Dalle persone per le persone: la Siria di Omar Aziz “Prima che parli il fucile”

Tornare in Siria mentre tutti fuggono, tornare a casa mentre casa è in fiamme, divorata all’interno dagli orrori di una guerra sanguinaria e all’esterno da speculazioni politiche che, su quel rogo, disegneranno i prodromi di quella che sarà una vera e propria spartizione del territorio siriano: la figura di Omar Aziz, mente e fondatore del primo Consiglio Locale in Siria, ci viene restituita in tutta la sua complessità da “Prima che parli il fucile” (Mesogea), libro a cura del Collettivo Idrisi – formato da Caterina Pinto, Lorenzo Declich, Lorenzo Trombetta, Claudia Avolio e Andrea Glioti -, presentato domenica 28 maggio presso la Libreria Griot di Roma.

COSTRUIRE E RICOSTRUIRE: DALLE PERSONE PER LE PERSONE – Lorenzo Declich – esperto di mondo islamico – e Claudia Avolio – arabista, traduttrice e giornalista, due tra gli autori del Collettivo Idrisi, hanno sottolineato che ciò che emerge come vera e propria urgenza da “Pagine che fondano l’idea dei Consigli Locali” – “A discussion paper on local councils” – è la necessità di strutturare dal basso la Rivoluzione Siriana.

L’elemento essenziale è la partecipazione, la partecipazione orizzontale, l’unica in grado di dare forma ad una elaborazione politica che sia realmente aderente alle istanze della popolazione e, in questo modo, smarcata da qualsiasi referente politico esterno. La politica costruita dal basso, dalle persone per le persone; i siriani invece, gli unici legittimati a proporre le loro idee sul futuro del loro Paese, sono in realtà i primi estromessi dai vertici internazionali in cui c’è sempre qualcun altro a rappresentarne le istanze.

“DECISE DI RESTARE MENTRE TUTTI FUGGIVANO” – Omar Aziz, nel primo periodo della rivolta siriana nel marzo del 2011, ha 62 anni, è un informatico ed economista affermato, e vive all’estero da molti anni. La sua è una scelta precisa: tornare in Siria mentre la Siria sta esplodendo. “Lui decise di restare proprio mentre tutti stavano andando via”, ha detto Nada, la moglie di Omar Aziz, intervistata da Lorenzo Trombetta – giornalista e componente del Collettivo Idrisi – nel libro.

La storia personale di Aziz è una storia che fa riflettere: lui era un borghese damasceno, nato e cresciuto in una famiglia benestante, entrambi i genitori professionisti. La madre, in particolare, fu una delle prime donne siriane a diventare avvocato, e fu protagonista delle lotte per i diritti delle donne nei moti di piazza degli anni ’50. Omar Aziz e la sua famiglia rappresentano dunque proprio quel ceto borghese che, per la maggior parte, fuggì altrove durante i primi anni della Rivoluzione; fuggì altrove oppure, se rimase, non partecipò mai alla Rivoluzione, perché non la sentiva propria, essendo sostanzialmente una rivolta di povera gente, proveniente in larga parte dalle aree rurali e da periferie sempre più colpite da un disagio sociale non più sostenibile. Quello, per Aziz, è il momento di tornare.

RIAPPROPRIARSI DEL TEMPO E DELLO SPAZIO – Riunioni, partecipazione giornaliera, litigi con e fra i militanti: nel piccolo testo di Omar Aziz entra tutto questo. Il primo Consiglio Locale siriano venne fondato da Aziz a Barzeh, nella periferia di Damasco, ed è importante notare come solo poco tempo dopo i Consigli sarebbero aumentati a dismisura. Oggi ne registriamo circa 300, ed è un numero davvero impressionante:  300 realtà più che mai concrete che forniscono acquedotti, elettricità, protezione agli sfollati, e che riescono a tirare su scuole anche laddove – vedi Idlib – alla minaccia di Daesh si aggiunge quella dei miliziani fondamentalisti di Jabhat Fateh Al Sham (già Al Nusra, costola siriana di Al Qaida). Questa la risposta della società civile siriana, una risposta partecipata e non violenta che riesce a coniugare l’elaborazione teorica con l’azione concreta, per un impianto politico maturo che poggia sulla base di una nuova idea di appartenenza, smarcata dal potere.

“Recuperare l’indipendenza del proprio tempo specifico” significa, infatti, anzitutto questo, potersi smarcare dal potere perché è proprio dal potere che la Rivoluzione deve recuperare il tempo e lo spazio che è stato sottratto ai siriani: quel potere che ha scientemente distinto tra “tempo della Rivoluzione” e “tempo del Potere”. Omar Aziz parla di persone, più che di popolo, nel senso di una evoluzione del singolo dentro ad una collettività. Sapersi smarcare dal potere e delineare un nuovo concetto di appartenenza si traducono anche nel rompere finalmente il rigido sistema gerarchico siriano, che prevede obbligati passaggi per lunghe burocrazie familiari e claniche, la cui regola è un trasferimento di denaro per quasi ogni cosa, ivi compresa la scarcerazione di qualcuno. E’ tramite la rottura di questo meccanismo dittatoriale di potere, che nel corso degli anni si è incistato nella mente delle persone, che Aziz sollecita l’impegno delle persone per le persone, per restituire all’espressione “società civile” il suo significato più pieno.

LA PERSONA PRIMA DELL’INTELLETTUALE – Claudia Avolio ha descritto la struttura del libro; la parte in cui sono presenti gli scritti di Omar Aziz è integrata da una descrizione di lui come persona – marito, padre, e poi uomo teorico – prima ancora che come intellettuale; descrizione, questa , corroborata dalla testimonianza della moglie Nada. C’è poi la descrizione sul come furono applicati i Consigli e, infine, ci sono omaggi e tributi che raccontano cosa Omar Aziz rappresentava, nell’ambito di una teorizzazione di un qualcosa potenzialmente riproducibile all’infinito. Fa riflettere, ha proseguito Avolio, il contrasto tra le terribili immagini che ci arrivano quando parliamo di Siria e delle carneficine di Assad – non ultime quelle del massacro di aprile di Khan Sheikhoun – e le foto di Omar Aziz, che ci restituiscono le immagini di una persona tranquilla, sorridente.

Come ha aggiunto sempre Claudia Avolio, le parole di Aziz denotano con chiarezza che il concetto di recupero dello spazio, della sua sottrazione al potere, non è unicamente legato a una funzione strumentale, organizzativa in senso tecnico: “aprire nuovi spazi alla vita”, infatti, significa dedicare quegli spazi all’insieme dell’esperienza politica. Questo, all’atto pratico, significa che quello spazio da recuperare può e deve essere impiegato per le discussioni, per l’organizzazione dei comitati, per la pianificazione degli interventi, ed è in questo perpetuo tentativo di coniugare il lavoro intellettuale e l’applicazione pratica che si coglie il concetto di Rivoluzione come percorso, come cammino.

Partecipare, saper rendersi autonomi, co-operare: dare vita, in definitiva, ad una rete tra le persone.

UNA RIVOLUZIONE POLITICA NARRATA MALE – Il principale errore che si riscontra a tutt’oggi nella narrativa mediatica riguardo alla vicenda siriana è l’identificazione dei siriani come mere vittime; un’interpretazione che, dietro un moto di solidarietà solo apparente, nasconde una superficialità di fondo che scansa la complessità e procede per etichette: la combinazione tra solidarietà di facciata e approccio semplicistico non può che restituire un quadro distorto della Rivoluzione siriana, in particolare per ciò che è stata – e continua miracolosamente ad essere, come abbiamo visto – la sua linfa vitale, l’elaborazione politica dal basso. La visione esterna che vuole i siriani come vittime e basta, ha aggiunto Lorenzo Declich, non tiene conto di tutto questo, e nel non vedere – o nel non voler vedere – si riscontra una doppia negligenza: da una parte l’incapacità di apprezzare il valore umano di persone che, di fronte all’orrore di una repressione sanguinosa, hanno deciso di mettere in gioco la propria vita per costruire un’alternativa fatta di idee e azioni, dall’altra l’impreparazione nel cogliere la novità, la modernità che il messaggio di Omar Aziz portava con sé.

In Italia ha avuto molta visibilità il modello del confederalismo democratico del Rojava (la parte curda della Siria settentrionale), senza sottolineare il fatto che il processo che diede vita a quel modello nacque ben prima, e non solo nella parte curda della Siria, ma ovunque. Lo sforzo e la fatica di progettare e attivare concretamente dei meccanismi di ristrutturazione sociale che si ponessero al di fuori delle categorie – o perlomeno al di fuori di categorie già pronte, precostituite – trovava nella narrativa di buona parte della copertura mediatica un ostacolo di non poco conto: era la Rivolta stessa ad essere negata, e con essa il sostrato di contenuti politici che aveva innescato la Rivoluzione che ne costituiva la base ben prima del marzo del 2011.

Approfondimenti geopolitici, tensioni regionali, genesi e sviluppi dei terrorismi venivano sviscerati e trattati come fossero gli unici temi sul tavolo, o quantomeno gli unici notiziabili; la scelta di fatto di ignorare cosa succedeva ai siriani, quali fossero le loro idee, portò molti media ad un grossolano vizio di comprensione: non capire che ciò che aveva spinto i siriani a ribellarsi era l’urgenza di ribaltare una situazione disperata, figlia di 50 anni di dittatura. Anni e anni in cui la società civile è stata repressa, o nel migliore dei casi inscatolata in contenitori posticci atti a mettere su solo una finzione di rappresentanza. Il difetto di comprensione della situazione sociale a monte ha causato, inevitabilmente, un difetto di comprensione a valle, che riguarda la vera natura del comando di Assad: una dittatura, sanguinosa e senza pietà, che ha causato quello che, come è stato scritto da Riccardo Cristiano, si configura come un vero e proprio genocidio.

COSA CI INSEGNA OMAR AZIZ – Una figura di uno spessore umano enorme, capace di dare concretezza ad un nuovo concetto di appartenenza realizzandolo ogni giorno con le sole armi della partecipazione e dell’attivismo non violento: quella di Omar Aziz è una storia che può riuscire, finalmente, ad avvicinare il lettore alla vicenda siriana, spesso vista come un altrove estraneo con cui si ha poco ha a che fare. E’ da qui, è proprio da questo senso di estraneità, ha concluso Declich, che nasce la dissonanza cognitiva che fa apparire i siriani incontattabili, lontani, distanti non solo geograficamente ma soprattutto a livello empatico.

Omar Aziz ci mostra che i siriani sono semplicemente persone normali che si sono viste costrette a lottare da una tragica contingenza, e che spesso quella lotta l’hanno persa a costo della vita. L’esempio di Aziz deve far riflettere tutti, perché lui e la sua testimonianza restituiscono umanità a quello che altrimenti emerge, da molte parti, come un mero groviglio di interessi geopolitici; l’empatia che suscita un personaggio del genere è quella che dovrebbe far chiedere a ciascuno di noi: “e se succedesse qui, io avrei il coraggio di fare lo stesso?”.

Omar Aziz è il collegamento reale tra noi e la rivolta siriana: ci dà la misura di ciò che ci siamo persi di quella vicenda, di cosa è significato e di quanto è costato istituire un modello basato anzitutto sullo scambio interpersonale, sulla fatica e il valore di smarcarsi dal potere, sullo sforzo al contempo ragionato e militante di ripristinare un tessuto sociale realmente condiviso. Omar Aziz ci insegna che i principi e l’attivismo sono validi sempre, non solo sotto le bombe.

Laureato in Scienze Politiche – Relazioni Internazionali. Attualmente: autore presso Oltremedia, chitarra e voce presso Distordine. Mi piace leggere, scrivere e suonare, appassionato/ossessionato di politica estera (soprattutto Medio Oriente) e di prog-rock. Tanti dubbi, poche certezze ma granitiche. La prima: antifascista

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