Teatri della Viscosa: la compagnia teatrale nata nei centri sociali romani

Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita“: spiegava così, il grande drammaturgo napoletano Eduardo de Filippo, il suo amore per il mondo della recitazione sul palcoscenico. Nel corso dei secoli, in varie parti del mondo, il teatro ha ricoperto vari ruoli: da quello istituzionale, particolarmente attivo nell’epoca del regno della regina Elisabetta I d’Inghilterra, a quello “di strada“, cresciuto molto nel corso del XX secolo.

Da sempre, inoltre, l’arte del teatro ha avuto una funzione istruttiva. Si cerca, fin dai tempi delle tragedie greche, di mettere in scena una visione della società, a 360 gradi, da cui trarre insegnamenti di vario tipo.

A Roma sono molte le realtà di teatro alternativo legato e determinati spazi e luoghi sociali della Capitale. Presso il csoa Ex Snia della Viscosa sulla via Prenestina, ad esempio, ha preso forma la compagnia “Teatri della Viscosa che tramite le sue esibizioni sul palco tenta di portare avanti un teatro “consapevole“.

Alcuni giorni fa abbiamo avuto il piacere di intervista gli stessi attori di questa compagnia per farci raccontare la loro storia e il loro concetto dell’arte teatrale che tentano di portare avanti tramite le esibizioni.

1) Avete scelto per la vostra compagnia il nome di “Teatri della Viscosa“. Come mai una scelta del genere?

Il nome è sempre, come giustamente dici, una scelta di genere. Il nome può indicare da dove arrivi, cosa vuoi oppure dove vai. Nel nostro caso, il giorno che abbiamo deciso di darci un nome, abbiamo scelto di ricordarci da dove veniamo: dall’underground romano. La nostra vita allora attraversava, circuitava e militava all’interno dei centri sociali romani, in particolar modo all’ex snia viscosa di cui eravamo occupanti. Ma la scelta non fu per puro spirito di appartenenza, idea che di per sé non ci piace, ma da esperienze che condividiamo come, in questo caso, il fatto che l’ex fabbrica viscosa nel 1990 fu occupata da un comitato di quartiere che si riprese uno spazio abbandonato e lo fece rivivere, rinascere. Azione che descrive la forza della rivendicazione da parte dei cittadini di spazi dove poter sperimentare la propria espressività e le proprie energie. Tutto questo unito al nostro mestiere di teatranti che abbiamo declinato al plurale, perché nella pluralità delle cose si sviluppa il dialogo (artistico, culturale, energetico), lo stesso dialogo che nei nostri spettacoli andiamo cercando attraverso il pubblico. Così nascono i Teatri della Viscosa”. 

2) Ci dite brevemente quando avete avuto l’intuizione di dar vita ad un progetto del genere?

Una compagnia simpatica come noi? Da sempre.
Erranti come noi? Per voglia e necessità da circa quattro anni.
Pratici e “alla mano”? Da subito per portare il teatro ovunque.
Invece, se ti riferisci al tipo di spettacoli dobbiamo andare all’estate del 2011. Avevamo cominciato a lavorare insieme da un anno con spettacoli di Commedia dell’arte, clownerie e cabaret, dedicando parte della nostra vita allo sviluppo del teatro all’ex snia viscosa con delle rassegne chiamate “arti indipendenti”. Quell’estate andammo in Val Di Susa al presidio di Giaglione portando con noi un piccolo spettacolo per rallegrare le giornate di lotta. Incontrammo tantissime persone e ascoltammo molte storie di vita. Penso che, in quell’occasione cominciò a maturare il nostro mestiere e anche il bisogno emotivo di unire professionalità ed interessi. Esistono tanti modi di esercitare questa professione, noi abbiamo scelto di produrre spettacoli che ci interessano in prima persona e che pensiamo possano stimolare discussioni, curiosità e approfondimenti. La natura argomentativa degli spettacoli quindi, non è stata una vera è propria intuizione ma una naturale evoluzione della nostra vita. Ci siamo lasciati ispirare soprattutto da Franca Rame e Dario Fo, dalla loro leggerezza nell’affrontare temi forti e attuali, guidati dalla voglia di incitare un dialogo ironico e interiore che faccia riflettere ma nello stesso tempo con una risata liberarci dal peso che ci incolla a terra. Così navigando tra grottesco, comico e tragico stiamo sviluppando il nostro linguaggio.

3) Come nasce questa vostra passione?

La nostra passione? Nasce innanzi tutto dal piacere di fare le cose insieme ed è un motore di ricerca personale per uscire fuori da noi stessi e poter esplorare il mondo. Avevamo motivazioni e percorsi differenti, ma un giorno ci siamo incontrati e per tanti motivi e combinazioni abbiamo cominciato. L’incontro di vita si sviluppa in incontro artistico che concretizziamo con il reciproco scambio di saperi. Ciò ci rendeva felici. Una passione però non si ferma al piacere perché si sviluppa quando cominciano le difficoltà. E’ nelle modalità e nell’atteggiamento con cui si superano i problemi che un piacere può diventare una passione. Si dice che un attore è la persona in grado di collezionare più “no” nel corso della sua vita. Non sappiamo se sia vero, ma di certo ne abbiamo collezionati tantissimi, ogni giorno. Grazia a virtù e fortuna però, sono arrivati anche tanti sì che hanno contribuito e permesso di arrivare fino ad oggi.
In ultimo la nostra passione nasce dalla risposta ad una domanda che di tanto in tanto ci poniamo: Ne vale la pena? Fino ad oggi la risposta è stata sempre: Sì, ne vale la pena“.

4) voi stessi affermate che vi concedete al pubblico. In che senso? che rapporto instaurate con chi vi viene a vedere?

Il pubblico per il teatro è vita. Senza il pubblico non esisterebbe il teatro. A seconda del pubblico che hai davanti puoi ricevere ossigeno oppure soffocare e sperare che finisca presto. Come un cantante che si lancia dal palco, sta al pubblico decidere se salvarlo o meno. Ma chi deve fare il primo passo? Chi sta sul palco. Noi cerchiamo di innescare sempre un dialogo all’inizio degli spettacoli per entrare in una modalità di ascolto, di gioco e dialogo reciproco. Per restituire al teatro la sua natura di incontro e confronto. Non esiste la quarta parete e non esistono limiti da non superare. Se succede qualcosa durante la rappresentazione si affronta, si improvvisa, si gioca insieme, insieme al pubblico. Proprio quest’anno abbiamo ricevuto un premio per noi preziosissimo: il Premio del Pubblico al Palio Teatrale Ermo Colle. Nello spettacolo “Criucc,il racconto dei treni della felicità” che abbiamo presentato facciamo questo esempio: il teatro è come fare l’amore, da soli va bene ma in due(o più) è meglio. Anche in questo caso qualcuno deve fare il primo passo, concedersi e sperare che l’altro si lasci andare“.

5) Avete messo in scena uno spettacolo sulla Tav durante l’ultima No Racism Cup in Salento. Potete dire che portate avanti un concetto “militante” dell’arte teatrale?

La cultura non può essere considerata militante, ma certo può essere costellata di scelte. Portare avanti le proprie idee per noi non è una questione di militanza, ma semplicemente necessario. Di certo facciamo un teatro che lancia dei messaggi, questi possono piacere o meno, essere in sintonia con lo spettatore o meno. Ma ci prendiamo la responsabilità delle nostre idee. Spesso si sente dire in ambito teatrale due cose: la prima è che non bisogna mai dare la propria opinione ma lasciare che il pubblico si faccia la sua. La seconda cosa è che il teatro è tutto politico.
Per quanto riguarda la prima questione non siamo d’accordo. Lo spettatore ha e avrà sempre l’ultima parola, l’ultima riflessione, nessuno vuole inculcare o insegnare nulla, ma abbiamo come teatranti la responsabilità di esprimere valori che per noi sono importanti e questo purtroppo è qualcosa che nel mondo dell’arte oggi molte volte manca. Non possiamo risolvere tutto nell’estetica, nella ricerca spasmodica di nuovi linguaggi, o nasconderci dietro alle storie che raccontiamo. Qui arriviamo alla seconda questione. Il teatro per noi non è tutto politico, è politico quando si evince il pensiero che ci sta dietro. Noi siamo antifascisti, anti-sessisti e antirazzisti ci teniamo a portare avanti questi concetti perché pensiamo che siano alla base per un reale e concreto progresso della nostra società”.

6)Sogni nel cassetto in particolare per il futuro ne avete?

Se dovessimo aprire il cassetto dei sogni esploderebbe come una pioggia di coriandoli. Ma quello più ricorrente è che un giorno troveremo un atelier dove poter dare vita a tante idee che per mancanza di spazi e di soldi non vedono luce”.

 

 

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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