Trojan Records: i 50 anni dell’etichetta musicale “made in Jamaica”

La Giamaica, nel corso della storia, si è fatta più e più volte conoscere sul panorama internazionale data la sua innata dote dal punto di vista musicale. Nella piccola isola caraibica sono infatti nati moltissimi generi come il mento, lo ska, il rockeasteady, il reggae, la dancehall o la dub.

Tra questi quello più conosciuto è il reggae grazie anche al lavoro di figure come Bob Marley, Jimmy Cliff e Peter Tosh. Di non minore importanza è stato, però, anche il lavoro di tutti coloro che, pur non essendo musicisti, hanno deciso di dedicarsi al mondo della musica sotto altri punti di vista.

L’esempio per eccellenza in questo campo è stato il lavoro svolto dall’etichetta musicale della Trojan Records. Grazie a lei, a partire dagli anni ’60 del XX secolo, la musica “made in Jamaica ha cominciato ad essere trasmessa sulle emittenti radiofoniche inglesi.

La data ufficiale della nascita della Trojan è il 26 luglio 1968. In realtà già un annetto prima Chris Blackwell, il padre della Island Record, aveva dato vita ad un’etichetta supplementare della Island che aveva denominato Trojan.

Grazie ad essa Blackwell cercava di dar voce a tutti quegli artisti giamaicani minori che venivano scoperti, nel corso degli anni, da un vero intenditore dei ritmi della piccola isola caraibica: Arthur “Duke” Reid. Lo stesso nome Trojan derivava da un soprannome che era stato dato a Reid durante la sua giovinezza.

La storia della prima Trojan, purtroppo, non durò molto visto che me i vinili che tentava di far conoscere sul mercato musicale inglese non destavano l’interesse sperato dei sudditi di sua maestà.

Con l’arrivo del 1968, e con tutti i cambiamenti che quell’anno portò, si aprirono nuovi spiragli per la musica giamaicana e per la sua diffusione oltreoceano. Così, nel luglio di quell’anno, un ex collaboratore di Blackwell: Lee Gophtal, diede vita ad una nuova etichetta che riprese il nome della sua antenata decaduta.

Particolarmente importante per la sua diffusione nella nuova società inglese fu il ruolo assunta dalla cosiddetta sottocultura skinhead. Questi giovani bianchi, appartenenti a quella classe sociale che era conosciuta con il nome di “working-class” , erano particolarmente attratti dalle ballabili sonorità della Giamaica.

I nuovi acquirenti, grazie anche al loro  potere di acquisto che aumentò di parecchio,  cominciarono ad acquistare numerosi vinili. Di conseguenza nel 1969 ci fu la prima hit “made in Jamaica” sul mercato inglese: il pezzo “Red Red Wine” del cantante Tony Tribe.

Da quel momento arrivò un successo dietro l’altro: vennero infatti lanciati, in pochi anni, artisti come Desmond Dekker o lo stesso Bob Marley. Tutto questo nonostante i media inglesi, in primis la BBC, non appoggiassero minimamente quella che era conosciuta come “moda Trojan“.

Questo perchè la musica giamaicana era considerata troppo etnica. Inoltre, vista la delicata situazione sociale dell’Inghilterra di allora, non era troppo facile trasmettere canzoni che, nella maggior parte dei casi, trasmettevano messaggi e tematiche cari ai paesi del Terzi Mondo.

Una svolta si ebbe quando, sul mercato inglese, si affacciarono gruppi del luogo, ad esempio i Madness o gli Specials, che si rifacevano in maniera chiara e nitida a generi musicali giamaicani, in primis lo ska. Anche in questo caso però si trattò di un fuoco di paglia e la Trojan andò nuovamente vicina al fallimento.

Fondamentale, a questo punto, fu la figura di Colin Newman, un contabile inglese ed incallito collezionista di vinili, che riuscì a ritagliare uno spazio di una certa importanza alla Trojan in quello che può essere definito il mercato della musica giamaicana vintage.

Con l’arrivo del nuovo millennio l’etichetta giamaicana fu acquistata dal Sanctuary Music Group che la aprì a nuovi stili, naturalmente tutti rigorosamente “made in Jamaica“. Fu così che cominciarono ad essere stampati i primi pezzi della moderna dancehall.

Da quel momento l’etichetta simbolo della piccola isola caraibica, per evitare i continui e possibili fallimenti si è dovuta adottare di continuo ad un panorama musicale in perenne evoluzione.

Tutto questo per mantenere la sua posizione di specialista nell’ambito delle sonorità vintage giamaicane e per proteggere il suo patrimonio culturale in quanto una delle etichette più significative ed influenti nella storia della moderna popular music.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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