Rinasce il Partito Comunista Italiano

Il 26 giugno scorso è rinato il Partico Comunista Italiano.

Di seguito le motivazioni del rinato PCI, riportate da Giorgio Raccichini, membro del Comitato centrale del PCI: “Livorno, gennaio 1921- Bologna, giugno 2016. Due città, due date differenti, due contesti storici diversi, ma un unico obiettivo: costruire il partito di riferimento delle classi lavoratrici, l’avanguardia organizzata nella lotta per il Socialismo.

Il 26 giugno a San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, a pochi chilometri da dove 26 anni fa veniva annunciata la fine della lunga storia del vecchio PCI, la cui vita era stata indissolubilmente legata alle lotte delle classi lavoratrici italiane, rinasce il Partito Comunista Italiano.

Non si tratta di un’operazione nostalgica, che non avrebbe nessun senso e non sarebbe per nulla marxista, ma di un’impellente necessità posta dalle condizioni sociali, economiche e politiche del mondo attuale: disoccupazione, estrema polarizzazione della ricchezza, riduzione dei diritti sociali e del lavoro e mortificazione della democrazia nei Paesi a capitalismo avanzato, forme sempre più cruente di neocolonialismo imposte ai Paesi in Via di Sviluppo, rischio di una guerra globale ad opera dell’imperialismo euro-atlantico.

Negli ultimi trent’anni la cultura dominante ha cercato di cancellare dalla coscienza collettiva delle masse lavoratrici l’idea che, organizzate, possono lottare per realizzare i propri interessi di classe, contrapposti nettamente a quelli della grande borghesia, e costruire una società modellata secondo questi specifici interessi: eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, socializzazione dei profitti, tutela degli ecosistemi sempre più minacciati dalle logiche del massimo profitto, fine delle guerre e delle destabilizzazioni predatrici dell’imperialismo.

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Il 26 giugno non ha ripreso vita il vecchio PCI, ma ne nasce uno nuovo, totalmente calato nelle contraddizioni del presente, che tuttavia considera la lunga storia di quello precedente, insieme a quella di tutto il movimento comunista internazionale, una miniera di conoscenze fondamentali, un retroterra ideologico-culturale senza il quale si tornerebbe all’età della pietra del movimento di emancipazione dei lavoratori dalle catene dello sfruttamento. Lo slogan dell’Assemblea congressuale – “Un futuro grande come una storia. La nostra” – richiama proprio questo rapporto stretto ma non nostalgico del nuovo Partito Comunista Italiano nei confronti della storia del movimento comunista.

Il Partito Comunista Italiano si colloca nel composito fronte comunista e antimperialista internazionale e, rispettando le specifiche differenze di ogni partito comunista e di ogni movimento antimperialista, si batte con esso per un reale internazionalismo, contro le guerre imperialiste, per il diritto di ogni popolo ad autodeterminare il proprio sviluppo, per una reale cooperazione internazionale. Una delle parole d’ordine fondamentali del documento politico sottoposto alla discussione del Congresso è stata proprio quella dell’uscita dell’Italia dalla NATO, in quanto si tratta di una organizzazione di guerra che serve gli interessi imperialistici degli Stati Uniti e che di fatto limita la sovranità dell’Italia su uno dei temi più importanti, quello della pace e della guerra. L’Italia, rimanendo nella NATO, non solo rischia di essere coinvolta in nuove guerre, e specialmente in un possibile e catastrofico conflitto globale, ma brucia esorbitanti risorse nel settore militare sottraendole ad ambiti veramente importanti per le classi lavoratrici (scuola, cultura, ricerca, sanità, servizi sociali di varia natura, investimenti nelle attività produttive, e così via). Su questo punto dell’uscita dell’Italia dalla NATO, a testimonianza della sua importanza per il partito che è appena nato, si sono soffermate sia la relazione introduttiva del compagno Bruno Steri sia la relazione conclusiva del compagno Mauro Alboresi, il quale è stato successivamente eletto dal Comitato Centrale alla carica di Segretario del Partito Comunista Italiano.

L’Assemblea congressuale costituente è stata molto partecipata: gli interventi dei delegati sono stati ben novanta, mentre più di trenta sono stati tagliati per ragioni di tempo; svariati sono stati i saluti di organizzazioni politiche e sociali italiane e di rappresentanti del movimento comunista internazionale, tra cui si segnalano quelli di esponenti delle ambasciate della Repubblica di Cuba e della Repubblica del Vietnam e di Ammar Bagdash, segretario del Partito Comunista Siriano.

La discussione, contraddistintasi per vivacità e franchezza, non è stata priva di divergenze su alcuni punti importanti come sulla questione dell’Unione Europea, ma è sempre stata permeata da uno spirito unitario. Uno dei messaggi fondamentali dell’Assemblea è stato proprio quello dell’unità: un partito comunista, in quanto rappresenta gli interessi unitari delle classi lavoratrici, non può essere caratterizzato da arroccamenti frazionistici né dall’assenza del rispetto interpersonale. Il dovere della sintesi tra le differenti opinioni, il rispetto delle posizioni altrui, così come il dovere di rispettare la disciplina di partito – la quale impedisce che il momento democratico della discussione degeneri in una guerra tra bande che mina l’unità, la forza e la stessa esistenza del partito – non a caso sono principi del centralismo democratico richiamati dalle tesi congressuali e riportati nel nuovo Statuto.

La forma partito – così come è emerso dagli interventi congressuali, in particolare da quelli di altissimo spessore di Domenico Losurdo e di Mauro Alboresi – non ha esaurito la sua funzione storica come vorrebbero invece certi movimenti che basano la loro attuale forza solo sulla denuncia delle evidenti degenerazioni della politica italiana: solo un’organizzazione solida, democratica e disciplinata allo stesso tempo, sorretta da solidi principi rivoluzionari, nella quale ogni militante viene richiamato al dovere di studiare ed impegnarsi concretamente, può opporsi alla forza economica e politica dei grandi gruppi capitalistici e dei loro referenti politici e sconfiggerli.

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Il Partito Comunista Italiano, così come nel ’21 nasceva mentre saliva la marea reazionaria del fascismo, oggi rinasce in un contesto di grave involuzione conservatrice di cui si è fatto strumento il Partito Democratico. Il Jobs Act, come ha messo in evidenza l’intervento del compagno Piergiovanni Alleva, ha tra gli altri fini quello di imbrigliare la lotta di classe nei luoghi di lavoro: chi chiederà più migliori condizioni salariali o maggiore sicurezza sotto la scure minacciosa del licenziamento facile? A ciò si aggiunga l’ennesimo, ma questa volta ancora più preoccupante, tentativo di scardinare la contrattazione nazionale collettiva a favore del rapporto duale tra datore di lavoro e lavoratore, come chiede la BCE: un tipo di rapporto in cui il primo è in una netta posizione di forza, accentuata ancor di più dall’introduzione del Jobs Act.

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La stessa Costituzione Italiana, con il modello di democrazia politica e sociale che delinea, la cui attuazione rappresentava per il Partito Comunista Italiano il momento iniziale della trasformazione socialista, è sotto attacco.

La riforma costituzionale di recente approvata dal Parlamento e che in autunno sarà oggetto di un referendum popolare rende non più elettivo il Senato, il quale, seppur ridotto numericamente, continuerà ad esistere con poteri importanti, come quello di votare le riforme costituzionali e le leggi elettorali e quello di nominare due membri della Corte Costituzionale.

La legge elettorale, l’Italicum, che con il suo elevatissimo premio di maggioranza darà ad un partito di maggioranza molto relativa il controllo assoluto del Parlamento e del Governo, renderà più facili le modifiche alla prima parte della Costituzione, quella che enuclea i principi fondamentali della Repubblica e i diritti e i doveri dei cittadini, e l’introduzione in Italia di decisioni assunte dalle organizzazioni internazionali controllate dal grande capitale (NATO, BCE,Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale e così via).

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A rimetterci saranno in primo luogo i lavoratori che, privati delle loro tutele nei luoghi di lavoro, verranno anche spogliati del diritto di contribuire concretamente alla determinazione delle scelte politiche dello Stato.

Inoltre, quasi a legittimare da un punto di vista culturale questo disegno verticistico e antidemocratico, l’attuale Governo ha introdotto una riforma della scuola che potenzia il ruolo dei dirigenti scolastici anche nella selezione dei docenti; è chiaro il fine politico di una tale scelta: promuovere una selezione dall’alto degli insegnanti in base al loro livello di integrazione al sistema neoliberista dominante e impedire che gli studenti vengano formati secondo quello spirito critico che va coltivato fin dalla più tenera età.

Il Partito Comunista Italiano è necessario per bloccare questo progetto conservatore brevemente delineato e indirizzare il Paese, innanzitutto attraverso la difesa e la piena attuazione della Costituzione, verso un modello di sviluppo basato sugli interessi delle masse lavoratrici e non dei grandi gruppi industriali e finanziari e delle lobby.

Per fare questo, come ha esortato il Segretario Alboresi, non bastano le parole, bensì è necessario un lavoro intenso di radicamento del partito, che sarà possibile solo operando all’interno del conflitto capitale-lavoro, recependo le istanze e organizzando le lotte dei lavoratori, lavorando nelle organizzazioni di massa, a partire dai sindacati, impegnandosi ad attuare innanzitutto un programma minimo (Tesi 20 del documento congressuale) riassumibile nella formula “Più Stato e meno mercato”.”

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