SIRIA, “L’ULTIMO GENOCIDIO”: RIFLESSIONI OLTRE LA GEOPOLITICA

“Che questo luogo torni ad essere, prima di ogni altra cosa, una casa di discussione permanente”: auspicio ambizioso, quello di Beppe Giulietti, “padrone di casa” e presidente della FNSI – Federazione Nazionale Stampa Italiana, che il 9 maggio è stata sede della presentazione de “L’ultimo genocidio” (Castelvecchi, pp. 192, 17,50 euro), libro in cui il giornalista Riccardo Cristiano analizza gli eventi in Siria inscrivendoli nel “secolo lungo novecentesco”, contraddistinto da una lunga catena di genocidi (a partire da quello degli armeni) di cui quello siriano, manifestatosi in tutta la sua evidenza ad Aleppo, è solo il più recente.

Auspicio, quello di Giulietti, pienamente realizzato, perlomeno stando all’intensa discussione suscitata dal lavoro di Cristiano: un incontro che, partendo dall’analisi puntuale del complesso contesto siriano, ha saputo stimolare una serie di riflessioni non scontate, ispirate non solo dalla controversa copertura mediatica della vicenda siriana ma anche e soprattutto dalla necessità, non più rinviabile, di riportare al centro della discussione la questione dei diritti umani, al netto delle pur importanti analisi geopolitiche.

LEGARE IL TESTO AL CONTESTO: ANDARE OLTRE LE STRATEGIE MILITARI – La frenesia degli aggiornamenti giornalistici, che deriva dall’esigenza di sfornare news a ritmo quotidiano, può spesso sfociare in una confusione di fondo, che non consente di comprendere appieno il quadro d’insieme. “Uscire dalle cartine geografiche”, è il monito lanciato da Beppe Giulietti.  Ciò è particolarmente vero nel caso della Siria: se dunque da una parte è relativamente facile trovare ricostruzioni belliche, analisi strategiche e approfondimenti del famoso “scacchiere internazionale”, altrettanto non può dirsi dello studio del tessuto sociale siriano. Una comprensione reale, infatti, non può fare a meno di una conoscenza solida del contesto di riferimento, e si tratta di un lavoro che non può limitarsi allo studio degli ultimi dieci anni di avvenimenti; il libro di Riccardo Cristiano si basa su una conoscenza non superficiale della Siria, ed è in grado di fornire una descrizione accurata e finalmente organica del conflitto siriano. Il “testo legato al contesto” non è una mera astrazione intellettuale ma un metodo di lavoro che sa mettere in fila i fatti e inserirli in un quadro d’insieme in cui la formazione di un punto di vista non è mai disgiunta dall’analisi delle diversità:  in un area in cui l’analisi sociale è spesso legata al solo ambito religioso.

I FATTI NON PARLANO DA SOLI – E’ proprio riprendendo le fila della riflessione di Giulietti sulla velocità della macchina dei media che Amedeo Ricucci – giornalista RAI, autore di numerosi servizi dalla Siria, “Come muore Aleppo” uno dei più incisivi sull’assedio della città di dicembre 2016 – ha iniziato il suo intervento. Se è vero – come è vero – che la rapidità del sistema-news aumenta esponenzialmente il rischio di far sì che ogni notizia cancelli la precedente, il pericolo maggiore è che si fatichi a capire e far capire. In questo senso il libro è illuminante per due motivi: non solo fornisce un quadro d’insieme completo della guerra siriana – un quadro d’insieme che in effetti mancava – ma è anche in grado di smentire il luogo comune secondo cui “i fatti parlano da soli”. I fatti, afferma Ricucci, non parlano da soli: affinché parlino bisogna saperli mettere uno dopo l’altro, bisogna aspettare che siano essi a parlare, resistendo alla nociva pulsione giornalistica di piegarli alla volontà di metterli al servizio della propria visione.

I TRE PUNTI DI SVOLTA – Mettendo in fila i fatti, ha proseguito Ricucci, sono individuabili tre momenti-chiave: il massacro della Ghuta di agosto 2013, l’ascesa dell’ISIS di giugno 2014, l’intervento russo di fine agosto/inizio settembre 2015.

Agosto 2013, il massacro della Ghuta: tra 20 e 21 agosto venne portato a termine un attacco chimico in più località della Ghuta occidentale e orientale, alla periferia di Damasco, presso villaggi allora controllati dai ribelli; una carneficina in cui si registrarono almeno 1400 morti, nonostante non ci siano cifre ufficiali. Non ci sono prove dirette della responsabilità di Assad, anche perché il rapporto ONU che si è occupato del caso certificò semplicemente che si trattò di attacco chimico. Tuttavia, essendo un fatto che fu un attacco aereo, ed essendo un altro fatto che i ribelli non posseggono aviazione, sulla paternità governativa del massacro non possono esserci dubbi. La famosa “linea rossa” di Obama, secondo cui qualsiasi attacco con armi chimiche avrebbe causato l’intervento statunitense nel conflitto, rimase lettera morta anche per la mancata certificazione ONU della responsabilità di Assad, ma questo non basta a spiegare né a giustificare la riottosità statunitense, basata su di un “superficiale realismo” di fondo.

Una riottosità che deriva, tuttavia, anche dal precedente libico, il ricordo del quale probabilmente suggerì di imboccare la strada dell’ “era meglio quando si stava peggio”, quella nefasta teoria del “male minore” secondo cui, in nome di una qualsiasi stabilità – non importa se scaturita dal pugno di ferro del dittatore di turno – , si chiudono entrambi gli occhi su vere e proprie tragedie umanitarie, in cui migliaia di civili sono immersi mani e piedi. Nel finale di partita libico, come spesso accade, alla prontezza dei bombardamenti non è seguita una seria pianificazione del contesto post-bellico dopo la fine di Gheddafi; subito dopo, anzi, si infiammò la guerra civile in Mali e scoppiarono definitivamente i disordini nell’Africa subsahariana. La comprensione delle vicende legate alla “scatola di sabbia” (per come Gaetano Salvemini definì la Libia) è dunque centrale per capire anche l’atteggiamento USA in quel momento.

Giugno 2014, l’ascesa dell’ISIS: il rapido avanzare del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi ebbe l’effetto di creare una vera e propria bolla mediatica attorno alla vicenda siriana: improvvisamente scemò l’interesse per la resistenza del popolo siriano e, soprattutto, per le iniziative politiche portate avanti. Iniziative incisive, elaborazioni politiche che, in alcuni casi, sono sfociate in concrete esperienze di autogoverno – vedi i Consigli Locali, il primo dei quali fondato dalla straordinaria figura di Omar Aziz, su cui da poco è uscito il libro “Prima che parli il fucile” (Mesogea 2017, 112 pp, 12€) del Collettivo Idrisi – , ma da quel momento completamente ignorate dai media. Da lì, soprattutto da lì, prese piede l’assunto “non c’ è alternativa ad Assad”, sempre da lì si consacrò definitivamente la teoria “Assad male minore”. La rete-Voltaire russo-siriana che Cristiano denuncia nel libro ha mirato e mira a questo, a inquinare i pozzi dell’informazione: così da presentare Assad come l’unico, efficace baluardo anti-ISIS, in ovvia collaborazione con Putin. Ma si tratta di una ricostruzione distorta, che finge di non sapere che fu proprio Assad, con un amnistia nel giugno del 2011, a liberare migliaia di jihadisti, col duplice intento – in effetti pienamente riuscito – di accreditarsi come argine alla minaccia del Califfato, da una parte, e di sporcare la Rivoluzione siriana, dall’altra, facendola passare come un unico blocco accomunato dalla matrice jihadista.

Agosto-Settembre 2015, l’intervento russo: l’ingresso massiccio della Russia di Putin al fianco delle forze governative è stato l’ago della bilancia grazie al quale Assad ha potuto rovesciare in suo favore le sorti del conflitto. A questo proposito – continua Ricucci – è utile puntualizzare che, al netto di analisi univoche, non c’è un terrorismo solo nel contesto siriano, bensì 3, come 3 sono le “guerre sante”: quella di Daesh, quella del regime di Assad (responsabile di circa il 70-80% dei morti in Siria) e infine quella degli sciiti, portata avanti dalle milizie di Hezbollah, ma anche da quelle iraniane, irachene, azare, afghane. Questo porta a dire senza timore di smentita che se finirà – ed è purtroppo, oggi, la prospettiva più verosimile – con un vittoria di Assad, non sarà tanto la sua vittoria quanto piuttosto quella di chi l’ha sostenuto.

GENOCIDIO: LE RAGIONI DEI DIRITTI UMANI – Anna Foa – docente universitaria – non ci ha girato intorno: la parola genocidio, contenuta nel titolo del libro, è più che appropriata; perché di genocidio si tratta. Il silenzio che non di rado accompagna l’evolversi dei genocidi ha avuto ed ha, nel caso siriano, una peculiarità che si configura un valore aggiunto: il silenzio è frutto anche di una precisa scelta politica, tanto più assurda se proviene da una sedicente sinistra, che si può riassumere efficacemente nel mantra “mai contro Putin”. Un mantra pericoloso, che si basa su un antiamericanismo vecchio e acritico che non ha ragion d’essere, e che è il motore propulsore di quella tendenza “rossobruna” che si diffonde a macchia d’olio. Da qui si deve partire se si vuole cogliere l’origine dell’idea “Assad male minore”, se si vuole capire come e perché questa idea non solo sia potuta nascere, ma sia riuscita ad attecchire, radicandosi profondamente. La favoletta di Assad baluardo anti-Isis è figlia anche di questa impostazione.

La questione che si pone, o perlomeno che dovrebbe essere posta con urgenza, è quella dell’intervento umanitario. Sarebbe dovere metterlo a punto, perché le ragioni umanitarie ci sono e sono evidenti; tuttavia l’Italia si è spesso opposta, perché vede questo tipo di intervento come un mezzo pretestuoso per appoggiare gli USA. Questa è una tra le esitazioni che mortificano la valenza dei diritti umani, che così vengono svuotati di significato ed oscurati in favore di riflessioni meramente geopolitiche: riflessioni certo necessarie, ma che non intaccano minimamente la questione più grave ed importante, il fatto che dovrebbe sempre rimanere centrale: la gente che muore. E’ ora, conclude Foa, che quest’Europa si occupi di diritti umani in via prioritaria, per dissipare quello che ormai è molto più di un sospetto, cioè che l’indifferenza sia essenzialmente frutto di un cinico calcolo politico, che mira alla “stabilità ad ogni costo”.

IL “NOI DELLA SOFFERENZA” E IL MALE DA SMASCHERARE – “L’Ultimo Genocidio” è un libro prezioso perché, oltre a fornire un’analisi accurata degli eventi, è anche l’occasione concreta per tornare ad alzare la voce su ciò che sta accadendo in Siria”. Padre Camillo Ripamonti – presidente del Centro Astalli – ha impostato il suo intervento dedicando il primo pensiero alle vittime, tra cui i rifugiati. Rifugiati a cui noi europei abbiamo chiuso le porte in faccia firmando un infame accordo con la Turchia, deliberatamente scegliendo di tenerli fuori; questo giustifica, purtroppo, il sottotitolo del libro di Cristiano, “hanno vinto i nemici del dialogo”, perché è proprio il dialogo ad essere stato negato, assieme a quella che è la domanda più importante e scomoda di tutte, perché è anzitutto a noi stessi che dovremmo rivolgerla: ma a questo dialogo – da pensare, costruire, sostenere – noi siamo pronti?

In questo contesto si inserisce l’intervento di Papa Francesco, il cui tentativo di riannodare la trama del dialogo – e se necessario di ripensarlo da capo – è mirato non solo a smascherare il male ma anche a costruire la pace; per un ruolo volto alla predicazione della riconciliazione che configura un modo specifico di essere e sentirsi cristiani. La minaccia del terrorismo, anzi dei terrorismi citati da Ricucci, si innesca soprattutto dall’evocazione di quel giorno del giudizio che viene sempre brandito come in perenne avvicinamento; ma il sostrato ideologico che c’è sotto ha poco o nulla a che fare con l’elemento religioso in quanto tale, prova ne è la tragedia del popolo siriano: una tragedia, appunto , del popolo siriano, di tutto il popolo siriano, ferito trasversalmente e deprivato di diritti che sono di tutti, non solo di musulmani o di cristiani. Questo ci consente di individuare un “noi della sofferenza” che travalica le distinzioni religiose e fotografa un disastro umanitario di una popolazione.

RELIGIONE ED AUTORITA’, VIOLENZA E CONTRAPPOSIZIONE: ALCUNI SPUNTI – Riccardo Cristiano, l’autore del libro, ha voluto aggiungere al dibattito qualche spunto di riflessione non scontato. Andando a ritroso nella storia, il giornalista ha preso la figura di Atatürk per sottolineare che, tra i motivi della sua esaltazione come figura storica rilevante, ci sia tra le altre cose anche l’abolizione del Califfato (1924); questo, riflettendoci oggi, ci porta a una domanda rilevante: può un pensiero, una religiosità, prescindere da qualsiasi forma di autorità?

Il Papa è stato uno dei pochi a capire che a fondamento delle violenze ci sono cause diverse; risulta evidente che, nel caso della Siria, sia da escludere la violenza per contrapposizione. Riprendendo il pensiero di René Girard, e in particolare il suo concetto di rivalità mimetica – a suo tempo usato dal filosofo in relazione a Bin Laden e l’attacco alle Torri dell’11 settembre 2001 – , Cristiano ha sottolineato come non sia il contrasto, la differenza, ad originare il grosso della brutalità del conflitto, bensì la mimesi, la sostituzione assimilativa. Assad e Daesh, presunti nemici, sopravvivono insieme, in un gioco di ruolo in cui la narrativa della contrapposizione, che non trova alcun riscontro effettivo nella realtà, è il furbo strumento propagandistico che viene usato a scopi interni.

IL RISVEGLIO RELIGIOSO E IL RUOLO DEI CRISTIANI – Riproponendo l’esempio libico, Amedeo Ricucci ha provato a dare un quadro del post-Gheddafi che fosse utile per comprendere l’attuale centralità dell’elemento religioso. Sotto il regime di Gheddafi era severamente punita l’ostentazione di simboli religiosi; questo è uno dei motivi per cui durante la transizione successiva al dittatore il fattore religioso ha assunto da subito un peso specifico rilevante. Per quanto paradossale possa apparire, l’esperimento del socialismo arabo ha avuto l’effetto di rafforzare la rilevanza della religione: anche così si spiega come forme solide e strutturate di Islam politico, come i Fratelli Musulmani, abbiano ripreso centralità e vigore una volta che l’esperimento socialista vide la sua fine. In questo senso, si può dire che la religione fu “messa da parte” in attesa di tempi migliori; tempi che ora appaiono maturi.

Smascherare la violenza mimetica, ha affermato padre Camillo Ripamonti, è ciò che Papa Francesco prova a fare per mezzo dello scardinamento della relazione potere-violenza-religione. L’incontro tra le persone è l’unico mezzo in grado di disinnescare quel connubio di potere e violenza che è causa e anche conseguenza delle divisioni settarie.

Alberto Bobbio ha aggiunto un ulteriore elemento, ponendo una questione chiave in riguardo ai cristiani d’Oriente. Sì, è vero che il Papa ha assunto una posizione di netta condanna verso la violenza, ed è vero che le sue recenti uscite nell’area – vedi la visita in Egitto col ragionamento sul Patto del Sinai – hanno dimostrato che non si tratta di un atteggiamento di facciata; tuttavia, se da una parte troviamo il Papa e anche Parolin, dall’altra c’è una buona parte della Chiesa che ritiene i Cristiani debbano essere protetti dal dittatore di turno, secondo uno schema neo-ottomano che mira a opporsi alle istanze di Francesco tornando indietro nel tempo. Questo elemento è cruciale, e si configura come una vera e propria schizofrenia soprattutto interna alla Santa Sede; schizofrenia che Cristiano racconta nel suo libro, ad esempio quando descrive i nefasti rapporti tra alcuni cattolici libanesi e le milizie di Hezbollah. Altro attore non certo di secondo piano che si schiera per questa neo-ottomana “linea della tranquillità dei cristiani” è la Congregazione per le Chiese Orientali.

Proprio nella frattura originata da questa schizofrenia, ha aggiunto Ricucci, si inserisce l’ISIS: nell’ultimo numero di Ar Rumiya,la loro rivista patinata, si trova un’analisi sui motivi per cui è giusto uccidere i cristiani.

JOSEPH HALEVI E LA SEDICENTE SINISTRA – In conclusione, Riccardo Cristiano ha voluto chiudere l’incontro con le parole accorate di Joseph Halevi, che smascherando l’antimperialismo ottuso di una sedicente sinistra che si ostina a difendere Assad e Putin in nome di una divisione bipolare di un mondo che non esiste più, ha deciso pubblicamente di interrompere ogni rapporto con chi non riconosce Bashar al-Assad per quello che è: un dittatore sanguinario.

Laureato in Scienze Politiche – Relazioni Internazionali. Attualmente: autore presso Oltremedia, chitarra e voce presso Distordine. Mi piace leggere, scrivere e suonare, appassionato/ossessionato di politica estera (soprattutto Medio Oriente) e di prog-rock. Tanti dubbi, poche certezze ma granitiche. La prima: antifascista

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