Street Art: intervista ad Aladin Hussain Al Baraduni

La street art italiana negli ultimi tempi sta vivendo un periodo abbastanza movimentato in varie parti del Belpaese. Dalla Val Susa a Bologna, passando per Roma, sono molti i luoghi in cui questa forma d’arte viene “istituzionalizzata“, a volte senza che vengano interpellati gli stessi artisti.

Come il caso di Blu, uno dei più celebri street artist italiani dell’epoca attuale, che alcuni mesi fa ha deciso di coprire volontariamente i suoi lavori sui muri di Bologna, affinchè questi ultimi non venissero usati dalla giunta comunale per realizzare una mostra su questo tipo di forma artistica. Pochi giorni fa, invece, in Val Susa tre street artist: due italiani e una francese, sono stati incaricati dalla Telt, la società di gestione che è stata incaricata della costruzione della linea alta velocità Torino-Lione, di realizzare una vera e propria mostra artistica nella galleria dell’alta velocità a Chiomonte.

Pochi giorni dopo uno dei tre artisti, la trentina Laurina Paperina ( suo nome d’arte n.d.r.) si è scusata affermando che era “inconsapevole” del fatto che le sue opere venissero usate in un contesto fortemente criticato come quello legato all’alta velocità. Tutto questo lo ha detto dopo che si sono sollevate feroci voci polemiche dagli stessi attivisti del movimento No Tav in Val Susa.

Per fortuna ci sono anche artisti che vanno contro corrente e che cercano, tramite questa forma d’arte, di dar voce ai vari movimenti e agli attivisti di qualsiasi parte d’Italia. Uno di questi è, senza ombra di dubbio, Aladin Hussain Al Baraduni.

Aladin, yemenita di nascita ma che vive nel nostro paese da più di dieci anni, è uno degli artisti più socialmente attivi del momento. In questi giorni è possibile visitare una mostra , dal titolo “Aladin: dalla valle alla metropoli” e aperta fino al prossimo 21 ottobre, allestita presso l’associazione culturale Officinenove di Roma.

Alcuni giorni fa abbiamo intervistato lo stesso artista e gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su di lui e sul perché gli è venuta questa passione per la street art.

1) Chi sei veramente Aladin? Ci racconti come e dove è nata questa passione per la street art?

Diciamo che sono un artista militante, ho scelto la strada da tanti anni e i muri dei centri sociali autogestiti di Roma e non solo come luogo di lavoro. E’ stata una scelta che mi ha permesso di raccontare le lotte sociali e il dissenso popolare in maniera più ampia, dando la possibilità a chiunque di condividere e partecipare alla costruzione del murales“.

2) Come ti è venuta l’idea di dar vita ad un evento come quello che si tiene in questi giorni presso l’associazione culturale Officinenove di Roma? 

La mostra ad Officinenove nasce parlando con delle amiche e compagne che gestivano il luogo. Il progetto, poi, continua a prendere forma insieme a Monica Perone, anche essa una artista di strada, che mi ha convinto a fare la mostra proprio lì perchè è uno spazio autogestito, sensibile alle tematiche che porto avanti con l’arte e tramite i murales. Finora, da più di dieci anni, non ho mai fatto una mostra personale vera e propria,ma mi sono cimentato solamente in qualche piccola partecipazione o in qualche piccolo evento. Non vado mai nelle gallerie e quindi Officinenove è il posto ideale per me, perchè qui posso portare il conflitto sociale raccontandolo sui quadri. Inoltre è stata un’occasione per parlare di arte di strada insieme a molti artisti interessati ma anche con Valentino Bonacquisti, fotografo e autore del libro “La street art romana attraverso i luoghi di aggregazione sociale”. Un libro molto importante dove è possibile trovare informazioni su moltissimi luoghi e murales che purtroppo non ci sono più a causa di interventi di sgombero e di decoro urbano“.

3) Perchè hai dato il seguente titolo alla mostra: “Dalla valle alle metropoli”, ci sta un qualche significato dietro? Vi è un qualche collegamento con la Val Susa?

Dalla Valle alla Metropoli è anche il titolo di un murales che si trova all’interno del centro sociale di Torino: CSOA Gabrio. In effetti racconta della lotta No Tav in Val Susa e nelle città, tutto questo assieme ad altri argomenti di lotta e di protesta. Il titolo, però, è anche simbolicamente rappresentativo visto che nella mostra ho esposto diverse opere: dal periodo yemenita al primo quadro ad olio realizzato in Italia per arrivare al periodo attuale che è tutto RIOT praticamente“.

4) Nelle tue opere rappresenti spesso, se non sempre, scene di battaglia di piazza? Come mai una scelta artistica del genere?

Secondo me l’artista deve essere vicino a suscettibile a quello che succede intorno a sé. Inoltre ritengo che l’arte debba essere militante e forte nei contenuti. Siccome non vedo nulla di bello raccontato da altri mezzi nelle strade e nelle piazze, sia in Val Susa che a Niscemi, allora uso questo strumento artistico per raccontare questa bellezza e coraggio che invece, secondo me, vi è eccome. Il coraggio di chi veramente, nelle pratiche, dice NO“.

5)  Un tuo bellissimo murales è presente sui muri del CSOA Forte Prenestino. Negli ultimi tempi, a Roma e non solo, la street art sta subendo un vero e proprio processo di istituzionalizzazione dalla politica locale per essere sfruttata da un punto di vista del business: penso ai numerevoli eventi organizzati dal Campidoglio per far conoscere le zone di periferia attraverso veri e propri musei a cielo aperto riguardanti questa disciplina. Come la vivi questa situazione?

Sinceramente penso che l’arte di strada stia subendo un furto culturale, ma anche politico, da parte delle istituzioni del paese ma anche del mondo intero. Si sta snaturando, scemando dalla ribellione e dalla voglia di raccontare quello su cui ci impongono di tacere, per arrivare al semplice profitto, al mercato dell’arte e per lucidare le scarpe di politici vari tramite la gentrificazione delle periferie che stanno vedendo la realizzazione di mega murales come soluzione ai problemi veri. Insomma, si sta usando l’arte di strada come fumo negli occhi per nascondere il fallimento politico di questa o di quell’altra giunta. Ed è proprio qui che si capisce l’importanza di un intervento artistico militante “dal basso” al fine di bloccare questa rapina e per ripristinare una forma d’arte popolare sulla strada. Hanno fatto leggi che proibiscono la realizzazione di murales non autorizzati, con tanto di multa e mesi di galera per gli artisti: siamo proprio arrivati all’assurdo. Abbiamo visto il comune, tramite opere di decoro urbano, intervenire per cancellare opere per le strade perchè ritenute scomode: un esempio può essere la censura a Blu, nel quartiere romano di San Basilio, visto che rappresentava i poliziotti come pecore e maiali. Oppure sono stati cancellati murales che sostenevano la lotta No Tav o che rappresentavano gli scontri del 15 ottobre in piazza San Giovanni a Roma. Anche un murales che trattava la tematica degli sfratti è stato cancellato: insomma, la lista è bella lunga e varia……Ma noi di fatto siamo qua, i muri sono tanti e il grigio non ci piace e non ci fermerà“.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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