Zona Rossa 2.0: II raduno del basket popolare. Intervista agli All Reds Basket

Oggigiorno, per la maggior parte delle persone, il basket è sinonimo di NBA e di campioni come Kobe Bryant o Michael Jordan. Questi famosissimo giocatori, che hanno smesso di giocare da un pò, continuano a guadagnare milioni di dollari, pur stando lontano da campi da gioco, grazie ai vari sponsor che li hanno voluti come testimonial.

Anche in Italia esiste la LNP ( Lega Nazionale di Pallacanestro) che sta compiendo passi da gigante. Gli stadi sono sempre più pieni e molti giocatori, che un tempo giocavano in squadre italiane, sono andati a far fortuna sui campi d’oltreoceano.

Ma il basket italiano non è solo questo. Esiste, infatti, anche un lato popolare della pallacanestro nostrana, che negli ultimi tempi sta venendo fuori pian piano.

Il prossimo weekend, sabato 10 e domenica 11 settembre 2016, si svolgerà, presso L.O.A. Acrobax di Roma il secondo appuntamento di “Zona Rossa“, il raduno delle squadre di basket popolare del Belpaese. Presso lo storico spazio sociale capitolino si incontreranno ben sette team provenienti da ogni parte d’Italia: Crabs Venezia, San Precario Pallacanestro, Lokomotiv Flegrea, Gallo Rosso-Basket popolare Cremona, Asd Stella Rossa, Atletico San Lorenzo Basket e All Reds Basket.

Tra musica, cene popolari, assemblee e tornei di pallacanestro si farà il punto sul momento che sta attraversando questo lato della pallacanestro italiana e si cercherà di lanciare nuove sfide e nuove idee per il futuro più prossimo. Il tutto all’insegna di ideali fondanti come l’antifascismo, l’antisessismo e l’antirazzismo.

I padroni di casa saranno, ovviamente, gli All Reds Basket di Roma. Alcuni giorni fa abbiamo intervistato Matteo, uno dei membri della squadra degli All Reds, per avere alcuni informazioni su questo evento specifico e sullo stato attuale del basket popolare in generale.

1) Quando e perché nasce l’idea di dare vita ad una squadra di pallacanestro popolare come quella degli All Reds basket?

” La nostra squadra nasce nel 2010 dall’idea di alcuni studenti dei collettivi della Sapienza e di Roma Tre. Un’idea che scaturisce anche da una certa frustrazione di quasi tutti i nostri fondatori, ex giocatori anche di buon livello: col passare del tempo erano stati costretti a smettere per una serie di motivi, dai costi al tempo, fino all’impossibilità di conciliare un impegno sportivo di altro profilo con il lavoro e gli impegni universitari. Ma ovviamente il primo punto è la passione per il basket.

Tutto questo viene poi declinato all’interno della riflessione sui diritti della cittadinanza attiva, sulla scelta dei cosiddetti “beni comuni”: ricordiamo che nel 2010 è l’anno della mobilitazione per il referendum sull’acqua e sul nucleare. Anche lo sport, secondo noi, rientra appieno in questi diritti. Il mondo sportivo, a parte alcune rare e lodevoli eccezioni, è soggetto totalmente al libero mercato; questo fa sì che i costi, relativi a qualsiasi pratica sportiva, siano parecchio alti. E manca del tutto una fascia “intermedia” per lo sport: per le società è importante il profitto, e i profitti si fanno con i risultati. Dunque, bisogna vincere a ogni costo. Può sembrare naif, ma a noi questo non piace: contano la passione e l’impegno, conta lo sport, non il risultato.

In quegli stessi anni, comunque, si stavano affermando altri progetti di sport popolare come le palestre e soprattutto come la nostra casa madre, gli All Reds Rugby. Da loro abbiamo anche mutuato la forma di gestione della squadra, con quella che potremmo definire una versione “militante” della famosa democrazia corinthiana: c’è un gruppo tecnico che dirige gli allenamenti e le partite, ma tutti gli atleti possono farne parte. E tutti i passaggi della vita di squadra vengono discussi in assemblea“.

2) Ci racconti come portate avanti un progetto legato allo sport popolare? Su quali ideali si basa questa idea? Come riuscite ad affrontare le varie problematiche che vi si presentano quotidianamente, ad esempio quella relativa all’autofinanziamento?

Non c’è un esame per far parte dei Reds. Gli ideali fondanti della squadra sono tre e sono abbastanza semplici: antifascismo, antirazzismo e antisessismo. Insomma, tre punti che ci piacerebbe fossero considerati un po’ come normali.

A non essere banale, però, è la loro trasposizione nello sport. Portare avanti questi ideali su un campo da basket può sembrare quasi curiosa come scelta. In realtà, se pensi allo sconfinamento delle idee razziste nei vari campi di Italia, non è affatto una cosa scontata. Il machismo esasperato, i soprusi contro i diversi… Sono tutte cose che vanno contrastate.

Per quel che riguarda l’autofinanziamento la nostra squadra ha due filoni. Uno, che copre circa il 50% delle spese, è l’autofinanziamento degli atleti. Cerchiamo di gestirlo con la massima delicatezza, venendo incontro alle possibilità di ogni singola persona e tenendo bassa la rata (per otto allenamenti ogni mese paghiamo venti euro a testa). L’altro filone, invece, sono le iniziative di autofinanziamento come la produzione di merchandising (anche se la parola applicata a noi fa sorridere), l’organizzazione di cene, di eventi e la sottoscrizione dei tifosi quando e se vogliono contribuire alle spese della squadra. Consideriamo che le nostre spese tra campo – che purtroppo è la principale nota dolente attualmente del progetto – le iscrizioni varie e le abilitazioni agonistiche si aggira sui settemila euro a stagione“.

3) Il panorama del basket popolare italiano, al momento, come si presenta?

 È in grossa crescita. Negli ultimi due anni circa abbiamo impostato un discorso a livello nazionale e siamo impressionati da come le esperienze stiano aumentando sempre di più. Abbiamo organizzato il primo raduno lo scorso anno, ed eravamo cinque società; già quest’anno siamo passati a sette (e saremmo state otto se non ci fosse un intoppo per un’altra che non ha potuto partecipare). Queste realtà son ben distribuite sul territorio italiano e hanno, tutte, una loro particolarità. Ad esempio vorrei citare i Crabs e la San Precario (rispettivamente da Venezia e Padova), che, oltre ad aver impostato un discorso agonistico di primissimo livello, hanno anche portato avanti una serie di iniziative molto interessanti. Penso ad esempio al “Rojava Playground”, a cui noi abbiamo partecipato tutti su invito degli stessi Crabs. Questo progetto prevedeva la costruzione di un campo giochi attrezzato in un campo profughi a Suruç per i profughi di Kobane. E la San Precario, all’interno della polisportiva di cui fa parte (calcio, calcetto, volley) ha impostato un lavoro molto interessante coi migranti della loro zona. La Lokomotiv Flegrea, squadra della zona ovest di Napoli, è un team molto ricco dal punto di vista dei tesserati visto che, anche loro come polisportiva – hanno una squadra di calcio e una scuola per bambini, molto frequentata. Proprio questo sabato alcuni di loro non riusciranno a venire visto che inaugureranno un playground che hanno costruito nel rione Traiano, portando avanti l’impegno della società per quel quartiere. Inoltre, in questa stagione, tra Zona Rossa 1 e 2 si sono aggiunte due società al nostro network e siamo molto contenti di questo visto che stiamo passando da una fase per così dire pioneristica a una fase in cui dobbiamo consolidarci. Se ripenso anche solo a due-tre anni fa, quando era molto difficile organizzare un po’ tutto e facevamo fatica a trovare dodici persone per gli allenamenti, non posso che essere soddisfatto oggi vedendo che – volendo – potremmo addirittura formare due squadre. E a Roma, inoltre, ci conoscono sempre più persone, ci seguono, ci invitano a tornei. Tutto questo, oltre a farci crescere in prospettiva, apre scenari molto più interessanti a livello cittadino. Vorremmo che ci fossero tante altre squadre come la nostra“.

4) Come mai avete deciso di dar vita ad un evento quale “Zona Rossa”, il raduno delle squadre di basket popolare, in programma il prossimo weekend al centro sociale Acrobax? Avete degli obiettivi specifici che volete raggiungere con questa iniziativa?

 L’idea era nata quando abbiamo sentito parlare dei Crabs e della San Precario; da lì ci è venuta la curiosità di andare a vedere quali altre esperienze stessero nascendo in giro per l’Italia. Qui a Roma, nello stesso periodo, veniva aperta la sezione basket dell’Atletico San Lorenzo. Insomma, i numeri cominciavano a farsi interessanti. Da un lato, banalmente, vi era la curiosità di poter parlare con compagni di realtà molto diverse che però hanno la nostra stessa passione ed i nostri stessi obbiettivi. Dall’altro vi era il bisogno di mettere in comune le informazioni che hanno segnato il successo di una squadra in un particolare ambito e farle conoscere agli altri: ad esempio come ci si è regolati con il campo, come ci si è autofinanziati.

Dal primo raduno, inoltre, è nato il nostro impegno per il progetto “Rojava Playground”, di cui siamo molto fieri perché è stata una iniziativa nata dentro Zona Rossa e condotta da tutte le squadre che hanno partecipato al raduno dell’anno scorso. Uno dei simboli di squadre come le nostre, infatti, è quello di mettersi in comune. A noi, visto che non abbiamo contatti diretti con la staffetta per Kobane, non sarebbe venuto in mente ed invece, così, abbiamo potuto dare il nostro contributo ad un progetto, secondo me, straordinario per generosità e anche per progettazione“.

5) Dove può arrivare il progetto di sport popolare, in questo caso, il basket?

Il basket, in realtà, come sport popolare ha delle difficoltà oggettive extra rispetto ad altri sport come il calcio, il rugby e o il pugilato, che sono invece realtà molto più consolidate. Questo perché il basket ha delle necessità infrastrutturali molto precise, che difficilmente possono essere ignorate. Un campo al coperto è fondamentale, ad esempio, perché allenarsi d’inverno all’aperto, di notte, non è possibile; mentre per il calcio può essere fattibile (magari non piacevole, se diluvia), per il basket può essere molto pericoloso. L’obbiettivo ultimo, per noi, sarebbe riuscire ad organizzare veri e propri campionati di sport popolare, impostando l’intera competizione su basi completamente diverse rispetto a oggi. Questo, ovviamente, richiederà molto tempo ma quello che ci auguriamo è che si capisca che lo sport popolare non è solo sport a basso costo (anche se non è una variabile irrilevante). Noi giochiamo a basket, ma svolgiamo anche attività diverse. Penso ad esempio al recupero di alcuni playground, quello di Acrobax (dove si svolgerà il torneo sabato prossimo), e quello dello Snia al Parco delle Energie.

L’idea di fondo resta quella di allargare il più possibile questo tipo di esperienze per garantire a tutti la pratica sportiva e, contemporaneamente, farne veicolo di una serie di messaggi che troppo spesso, forse anche come area culturale, diamo per scontati. Penso, ad esempio, a valori come antifascimo, antirazzismo e antisessismo: quante volte, mentre giocavamo una partita o vedevamo un match calcistico, abbiamo assistito a cose che avrebbero richiesto – come minimo – una sospensione della partita? E quanto ci siamo abituati a vedere cose del genere? Ecco, evitare che questo tipo di messaggi venga veicolato dallo sport, secondo noi, è già una vittoria. Dopodiché se a questo, come fanno i nostri compagni del Nord-Est, si riesce ad abbinare anche una prestazione atletica di primo livello è ancora meglio“.

zona rossa II

 

 

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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