneto. Molti però continuano a credere che il G8 ci sia stato solo il 19, 20 e 21 luglio 2001: è stato difficile reperire materiale su ciò che è successo negli altri giorni? Come mai questa scelta “coraggiosa” ma, allo stesso tempo, molto interessante?

Il contro-vertice è durato una settimana. Ci sono stati assemblee, dibattiti, prese di posizione che oggi suonano profetiche su molti temi ( il capitalismo finanziario, i migranti, la diffusione a macchia d’olio del lavoro precario), sistematicamente eluse dai media e dalla politica ufficiale. Volevo cercare di raccontare questo “averci visto giusto” ( riconosciuto tante volte) e cercare le motivazioni profonde del mancato riconoscimento di quelle ragioni. E’ stato ovviamente più difficile trovare materiale su quei primi giorni, di immagini violente e shoccanti del venerdì e del sabato ce ne sono infinite ( anche se non c’è nulla di un episodio chiave come Bolzaneto). Di materiale video sui dibattiti c’è qualcosa nei primi documentari, su cui ho potuto lavorare anni fa“.

4) Come hai vissuto quel periodo dell’estate 2001? Quali sensazioni hai provato? 

Roso dai sensi di colpa. Avevo preso un centinaio di mesi prima un biglietto per un concerto degli U2- di cui all’epoca ero ancora innamorato, ci ho scritto persino un libro alcuni anni fa- e realizzai tardi la coincidenza dei giorni. Avevo molti amici lì, impegnati sin dai primi giorni, appunto. Da subito ho seguito ogni informazione su quei fatti in modo ossessivo. Ricordo quell’estate col giornale aperto che ogni giorno vomitava nuove verità, quando gli amici che ci erano stati erano tornati sconvolti, cambiati per sempre nel loro rapporto con la politica, l’impegno e le istituzioni. Sul piano prettamente personale, questo libro è anche un tentativo di venire a patti con quella mia assenza“.

5) Perchè hai preso come spunto la scuola di Manchester? C’è qualche collegamento particolare?

Ci sono due ordini di ragioni. Uno ha a che fare con una rete di coincidenza. Come quella che vede la copertina di “Closer”, il secondo e ultimo album dei Joy Division, rappresentare una tomba del cimitero di Staglieno, a Genova, lo stesso dove è sepolto Carlo Giuliani. E la coincidenza delle età di Giuliani ( che era nato nel 1978 come me) con quella di Ian Curtis, nel momento della morte. Ma queste sono piccole “chiavi di montaggio” per chi scrive e chi legge. Quella che mi interessava era indagare la musica uscita fuori da un città che per prima, nei primi anni Settanta, aveva abbandonato la centralità del lavoro operaio ( era stata Cottonopolis per centocinquanta anni, Engels vi aveva vissuto a  lungo e studiato le condizioni della classe operaia), per abituarsi ad una percezione del tempo, del lavoro e della vita  che nel resto d’Europa sarebbe stata di attualità solo anni, per non dire decenni dopo. La generazione che ha creato la musica di Manchester, a partire dalla morte dei Joy Division e dalla loro rinascita come New Order, è partita elaborando in ritmo un lutto personale ( il suicidio di Ian Curtis) che è coinciso con quel grande, terribile esperimento sociale e politico che è stato il thatcherismo. Che torna di moda sempre e di cui paghiamo in pieno le conseguenze oggi“.

6) Non pensi che anche altri pezzi possano essere usati per far vedere cosa accadde in quei giorni? Ad esempio alcuni canzoni reggae di Bob Marley o Peter Tosh…..

Sicuramente. Ma se avessi fatto la storia di tutte le canzoni ascoltate davvero dalla nostra generazione, il libro sarebbe stato di mille pagine. Ho preferito, con atto d’arbitrio, offrire un unico taglio, trasversale, ma netto. Inoltre, Manchester è una delle scene musicali in cui la traiettoria che porta dal punk ( i Buzzcocks, i primi Joy Division) alla musica techno di massa ( i primi rave parties) è più nitida e allo stesso tempo dove mantiene un tratto di ribellione all’inizio fin quasi alla fine“.

7) Cosa pensi di tutte le canzoni che hanno trattato, da moltissimi punti di vista, quei giorni mettendo a nudo varie carenze che ci furono nell’organizzazione di quell’evento?

Sono state scritte molte canzoni e molte sono le canzoni dedicate a Carlo Giuliani. Più rare sono quelle che in qualche modo si soffermano sul problema “organizzativo ( la disorganizzazione fu assolutamente un obbiettivo strategico in quei giorni). Sono quasi tutte composte da artisti “schierati” esplicitamente con quel movimento. Un’eccezione e tra le più famose, in Italia, è “Piazza Alimonda” di Guccini, che viene da un autore della generazione dei “padri”: un classico nella sua splendida verbosità. Ma nel mare di parole ( e di poesia) ci sono anche analisi precise: penso al rapporto tra le “fredde strategie” e l’odio torrido degli uomini in divisa ( gli Opliti del testo), che dice la verità sulla gestione dell’ordine pubblico in quei giorni  e sulle sue finalità. Così come sulla Genova-prigione, l’idea crudele della gabbia chiusa attorno al centro storico. O ancora, in tutt’altro settore, “Rotta Indipendente” degli Assalti Frontali, che nel 2004 ha introdotto con chiarezza estrema, in versi hip-hop, la lettura politica dei fatti di quel venerdì come “resistenza”: c’è il passaggio sull’introduzione alla guerra globale, che pure proietta quei fatti, di cui dà una descrizione puntale, quasi cronachistica, su una scala universale ( così come global era la protesta contro le istituzioni, non rappresentative, che sfilavano a Genova nel 2001). O il sarcasmo atroce dei Modena City Ramblers con “La Legge Giusta”, che parte da quella micidiale messinscena, a Piazza Alimonda, da quel poliziotto che osò rincorrere un ragazzo urlandogli il celebre: ” Bastardo, sei stato tu con il tuo sasso”. Ancora su questa falsariga satirica c’è “WTO” dei Punkreas o “Solamente Por Pensar” degli Ska-P, con quel passaggio “tradizionale” sulla violenza poliziesca  e lo stato criminale, che diede superba prova di sè in nemmeno 48 ore. Più recente è la collaborazione tra Mark Stewart ( il frontman del Pop Group, uno dei progetti più eclettici della scena post-punk) e i Primal Scream per il brano “Autonomia” (così in italiano) esplicitamente dedicato a Carlo Giuliani, col suo refrain di “tener vivo il sogno”. Il fatto che siano tutti brani schierati ” a priori” fa riflettere su quanto Genova non sia stata ancora compresa dagli autori mainstream ( e quindi dal loro pubblico) come un episodio che ha infettato tutta la democrazia italiana, il suo rapporto coi diritti civili e politici. Vince tuttora la parola d’ordine per cui all’artista pop “non schierarsi conviene“”.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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