Scuola Diaz: la testimonianza di Lorenzo Guadagnucci

La sera del 21 luglio 2001, l’ultimo giorno in cui si svolgeva il G8 di Genova del 2001, avvenne la retata della polizia alla scuola Diaz-Pertini del capoluogo ligure. Insieme ai fatti di Piazza Alimonda, in cui perse la vita il ventitreenne Carlo Giuliani, questo viene ricordato come uno dei momenti più bui di quelle ore di protesta.

Alla fine dell’assalto si contarono ben 93 fermati e circa una sessantina di feriti; nonostante ciò, ancora oggi, è difficile capire perchè avvenne questo evento. La polizia, per giustificare la decisione, disse che la Diaz era un covo dei cosiddetti “black bloc, i principali autori delle devastazioni avvenute in quei giorni.

Per mostrare qualche testimonianza e per poter difendere la loro decisione, le stesse forze dell’ordine mostrarono alla stampa, durante la conferenza stampa della mattina dopo, due bottiglie molotov che, secondo le parole della polizia stessa, erano state trovate all’interno dell’edificio scolastico. Inoltre, uno dei poliziotti che partecipò alla retata della Diaz, tale Massimo Nucera, si autolesionò il giubotto che indossava, in maniera piuttosto maldestra, e disse, davanti ai giornalisti, di essere stato aggredito da uno degli “occupanti” della scuola.

Per fortuna si capì subito che, entrambe queste testimonianze, erano totalmente false, così come il pretesto per cui era stato eseguito l’assalto alla Diaz. Nonostante tutto, però, nessuno di coloro che prese tale decisione pagò con un giorno di carcere per quello che avvenne.

Sono stati molti gli attivisti che hanno subìto una violenza immane e totalmente gratuita solamente perchè si trovavano nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Tra coloro che rimasero coinvolti in questa vicenda possiamo citare anche due giornalisti: l’inglese Mark Covell, che venne brutalmente picchiato senza un perchè all’esterno della Diaz poco prima che iniziasse la retata, e Lorenzo Guadagnucci, che invece si trovava all’interno della scuola e assistette in prima persona a quella “macelleria messicana“.

Alcuni giorni fa abbiamo intervistato lo stesso Guadagnucci, che attualmente lavora al “Quotidiano Nazionale“, e che, dopo quella sera, decise di scrivere un libro intitolato “Noi della Diaz. Guadagnucci, nel corso di questi anni, si è interessato in prima persona nel cercare di capire il perchè di tutta quella violenza avvenuta a Genova e insieme ad altri testimoni di quei giorni, primo fra tutti Vittorio Agnoletto, si batte tuttora perchè, prima o poi, venga fatta veramente giustizia.

Leggi: Intervista ad Agnoletto a 15 anni dai fatti del G8 di Genova

1) Per quale motivo si è recato a Genova nel luglio del 2001 in occasione del G8?

” Io sono andato a Genova nel giorno libero dal lavoro; faccio il giornalista ma non ero inviato per il mio giornale. A quell’epoca seguivo il movimento, conosciuto come il movimento dei movimenti, ed avevo interesse per questa novità che c’era e che stava emergendo. A dirla tutta, il mio interesse iniziale era rivolto alle economie solidali, di cui mi occupavo già da un po’, ed in particolare al commercio equo-solidale. A quell’epoca, inoltre, avevo in mente di scrivere un libro su questi aspetti e perciò ho cominciato a seguire il movimento: ero stato, ad esempio, a Porto Alegre in occasione del Primo Forum Sociale Mondiale nel 2001. Dopo quell’avvenimento di gennaio l’appuntamento più importante era Genova e, di conseguenza, mi sono recato lì per questa ragione“.

2) Come mai è finito a dormire alla Diaz? E’ stata una sua scelta personale o è stato indirizzato lì da qualcuno?

” E’ andata così: mi sono recato a Genova in treno partendo la mattina da Imola, perchè a quel tempo abitavo lì vicino, con la CGIL. Mi ero portato un sacco a pelo e contavo di trovare una sistemazione, dove capitava, lì a Genova sapendo che c’era questa opportunità. Sono partito prima dell’alba e, una volta arrivato, il primo luogo in cui sono andato era il centro stampa del Genova Social Forum alla scuola Diaz, situato in via Battisti, che, in realtà, sono due scuole una di fronte all’altra: la Pascoli e la Pertini. Lì, la mattina, lasciai il mio zaino e le cose che mi ero portato dietro prima di dirigermi verso la città per seguire il corteo. La sera, una volta tornato a prendere i miei averi, chiesi a chi era lì un consiglio su dove passare la notte e mi fu indicato l’edificio di fronte: la scuola Diaz-Pertini, un luogo adibito ad ospitare le persone per dormire nei giorni precedenti. Se non ricordo male il motivo era che aveva piovuto e, quindi, le persone erano state sgomberate da un campeggio non più agibile e la Diaz, che inizialmente doveva servire per ospitare delle associazioni, fu utilizzata come dormitorio. A me sembrò il posto più pratico dove trovare un posto per dormire“.

3) Ci racconta, brevemente, cosa è successo nei giorni e nei mesi dopo i fatti della Diaz? Ha subito processi e si è dovuto difendere da accuse totalmente inventate?

 E’ una cosa complessa. Dal punto di vista processuale, nei miei confronti non c’è stato nessun esito. All’inizio sono stato accusato di devastazione e saccheggio, di finalizzazione a delinquere, porto d’armi e resistenza a pubblico ufficiale. Tali accuse sono rimaste in piedi per qualche anno perchè, se non ricordo male, la chiusura dell’inchiesta contro di noi avvenne nel 2004. Sono rimasto indagato per tre anni per un’inchiesta che alla fine non ha portato a niente e il caso è stato archiviato. A ciò, però, bisogna aggiungere tutto il resto: ad esempio il trauma violento che ho avuto sul piano personale. Da allora, soprattutto, è cominciata l’attività, che continuo a svolgere tuttora, di azione, di testimonianza, di ricerca della verità e di rivendicazione di giustizia. Le tre cose principali che ho portato avanti negli anni seguenti sono state testimoniare in pubblico, nelle varie occasioni che mi si offrivano, scrivere il libro “Noi della Diaz” nell’estate stessa, che è stato pubblicato nel gennaio 2002, e poi fondare con altre persone il comitato “Verità e Giustizia per Genova” nel luglio 2002, ad un anno esatto dai fatti“.

4) Come mai ha deciso di scrivere un libro intitolato “Noi della Diaz”? C’è qualche motivo in particolare che l’ha spinta?

” E’ stato un insieme di cose. Sicuramente, a distanza di tempo, ho capito che vi era un bisogno di sfogare e di esprimere il mio trauma in qualche modo. Scrivere il libro, per me, è stata un’opportunità di fare questa operazione. Inoltre, in quel momento, era molto forte l’idea di capire perchè e come mai fosse successo un fatto del genere. Ricordo che, durante le prime presentazioni che organizzai dopo l’uscita del libro, diverse volte cercai contatti con i sindacati di polizia perchè mi dessero l’opportunità di capire, di entrare in questo mondo che all’improvviso mi era cascato addosso e di cui sapevo pochissimo. Inoltre, un fatto che ricordo bene, e che si vede nel come è stato costruito il libro, è che non è un semplice libro di denuncia ma una sorta di diario di quello che ho vissuto. C’era la voglia di testimoniare, visto che ho avuto questa possibilità di vedere le cose dall’interno e quindi avevo una posizione privilegiata. Un’altra cosa che mi faceva soffrire era che le violenze e la repressione avevano fatto sparire il senso delle giornate di Genova e le finalità del movimento. Per questo il diario di quello che mi è successo si accompagna al racconto di cosa era quel movimento. Vi è un doppio binario che scaturiva dal mio desiderio di non far sparire quelle buone ragioni che io ritenevo esserci nel movimento“.

5) Tra pochi giorni cadrà il quindicesimo anniversario dai fatti del G8 del 2001. Lei come vive lo vive questo evento? Prova qualche sentimento in particolare? Tornerà a Genova per ricordare o cercherà di tenersi in disparte?

 No, tornerò a Genova dove, il 21 luglio, è prevista una serata all’interno della scuola Diaz sul tema della tortura. Ci tornerò perchè credo che la vicenda Genova, nonostante sia passato così tanto tempo, non è chiusa per il nostro paese visto che non abbiamo fatto veramente i conti sul piano storico e politico di quello che ha rappresentato quella vicenda sia per le ragioni del movimento, descritte prima, sia per le ricadute che quella violenza e gli usi di potere hanno tuttora. E’ una pagina ancora aperta perchè anche a fronte dei processi e delle condanne arrivate, come quella giunta all’Italia dalla Corte Europea per i Diritti Umani con un giudizio molto pesante sulle nostre istituzioni, è evidente questa difficoltà enorme del nostro paese a prendere provvedimenti per garantire i diritti fondamentali, per fare in modo che ciò che è successo a Genova non si ripeta e per intervenire sulle forze dell’ordine che hanno bisogno di essere aiutate a rispettare standard democratici, di trasparenza e di credibilità rispetto ai cittadini che hanno in larga parte perduto a Genova, nei mesi e negli anni seguenti. Per questo ritengo che è una vicenda aperta e credo che l’occasione di questo importante anniversario sia quella di rileggere il nostro recente passato e di fare una operazione di verità su quello che siamo tuttora. Io credo che quella ferita, quello squarcio e quel rendersi conto del volto violento di una democrazia, della sua incapacità di stare dalla parte dei cittadini, come avvenuto nel 2001, non è poi così tanto cambiato. Questa è l’operazione di verità che dovremmo fare“.

6) Nel film di Vicari, che tratta dei fatti della scuola Diaz, la sua figura ha ispirato il personaggio interpretato da Elio Germano. Come l’ha vissuta questa cosa? Le ha fatto piacere?

” In realtà la vicenda è stata un po’ sofferta nel senso che con il regista e con il produttore abbiamo avuto qualche dissenso, soprattutto al momento della presentazione del film da parte loro, visto che vi era qualche divergenza sulla realizzazione dell’opera. Credo che il film sia molto fedele nella ricostruzione di un fatto: il racconto di quello che è avvenuto all’interno della scuola, e le violenze che sono mostrate corrispondono a fatti concreti quindi, da questo punto di vista, è un film assolutamente corretto. Le carenze ci sono riguardo ad altre parti. Il fatto che mi sono ritrovato descritto in questo modo in un film non è che mi abbia colpito più di tanto poiché questa vicenda l’ho vissuta senza volerlo e tutto ciò che ho fatto e continuo a fare, per me, ha il significato di un’azione dovuta. Io mi sono ritrovato lì, insieme ad altre 91 persone, ma poteva esserci chiunque. Per questo, ritengo che fosse un obbligo quello di testimoniare per conto di tutti. Non si tratta di un sopruso personale fatto a me ma fatto a chiunque era lì e quindi credo che essere cittadini consapevoli implichi, in casi del genere, di assumersi il compito di agire e reagire da abusi di potere di quel genere. Non è così piacevole proseguire, dopo molti anni, un lavoro di questo tipo perchè, anche se per le persone da fuori non si vede, come dicono tutti i torturati, quando subisci quelle violenze rimani segnato per sempre e non le dimentichi. Per questo, il mio vissuto rispetto questa vicenda è ambiguo: da un lato vi è una voglia di giustizia e di libertà di testimoniare; dall’altro, però, vi è anche una sofferenza per aver subito quel tipo di violenza che rimane. Il film mette in luce questo lato che però non è il punto centrale del film stesso“.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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