Rohingya: La persecuzione di un popolo

Perseguitati, cacciati, respinti: il destino dei rohingya sembra essere marchiato a fuoco col segno della sofferenza. La cronaca più recente racconta di scontri molto violenti avvenuti al confine tra Birmania – patria dei rohingya – e il Bangladesh, dove la popolazione stava cercando di fuggire; il governo birmano ha da poco dichiarato la fine della dura azione repressiva contro i rohingya. Si stima che al momento siano quasi 70mila i Rohingya in fuga dalla persecuzione religiosa dei buddisti, mentre l’intera etnia residente in Birmania ammonterebbe a circa 1,1 milioni. Ma chi sono i rohingya, e perché vengono perseguitati?

CHI SONO I ROHINGYA – Concentrati nello Stato di Rakhine, nella Birmania nord-occidentale, i rohingya sono un gruppo etnico di religione musulmana; oltre che in Birmania, minoranze più esigue di rohingya sono anche in Arabia Saudita, in Pakistan e in Bangladesh. Lo Stato di Rakhine è abitato da circa 3 milioni di persone, di cui la stragrande maggioranza di fede buddista: in quest’area il numero della popolazione rohingya sarebbe più di un milione. Loro affermano di essere discendenti di mercanti arabi arrivati nell’antico regno di Arakan – oggi Stato di Rakhine – sin dal Quattrocento , ma il governo birmano rifiuta da sempre questa ricostruzione e ritiene i rohingya un’etnia bengalese arrivata sul territorio con la colonizzazione britannica del 1823, e da allora residente in modo clandestino sul territorio birmano.

STORIA DI UN POPOLO PERSEGUITATO – I rapporti tra la preponderante maggioranza buddista e la minoranza rohingya non sono mai stati idilliaci, e si tratta di un conflitto interno le cui cause si perdono negli anni; tuttavia possiamo far risalire l’origine della più recente persecuzione verso i Rohingya alla Seconda Guerra Mondiale, quando la minoranza musulmana rimase fedele ai colonizzatori britannici mentre la maggioranza della popolazione di Arakan si schierò col Giappone, forza occupante. Nonostante entrambe le fazioni in lotta siano state perseguitate dai governi birmani succedutisi dall’indipendenza del 1948, la popolazione ohingya è sempre stata vittima di deportazioni e soprusi da parte della maggioranza buddista; situazione che non migliorò di certo quando, nel 1962, il colpo di Stato del generale Ne Win diede inizio alla dittatura militare che sarebbe rimasta in vita per mezzo secolo.

IL GIRO DI VITE: DAGLI ANNI ’70 AGLI ANNI ’90 – Nel 1978 l’esercito birmano costrinse a fuggire dal Paese oltre 200mila rohingya, molti dei quali rimasero vittime di tortura e stupri di massa. Nel 1982 venne varata una legge duramente repressiva che, negando la cittadinanza ai membri dell’etnia Rohingya, mise l’intera minoranza musulmana al di fuori della nazionalità birmana. La legge infatti non include i rohingya tra le etnie nazionali riconosciute, quindi li pone fuori dal riconoscimento ufficiale dello Stato. Si tratta dello spartiacque legislativo più importante, perché è lo strumento che ha aperto la strada ad altri provvedimenti successivi, soprattutto dagli anni ’90 in poi, che, direttamente o meno, hanno pesantemente limitato i diritti fondamentali della popolazione rohingya: restrizioni alla libertà di movimento, all’istruzione, al libero matrimonio, al numero di figli.

Tale linea repressiva, che con gli anni e con i provvedimenti legislativi è divenuta a tutti gli effetti una linea politica coerente e pianificata, ha determinato grandi flussi migratori. Nel 1991 circa 250mila rohingya, vittime di un’ondata particolarmente intensa di persecuzioni, abbandonarono il Paese verso il Bangladesh; successivamente vennero rimpatriati in Birmania dal governo, che li dislocò nell’Arakan settentrionale (dunque altrove rispetto agli Arakanesi, concentrati nella parte centrale dello Stato birmano), facendoli ripiombare nella loro condizione di minoranza senza diritti, senza cittadinanza, senza prospettive di riscatto sociale.

L’ULTERIORE ESCALATION DEL 2012 – Nonostante la persecuzione verso questa popolazione non si sia mai fermata, dal 2012 il calvario dei rohingya ha assunto le forme di un incubo. Il 28 maggio del  2012 una ragazza di etnia rakhine venne stuprata e uccisa da tre musulmani; l’episodio scatenò immediatamente una spirale di violenze continue ed efferate contro i rohingya, ritenuti responsabili del delitto e a maggior ragione per la loro appartenenza religiosa. Omicidi, stupri di massa e violenze si intensificarono in maniera esponenziale, non senza una sostanziale indifferenza – quando non acquiescenza – delle forze governative: si venne a creare così un micidiale fronte anti-Rohingya formato da partiti politici, associazioni locali di monaci buddisti, e semplici organizzazioni Arakanesi. Ciò ha portato i rohingya a lasciare in massa la Birmania: secondo l’UNHCR dal 2012 i rohingya fuggiti dalla Birmania sono stati almeno 160mila, per la maggior parte in direzione di Bangladesh, Malesia, Thailandia. Un rapporto di Fortify Rights documenta almeno 120mila rohingya ancora internati in più di 40 campi in Birmania.

ULTIMI SVILUPPI – Quattro mesi fa, in seguito ad una serie di attacchi a postazioni di polizia vicino al confine col Bangladesh (e 9 agenti uccisi), il governo birmano ha dato avvio ad una dura azione repressiva, conclusasi – come detto all’inizio – proprio poche ore fa, con l’annuncio ufficiale del governo. Le principali organizzazioni umanitarie internazionali hanno accusato le forze armate birmane di gravissime violazioni, che vanno dagli stupri alle esecuzioni sommarie, dagli incendi delle case a un numero  di omicidi che potrebbe essere di un centinaio.

Forti critiche sono state mosse in particolare a Aung San Suu Kyi, attuale Ministro degli Esteri birmano ma leader de facto del governo birmano, che ha negato ogni violazione di diritti umani derubricando le operazioni di polizia appena terminate a semplici atti di autorità contro un’insurrezione. Critiche non nuove, quelle al premio Nobel per la pace, che nel marzo del 2016 chiese agli Stati Uniti di non utilizzare il termine “rohingya” perché avrebbe ostacolato il processo di riconciliazione nazionale (per cui istituì un’apposita commissione nel Rakhine). Negare l’evidenza di violazioni inaccettabili, in questo caso, è addirittura peggiore del silenzio su una persecuzione annosa, che i rohingya continuano a subire sulla propria pelle.

Laureato in Scienze Politiche – Relazioni Internazionali. Attualmente: autore presso Oltremedia, chitarra e voce presso Distordine. Mi piace leggere, scrivere e suonare, appassionato/ossessionato di politica estera (soprattutto Medio Oriente) e di prog-rock. Tanti dubbi, poche certezze ma granitiche. La prima: antifascista

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