Vicenda Giulio Regeni: Nuovi sviluppi e tante domande

A un anno dalla sparizione e dall’omicidio di Giulio Regeni, quali sviluppi ci sono stati nella ricerca della verità sui colpevoli? E’ cambiato qualcosa? Si è registrata qualche sostanziale novità nell’atteggiamento del nostro governo o di quello egiziano? Sono solo alcuni dei tanti interrogativi, più che mai aperti, che sono stati affrontati sabato presso la libreria Griot, nell’ambito di una bella discussione sul caso Regeni a cui hanno preso parte Amedeo Ricucci – giornalista Rai – e Lorenzo Declich – uno dei massimi esperti di Islam del panorama italiano.

Ne è uscita fuori, a mio parere, una riflessione accurata su cause e sviluppi della vicenda di Giulio: un accorto lavoro di ricostruzione che, a pochi giorni di distanza dalla manifestazione della Sapienza, ha saputo conciliare la cruda fattualità della cronaca – il lavoro di Giulio, il suo metodo di ricerca, i suoi rapporti con la società civile egiziana, quello che sappiamo e quello che ancora non sappiamo sulle sue ultime ore al Cairo – con un attento approfondimento del contesto – le radici della rivoluzione egiziana, le istanze sociali oggetto della ricerca di Giulio, il modus operandi del regime di Al Sisi. Analisi, quella del regime di Al Sisi, tanto più necessaria oggi che assistiamo a strampalate ricostruzioni giornalistiche che vorrebbero ascrivere la vicenda di Giulio ad una casistica di spy story che, come vedremo, non ha al momento alcun appiglio fattuale; e che, essendo destituita di fondamento, non fa altro che infittire quella cortina di fumo che solo da qualche mese, tra grandi difficoltà, sta iniziando a diradarsi sul caso di Giulio Regeni.

CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME Lorenzo Declich, autore del libro Giulio Regeni, le verità ignorate (Alegre, 2016), sottolinea come il vero fattore imprescindibile per comprendere il contesto in cui Giulio è stato catturato e torturato fino alla morte, è chiamare le cose col loro nome: quella di Al Sisi è una vera e propria dittatura, e il suo regime è il primo responsabile dell’omicidio di Giulio.

Se non si parte da questo dato di fatto non si è in grado di analizzare origini e contenuti di quella rivoluzione popolare del 2011 che portò migliaia di egiziani in piazza Tahrir. Ciò che spesso manca, almeno nel panorama mediatico italiano, è la dimestichezza con forma e sostanza del fenomeno-dittatura: fenomeno che, al netto di sbandierati “pericoli democratici”, per fortuna non riguarda l’Italia da decenni.

Il terribile “sapore” della dittatura, la progressiva erosione di libertà e diritti che sempre essa comporta, ci sfugge perché non ci riguarda; come abbiamo visto in Siria, dove le istanze di libertà che nel marzo del 2011 portarono migliaia di persone in piazza nascevano da una condizione di insofferenza non più sopportabile, dal peso della dittatura decennale di Bashar Al Asad, che aveva spinto al limite della sopportazione fasce sempre più ampie della popolazione siriana. Se si vuole parlare di Egitto, proprio come nel caso siriano, il tema principale è essere in grado di descrivere la dittatura in maniera efficace, saper coglierne la portata concettuale avendone chiare le modalità operative.

Quella egiziana, dunque, è a tutti gli effetti una dittatura. Per quanto alcune cose possano essere cambiate da un anno a questa parte – e non c’è dubbio che per fortuna  alcune cose sono cambiate – , il quadro generale di dittatura, in Egitto, è ancora valido, come valide ed operative continuano ad essere le pratiche tipiche di un regime: sparizioni forzate, arresti indiscriminati di esponenti delle opposizioni politiche e di membri delle ONG egiziane, tortura come consueto metodo di interrogatorio. Emblematico delle difficoltà italiane di calarsi nella realtà di una vera e propria dittatura, è stato l’atteggiamento tenuto da alcuni media nei primi mesi successivi al ritrovamento del corpo martoriato di Giulio: si presero le parole delle istituzioni politiche egiziane conferendole la dignità di fonti ufficiali ed attendibili, come fossero provenienti da ministri omologhi di uno Stato non dittatoriale. La realtà è che però questo schema non è applicabile all’Egitto, dove il Ministro degli Interni, così come tutto il resto delle cariche politiche apicali, parlano “a tema”, fanno riferimento al proprio gruppo di potere, che rappresenta il solo ed unico referente attorno a cui è scopo prioritario fare quadrato, sempre. I magistrati, che ogni Stato di diritto che si rispetti – com’è il nostro – godono di quell’indipendenza che li smarca completamente dal controllo politico, in Egitto sono organici al gruppo di potere, ne sono parte, non conoscono alcuna forma di autonomia.

LA RICERCA DELLA VERITA': UN ANNO DOPO – Una volta inquadrato il contesto, dobbiamo calarci nella concretezza del caso di Giulio Regeni, analizzando i fatti accertati e la cronologia con cui si sono succeduti. Cos’ è cambiato dopo un anno? Siamo più vicini alla verità? Lorenzo Declich non trova molti elementi di novità, e individua pochi passi avanti.

  1. A livello politico, le pressioni dell’Italia sull’Egitto sono state perlomeno molto timide, e la vicenda del ritiro/sostituzione dell’ambasciatore dall’Egitto ne è la prova provata: a maggio 2016 venne rimosso l’ambasciatore Massari, che bene aveva operato, per spostarlo all’Unione Europea – e la decisione venne fatta passare come una promozione nei riguardi del diplomatico. Massari venne sostituito a maggio 2016 da Giampaolo Cantini, che certo è persona di valore ma non conosceva a fondo la documentazione sul complesso caso-Regeni. In precedenza Massari era stato fatto rientrare in Italia proprio in segno di dissenso con gli insabbiamenti delle indagini da parte egiziana, allo stato attuale il Governo italiano non ha deciso se Cantini, che lo ha sostituito, debba tornare in Egitto o no; negli ultimi mesi, peraltro, diverse voci della carta stampata hanno auspicato il ritorno dell’ambasciatore al Cairo, in nome di un’esigenza di “normalizzazione” dei rapporti Italia-Egitto.
  2. A livello giudiziario il quadro è migliore: già nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del corpo di Giulio, l’attuale Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni – allora Ministro degli Esteri – auspicava il massimo della collaborazione. Collaborazione che si è avuta a fasi alterne, per la verità: vi sono stati 6 incontri tra la procura di Roma e quella del Cairo, i primi 3 non hanno prodotto alcun passo avanti, mentre gli altri iniziato a portare risultati.

Il materiale arrivato è sostanzialmente una selezione – operata dalla procura cairota – dei tabulati telefonici richiesti a più riprese da Roma, e poi a settembre è arrivato l’ormai famigerato video realizzato da Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti che, dotato di una microcamera, ha ripreso di nascosto Giulio cercando, invano, di estorcergli qualche confessione che potesse essere utile a incastrarlo e a farlo apparire come “spia al servizio degli stranieri” – secondo il tipico schema paranoide, connotato di ogni regime, che vede “nemici dello Stato” ad ogni angolo.

IL VIDEO: L’ANALISI E LA COPERTURA MEDIATICA – Il video è la miglior prova dell’integrità morale di Giulio, che non cade nei tranelli di Abdallah e ribadisce più volte che il suo unico interesse è quello di portare avanti la sua ricerca. Ciò che si vede nel video, tuttavia, non è oggetto di indagine giudiziaria: non è stata richiesta alcuna rogatoria internazionale, infatti, per interrogare Abdallah, ma solo per 5 ufficiali. La decisione di non richiedere di sentire Abdallah appare quantomeno singolare, ma può essere spiegata – almeno in parte – da come il video è stato considerato dai media italiani quando, a gennaio, è stato reso pubblico.

Da più parti si è presentato il video come estremo di un indagine, è stato da lì costruito un racconto attorno alla storia che, se non altro, ha avuto il demerito di spostare l’attenzione dal vero obiettivo – concentrarsi sulla portata eminentemente politica dell’omicidio – per dare adito a ricostruzioni giornalistiche troppo enfatiche (“E’ lì che Giulio ha cominciato a morire”) o, molto più grave, completamente destituite di fondamento (vedi il “caso Mori” che vedremo più avanti). Cosa sappiamo per certo? Sappiamo che senza dubbio Giulio era controllato almeno da dicembre 2015. Un’ipotesi verosimile è che alcuni materiali tra cui il video,siano finiti nelle mani sbagliate, determinando poi un’accelerazione nella decisione di torturare Giulio. Tuttavia da qui a dire che siamo vicini alla verità ce ne passa.

DISTINGUERE I FATTI DALLA LETTERATURA – Amedeo Ricucci ha invitato a stare attenti a distinguere il grano dal loglio, vale a dire i fatti dalla fuffa. A questo proposito si è parlato dell’uscita del generale Mori, il quale, in sintesi, ha ipotizzato che Giulio fosse una spia “a sua insaputa”, cioè mandato dai servizi segreti britannici a carpire informazioni sfruttando il suo lavoro di ricerca sul campo. La caratura di Mori ha amplificato molto la diffusione di questa ricostruzione, che è stata presa e ripresa anche da grandi organi informativi nazionali. Su questa vicenda è bene essere chiari: quella del generale Mori è pura suggestione letteraria, nulla di più. Non c’è alcun riscontro fattuale che possa supportare questa tesi, e inoltre appare inverosimile che i dossier cui Giulio aveva accesso potessero, riguardando essenzialmente le istanze sociali e l’organizzazione degli ambulanti, servire ad alcuna intelligence.

Nulla valgono, a questo proposito, le considerazioni su Cambridge “storica fucina di agenti segreti” volte ad avvalorare la verosimiglianza dell’ipotesi stile Le Carrè di cui sopra; ed è proprio il video a dimostrarlo con nettezza, perché ci restituisce Giulio per quello che esattamente era: un ricercatore impegnato sul campo, nient’altro. I soldi cui Abdallah mirava non erano infatti nelle disponibilità di Giulio, come più volte lui stesso spiega nel video al suo interessato interlocutore: le 10000 sterline in questione erano la somma di un bando della Fondazione Antipode cui Giulio era intenzionato a partecipare per continuare la sua ricerca sociale.

IL VIDEO: I CONTENUTI E I DEPISTAGGI – Il video è in tutti i casi un documento molto interessante, perché contrassegna senza ombra di dubbio l’omicidio di Giulio col marchio di fabbrica del regime di Al Sisi. Il primo e unico scopo del regime, una volta eliminato Giulio, era e continua ad essere allontanare da sé i sospetti; così si spiegano i ripetuti e ignobili depistaggi sulla fine di Giulio: storie finite male di festini omosessuali, spaccio di droga, estorsioni inventate di cui hanno fatto le spese 5 innocenti cittadini egiziani eliminati per accreditare la messinscena del rapimento di Giulio.

Il video ci conferma poi che quel 7 gennaio Abdallah era stato dotato di una microcamera per filmare Giulio di nascosto, e sappiamo bene che quel tipo di microcamera è in dotazione solo a giornalisti o forze di sicurezza. Abdallah prova a far confessare a Giulio qualcosa di compromettente, tenta di dimostrare che Giulio maneggia soldi, che lo fa a scopi sospetti, che fa domande che non dovrebbe. L’operazione non gli riesce, Giulio ne esce come la figura che era, un ragazzo onesto e integerrimo. La caratura morale di Abdallah, e i nuovi elementi probanti che ne scaturiscono, è ben definita dalle parole dell’uomo, che Amedeo Ricucci ha intervistato in esclusiva per TV7.

La lunghezza del video, peraltro, dimostra anche che la dichiarazione di Abdallah, secondo cui il video è stato girato col telefonino e non con la telecamera, è falsa: dei 50 minuti del girato, infatti, 30 riprendono Abdallah al bar in attesa di Giulio. Il fatto che Abdallah stesse già riprendendo prima dell’incontro dimostra che aveva una microcamera addosso, il cui funzionamento gli era probabilmente sconosciuto e che quindi era stata lasciata accesa con largo anticipo – per prudenza e a scanso di errori – dagli apparati di sicurezza che gliela avevano applicata; se avesse ripreso con un telefonino avrebbe potuto iniziare a registrare a ridosso della conversazione con Giulio.

La durata del video pubblicato in versione “egiziana” è di 3 minuti e 40, da cui sono state tagliate notazioni di non poco conto, come ad esempio il pezzo in cui Giulio fa riferimento a sé stesso come semplice accademico, che non fa politica attiva. Il video è stato pubblicato perché, nonostante non dica nulla di negativo su Giulio, serve comunque a far serpeggiare in chi lo vede la sensazione che Giulio fosse comunque una personalità sospetta, da tenere d’occhio.

Altra motivazione potrebbe essere che ci si sta avvicinando alla verità sui responsabili della fine di Giulio, anche perché è indubbio che dopo i primi sei mesi di nulla ora qualcosa si sta effettivamente muovendo. Questo anche grazie alla tenacia degli investigatori italiani, che hanno ottenuto di poter visionare il materiale video dell’entrata e dell’uscita dalla metro dove Giulio venne visto per l’ultima volta. Altro sviluppo importante delle indagini è la messa in accusa di 5 membri delle forze di sicurezza, tuttavia nessuno di questi per l’omicidio Regeni: 3 per il tentato depistaggio tramite l’uccisione di 5 cittadini innocenti fatti passare per i rapinatori di Giulio, e gli altri 2 – membri dei Servizi egiziani – per negligenza nel “controllo” di Abdallah.

Ufficialmente, le autorità egiziane hanno dichiarato di aver “attenzionato” Giulio per soli 3 giorni, e che l’11 gennaio questo controllo si concluse. Tale presa di posizione è falsa, e la smentita sta nel fatto che nelle ore immediatamente successive all’incontro ripreso nel video è stato possibile rintracciare 5 telefonate effettuate da Abdallah al centralino delle Forze di sicurezza egiziane; il 21 gennaio, inoltre, Abdallah telefonò di nuovo a Giulio, e ancora una volta per dargli appuntamento a fine mese. Questo sta a significare che Abdallah fu spinto a chiamare Giulio da quegli stessi che lo avevano dotato di microcamera, e che dunque i tentativi di fargli confessare qualcosa di compromettente o di minaccioso “per la patria egiziana” erano tutt’altro che finiti, tanto è vero che sarebbero sfociati nelle terribili torture che oggi sappiamo.

LE RESPONSABILITA': QUALE CATENA DI COMANDO? – Amedeo Ricucci ha puntato l’attenzione sul vero nodo da sciogliere riguardo le responsabilità dell’omicidio Regeni, cioè quale sia la catena di comando che ha decretato la morte di Giulio. Non è da escludere che l’Egitto, sotto pressione e alle prese con una crisi economica pesante – flussi turistici molto ridotti, inflazione galoppante, crescente malcontento sociale – , stia per darci qualche capro espiatorio da vendere all’opinione pubblica. Il dubbio, e allo stesso tempo il pericolo maggiore, è in questo senso che si arrivi, prima o poi, a individuare i colpevoli materiali dell’omicidio, ma senza riuscire ad arrivare più in alto.

Potrebbe saltare Ghaffar, ministro degli Interni egiziano, proprio per poter dire, una volta chiusa l’indagine e individuati gli esecutori materiali, che i responsabili facevano capo all’ex titolare del Ministero. Rimane l’interrogativo fondamentale: essendo un regime che ha oltre 40000 sparizioni forzate sulla coscienza, fino a che punto l’Egitto di Al Sisi può permettersi di dire la verità? Quanta porzione di verità può permettersi di svelare senza rischiare un effetto domino che lo costringerebbe a essere messo alle strette anche su tutti gli altri innumerevoli casi che lo vedono imputato?

REGIMI E STABILITA': IL PATTO DI IMPUNITA’ – Fino a che punto quindi un regime può reggere l’urto della richiesta di verità su un suo crimine? Dipende soprattutto da quanto riesce a proteggere il patto vigente tra lo Stato e le sue forze di sicurezza: il patto di impunità.

Come ha spiegato Lorenzo Declich, le forze di sicurezza assicurano la loro protezione e il loro silenzio perché godono della sostanziale impunità riguardo il proprio operato; impunità resa possibile, ovviamente, dall’assenza di indipendenza della magistratura, ma più in generale dall’inesistenza del principio di autonomia tra i poteri. Nel momento in cui il regime perde pezzi del suo apparato esso sta rischiando di vedere quel patto andare in frantumi; ed è per questo che il regime, ogni regime, deve preservare la compattezza del proprio potere badando in primo luogo a lasciare intatto quel muro di omertà eretto dal patto che ne è l’origine.

Amedeo Ricucci ha ricordato, sul punto, che talvolta qualche eccezione al principio di impunità può verificarsi: è il caso, recente, che tre mesi fa ha visto Israele – ovvero uno Stato letteralmente fondato sull’impunità dei suoi soldati – avviare un’inchiesta su un gruppo di suoi soldati che pestarono un palestinese inerme a terra.

IL REGIME EGIZIANO TRA FORZA E DEBOLEZZA – La capacità di essere duraturo e di tenere a bada il malcontento interno dipende anche e soprattutto, per il regime, da quanto è forte, sia a livello interno – avere sotto controllo i sommovimenti sociali di opposizione – che a livello esterno – potere di mantenere una certa autorità nei rapporti con gli altri Stati. Quanto è forte il regime di Al Sisi oggi? Per certi versi sconta una certa debolezza, secondo Lorenzo Declich; il 25 gennaio di un anno fa, durante le commemorazioni dell’anniversario della rivoluzione egiziana, il centro del Cairo era blindato, il livello di paranoia delle forze di sicurezza era alle stelle, e la giornata fu preceduta da un’ondata di arresti volti prima di tutto a creare una cortina intimidatoria verso tutti quei tentativi di commemorazione non “sotto il cappello” del regime di Al Sisi. E’ successo lo stesso il 25 gennaio di quest’anno?

Amedeo Ricucci ha fornito un quadro non molto migliore: tanta gente è andata via dal Cairo i giorni prima del 25, moltissimi si sono diretti verso villaggi nei pressi della capitale o comunque verso cittadine più tranquille, tanti altri si sono letteralmente barricati in casa.

Ci sono, è vero, segni di debolezza, ma c’è anche una circostanza geopolitica che mette l’Egitto di Al Sisi in una posizione di forza, in particolare nei confronti dell’Italia: l’alleanza col generale Haftar in Libia. L’Egitto è stato il primo sponsor del generale, lo ha abbondantemente rifornito di armi e ha bombardato la Cirenaica. L’Italia, così come altri Paesi, ha invece appoggiato il governo riconosciuto legittimo dall’ONU, quello di Serraj, mentre dalla parte di Haftar si sono sempre schierati la Francia di Hollande e la Russia di Putin. Ora che le cose stanno mutando, ed è evidente che il disastro politico presente in Libia – dove coesistono 3 governi, tra cui l’unico riconosciuto a livello internazionale ha un controllo pressoché inesistente sul territorio – non sta sfociando in una legittimazione di Serraj, l’Italia ha bisogno dell’Egitto per riequilibrare la sua posizione.

RAPPORTI ITALIA-EGITTO: VALENZA CULTURALE PRIMA CHE ECONOMICA –  La storia di Giulio, ha detto Amedeo Ricucci, è un pugno in faccia per chiunque voglia fare ricerca sociale in Medio Oriente. Sarà tutto da vedere chi avrà il coraggio e la forza di finanziare ricerche di questo tipo in regimi autoritari: è indubbio che anche solo il rischio che tali indagini scientifiche sul campo possano sparire costituisce un elemento inquietante, che pregiudica la nostra conoscenza della realtà.

Lorenzo Declich ha salutato con piacere l’approvazione in Parlamento di borse di studio per egiziani in Italia, ricordando, al contempo, le diverse intitolazioni di aule a nome di Giulio Regeni; a Gorizia, poi, è stato dato il nome di Giulio anche ad un premio giornalistico. Il collegio Sant’Anna di Pisa ha istituito, pur nell’imbarazzo del mondo accademico, i giorni della libertà di ricerca. In questi mesi, tuttavia, si sono registrati anche segnali negativi: progetti di ricerca in Tunisia e Egitto ora sono solo per la Tunisia, col rischio che sempre più abbia la meglio la considerazione che oggi esistono aree “su cui è meglio soprassedere”. La realtà è che, a prescindere dagli interessi prettamente economici che sempre vengono citati nei rapporti Italia-Egitto, il maggior pericolo che corriamo è perdere un rapporto culturale impregnato di saperi fondamentali, una corrispondenza fra due sponde del Mediterraneo che ha secoli di storia e tradizione. Questo, prima ancora che le commesse economiche, rischiamo di perdere: il nostro occhio in un Paese come l’Egitto.

LA DOMANDA INEVASA: PERCHE’ IL CORPO DI GIULIO E’ STATO FATTO RITROVARE? – Questo l’interrogativo più intricato, a cui ancora non esiste una risposta univoca. Le ipotesi possono essere varie: si può pensare – come è stato fatto – che esistano divisioni interne alle forze di sicurezza egiziane, magari tra gli apparati militari e quelli relativi ai Servizi; il che avrebbe potuto determinare la scelta di far ritrovare il corpo da parte di chi ha interesse a deteriorare pubblicamente l’immagine di Al Sisi. Tuttavia questa pista, eminentemente giornalistica, rimane nel campo delle ipotesi, non essendo supportata da nessun fatto.

C’è da dire poi, ha concluso Amedeo Ricucci, che la pratica della sparizione forzata dei corpi, che purtroppo è una consuetudine nell’Egitto di Al Sisi, può variare a seconda della nazionalità della vittima; se con gli egiziani non c’è alcuna esitazione a far scomparire deliberatamente i cadaveri, forse la stessa cosa non possono permettersi di farla con gli italiani: per questo, forse, il corpo di Giulio è stato fatto ritrovare, perché gli apparati egiziani non potevano concedersi un’ostentazione di violenza così manifesta da far sparire il corpo.

La domanda, dunque, rimane aperta; come aperta è ancora la caccia alla #veritapergiulioregeni.

Laureato in Scienze Politiche – Relazioni Internazionali. Attualmente: autore presso Oltremedia, chitarra e voce presso Distordine. Mi piace leggere, scrivere e suonare, appassionato/ossessionato di politica estera (soprattutto Medio Oriente) e di prog-rock. Tanti dubbi, poche certezze ma granitiche. La prima: antifascista

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