Se questa è una resa

Alla fine è arrivata. La tanto attesa lettera del ministro Varoufakis è stata consegnata all’Eurogruppo che, viste le difficoltà negoziali apparentemente insormontabili dei giorni addietro, ha accolto con soddisfazione la proposta greca. Più commentata che analizzata e più citata che letta, la lettera con cui Syriza ha evitato l’interruzione degli aiuti europei e il conseguente default sul debito presenta alcuni caratteri interessanti. Procediamo con ordine e cerchiamo di valutarne attentamente gli aspetti politici.

La campagna elettorale di Syriza, nata e costruita a partire dal Programma di Salonicco, ha puntato su pochi efficaci fattori: discontinuità con il pronismo dei precedenti governi verso la Troika, sviluppo di politiche progressiste in ambito europeo e risoluzione della crisi umanitaria in Grecia. I discorsi elettorali del carismatico Tsipras hanno sempre insistito sulla necessità di cambiare il vincolo esterno per rimuovere il vincolo interno. Per risolvere il dramma della cospicua fetta di popolazione sotto la soglia di povertà, della disoccupazione oltre il 25%, dei servizi sociali inesistenti e dei salari ai minimi storici occorreva necessariamente passare sotto la tenaglia europea. A proposito di Europa dunque, il programma si Syriza prevedeva la convocazione di una conferenza sul debito, un massiccio piano di investimenti pubblici per rilanciare le economie e maggiore solidarietà tra gli stati membri attraverso la creazione di un’unione fiscale. Con queste premesse, a elezioni vinte, Syriza si presenta a Bruxelles e la strada ovviamente è tutta in salita. Da Berlino fanno sapere che il neogoverno non ha alcun potere contrattuale, il Fondo Monetario ha bloccato già a dicembre 2014 i suoi aiuti al paese in attesa del risultato delle urne e in Europa nessun governo eletto, al netto delle cravatte regalategli durante il tour europeo, si schiera apertamente con Tsipras. Dopo i primi negoziati con Ecofin ed Eurogruppo si capisce subito che la situazione è estremamente avversa al governo greco: la Troika non è più stata interpellata come controparte politica, questo è vero, ma nemmeno le contrattazioni vis à vis con i governi hanno lasciato molti margini di azione Tsipras e Varoufakis. La questione, in estrema sintesi, può essere riassunta come segue. L’Europa di oggi, seppur claudicante, non è più quella del 2010 o del 2012, gli attivi bancari europei sono molto meno esposti verso l’economia greca e la tenuta dell’euro non sembra a rischio visto che Syriza, è bene rimarcarlo con forza, non ha in alcuna istanza avanzato l’eventualità di un recesso dalla moneta unica o dall’UE. Con il vento contrario e con tre miliardi di euro defluiti dai bilanci delle banche greche in pochi giorni, il governo di Atene ha trovato finalmente un accordo lunedì scorso con l’Europa.

A questo punto si è aperto il valzer di opinioni più o meno opinabili. L’accordo contrattato con l’Unione è molto lontano dal programma di Salonicco, ma dopo solo un mese di governo, viste le premesse, sarebbe stato strano se non fosse stato così. E invece a sentire i media nostrani, come arguisce Dimitri Deliolanes sul manifesto.info, non solo Tsipras avrebbe perso, ma avrebbe anche esultato in maniera scomposta al gol della Merkel. La Repubblica.it lunedì scorso titolava “Grecia, la resa di Tsipras: restano i tagli agli statali e l’austerity”, il Corriere della Sera scriveva invece “Grecia salva, Tsipras in ritirata, trionfa Berlino. Trovato l’accordo. Syriza cede su tutto […]”, il Sole 24 Ore parla di un “brusco risveglio per Syriza” e così via con profezie di una disfatta annunciata che ciascuno si accaparra il gusto di aver previsto prima e meglio degli altri. Ma la lettera inviata da Varoufakis all’Eurogruppo contente il programma del governo greco per i prossimi quattro mesi, qualcuno avrà provato davvero a leggerla?

Partiamo dagli elementi negativi, che sono frutto di un compromesso particolarmente gravoso e certamente insoddisfacente. La Troika, pur declassata ad organo tecnico, continuerà ad avere un ruolo molto incisivo sull’economia greca, mancano molte delle tutele sociali promesse, il paese dovrà continuare a conseguire significativi avanzi di bilancio, i piani delle privatizzazioni non sono stati sospesi e, soprattutto, entro aprile il governo dovrà dare nuovi dettagli più precisi relativamente alle sue proposte. Sul fronte degli aspetti positivi, occorre innanzitutto sottolineare che il paese è riuscito a non rompere con l’Europa, a non arrivare al default e soprattutto a reintrodurre una serie non banale di tutele sociali: innalzamento del salario minimo, riassunzione dei dipendenti pubblici licenziati ingiustamente, elargizione di aiuti a circa 400 famiglie senza reddito e lotta agli oligarchi. A proposito di oligarchi: quello che forse in Italia ci è sfuggito, è che Syriza ha vinto senza l’appoggio dell’élite finanziaria del paese, vero policy maker greco dalla fine della dittatura dei colonnelli. Le misure che i quotidiani sopracitati hanno chiamato con tono beffardo “liberalizzazioni”, cosa che effettivamente sono, e “deregolamentazioni”, cosa che non hanno l’aria di essere, minano molti degli interessi degli oligarchi greci creando un terremoto in un sistema di potere lungamente consolidato. Le leggi sul controllo dei soldi alla stampa e ai partiti, la lotta al contrabbando di tabacco e carburante, la promozione della trasparenza per le imprese e il controllo pubblico sulle gare d’appalto non sembra possano essere derubricate con nonchalance a semplice deregolamentazione come se si trattasse di Reagan o della Thatcher. Si parla di maggiori controlli sul sistema bancario, di strumenti legali per favorire la ristrutturazione dei debiti, l’introduzione di aiuti alle classi meno abbienti e di severi controlli sull’elargizione di servizi d’invalidità e di trasferimenti di altro genere; si parla di flessibilità in compatibilità con la chiarezza degli accordi contrattuali, lotta alla povertà con misure non pecuniarie come i buoni spesa e riqualificazione dei disoccupati. Dov’è la deregulation?

La cosa più sorprendente dell’accordo è la quasi totale mancanza di numeri e di cifre. I contabili di Bruxelles, ansiosi solo di ricevere previsioni numeriche di entrate e di uscite, hanno accettato un programma assolutamente privo di definizioni quantitative. Per i dettagli tecnici della vicenda, che saranno discussi con la ex Troika, ci sarà tempo fino ad aprile. Altra cosa che viene poco evidenziata, è che l’allungamento delle scadenze dei prestiti Efsf è di soli quattro mesi, dunque il governo greco avrà tempo fino a quella data per stabilizzarsi a livello interno e poi potrà riaprire la partita europea. Le misure applicate, per stessa dichiarazione del patto, sono irreversibili e non modificabili unilateralmente, ma dando un’occhiata al testo pare che i presupposti per adempiere gli obblighi elettorali ci siano tutti. Ultima postilla: a dicembre prossimo si vota in Spagna. Chissà che Tsipras non voglia temporeggiare in attesa di capire cosa farà l’alleato nel gruppo Gue/Ngl Pablo Iglesias di Podemos con cui ha più volte scambiato cenni d’intesa.

Sono Fabrizio Leone e ho 21 anni. Iscritto ad economia, studio tutto tranne quello che prevede la mia facoltà. Ho scritto sul quotidiano articolotre.com e da oltre due anni lavoro per oltremedianews.it, di cui sono uno dei fondatori. Mi interesso di liberismo economico, teorie monetarie, politiche sociali, musica rock-blues e mi piace pontificare anche dove non passa l’acqua. Se dovessi scegliere chi essere direi me stesso, ma con la scrittura di Calvino. Non ho mai twittato, lo giuro.

Contatti: fabrizio.leone@oltremedianews.it

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