Il respiro delle città: Napoli

La barca era poco più che un concavo pezzo di legno galleggiante. Aveva spazio per tre esili travi di legno. Alla prima estremità sedeva il pescatore che lentamente li stava guidando fino al porto. Su quella centrale la ragazzina, di dieci anni, strettamente rannicchiata dentro una coperta; i capelli erano lunghi e neri, raccolti sulla spalla sinistra, gli occhi blu, grandi e profondi come il mare. Faccia a faccia rispetto a lei, infine, sedeva l’uomo alto e robusto, una folta barba nera gli ricopriva tutta la mascella; i vestiti erano vecchi, sporchi, quasi simili oramai a modesti stracci.

Tutto era silenzio. Solo il fruscio delicato della barca che fluiva nell’acqua infrangeva la calma dell’alba. Ed era freddo là in mezzo. La ragazzina si strinse più forte la coperta sulle spalle. Il barbuto la osservava impassibile.

Fino a quel momento soltanto un paesaggio illuminato a tratti si era intravisto sullo sfondo. Poi un istante più tardi, mentre l’imbarcazione continuava ad avanzare, fu come se un sottile mantello d’aria, o forse di lievi nuvole, avesse deciso di dissolversi e fu così che iniziarono a vedere Napoli pienamente.

Il barbuto richiamò l’attenzione della ragazzina sfiorandole la gamba. «Guarda» sussurrò. Lei voltandosi leggermente spalancò lo sguardo. Lo spettacolo era a dir poco immenso. Quello continuò: «Ti basterebbe guardarla e potrei non aggiungere altro».

Il monte la sovrastava verso destra e la contornava. Nero in cima e ricoperto da una distesa di luci sotto di lui. Ed altre luci più avanti si rispecchiavano nell’acqua. Il mare era piatto, un ampio costante percorso liquido, sottilissime curvature si rincorrevano fino a riva. La flebile pellicola di fumo se n’era andata del tutto. Il sole si innalzava pian piano e la città si distendeva solo apparentemente silenziosa.

E infatti lei cominciò a sentirli. Boati, sussurri, voci che si inseguivano veloci, e si intrecciavano e si sovrapponevano l’una all’altra confondendosi. Sapeva che cosa fossero. «È fortissimo» esclamò. «È quello che penso, non è vero?» chiese la ragazzina.

«È il respiro della tua città» rispose il barbuto. «Puoi sentirlo già da qui».

La piccola conosceva la sua forza, ma mai l’aveva sperimentata in modo intenso ed evidente come in quel momento. Era una cosa che le faceva aumentare il respiro, che la emozionava o la spaventava a volte, ma già da qualche tempo l’aveva accettata e in fondo l’amava. Le piaceva essere speciale, provare cose che quasi nessun altro provava, sentire l’invisibile, etereo flusso delle città.

Mentre volgeva lo sguardo a lui, le parve di aver visto qualcosa muoversi nell’acqua. Voltò la testa all’improvviso di fianco a sé e lo notò di nuovo. Qualunque cosa fosse era emerso per un attimo, tornando poco dopo ad immergersi nel mistero del mare al di sotto dell’alba. Poi riapparve di nuovo. Ne era sicura, sembrava una ragazza dai lunghi e stupendi capelli corvini e il suo viso ora la stava guardando. E non era sola. Forse due. Adesso tre. Tutti quegli occhi la fissavano e le loro espressioni erano incomprensibili e seducenti. E subito dopo la ragazzina avvertì di nuovo quel rumore. Un respiro quasi spaventoso e un canto leggero ed armonico, ammaliante e dolcissimo, che si sollevava arrivando ad avvolgere la piccola imbarcazione. Spalancò gli occhi e di scatto tornò a guardare il barbuto. Lei ora provava paura.

Lui di rimando la tranquillizzò con un sincero sorriso. La piccola ricercava una spiegazione.

«Non conosci ancora questa storia» affermò l’uomo. Lei scosse la testa ma con calma. Allora lui cominciò. «Un tempo esistevano tre sirene, figlie del dio-fiume Acheloo e della musa Melpomene. Erano tre sorelle e delle eccellenti musiciste: Ligia suonava la lira, Leucosia il flauto e la sirena Partenope cantava con la sua splendida voce. Ma le sirene erano creature infernali di aspetto femminile e bellissimo con corpo di pesce e possedevano un potere malefico: sedurre le orecchie dei viaggiatori allo scopo di ucciderli. Questo orrendo potere avrebbe cessato di esistere solamente se un uomo le avesse respinte condannandole, per la vergogna provata, al suicidio. E questo fu ciò che accadde al passaggio di Ulisse. L’eroe le respinse e le tre sirene si lasciarono morire in luoghi diversi. Partenope fu trasportata dalle onde del mare sino al Golfo di Napoli. Il corpo della splendida creatura fu trovato dalla popolazione locale che le dedicò un sepolcro nei pressi del fiume Sebeto, l’antico fiume che, si narra, scorra ancora nel sottosuolo. Secondo altri racconti, il corpo di Partenope, una volta approdato nel golfo di Napoli, si dissolse sino a mutarsi nella morfologia stessa del paesaggio partenopeo».

Terminò di parlare e restò a guardarla con fare sereno. La piccola osservò di nuovo quello straccio d’acqua ormai alle spalle dell’imbarcazione dove le belle creature la mirarono ancora un’ultima volta con gli occhi lucenti e gli sguardi ingannatori, prima di riaffondare con soavità lasciando sopra di loro soltanto la scia di un respiro vibrante.

Senza sosta proseguirono ad avanzare. L’uomo si rilassò per un po’ scostando la testa. Con viso disteso si scrutò intorno. Anche la ragazzina continuò ad assaporare la vista mentre si approssimavano alla costa. Sentì ancora qualcosa. Stavolta era un grido, disperato, carico di passione, che arrivava dalla parete rocciosa accanto al litorale. Ma lo sguardo della piccola ora era tranquillo. Fissò ancora il barbuto e gli dedicò un sorriso gentile e curioso. L’uomo riprese a raccontare placido.

«L’amore è la più forte di tutte le emozioni» esclamò. «Esistono leggende legate all’amore. E questa è una città molto passionale. Romantica, senza dubbio. Ma non finisce sempre bene. A volte ci può essere anche disperazione e tormento. Senti questo grido?» chiese ma non si trattava di una domanda. Sapeva che la piccola lo stesse avvertendo ed infatti lei fece di sì con la testa in modo ovvio.

L’eco di quel suono affranto tornava ad avvertirsi sino alle loro orecchie. «Esisteva un giovinetto dal sorriso sereno e dall’anima innocente, il cui sensibile cuore esplodeva di riflessi malinconici. Chiunque lo vedesse lo amava e tutti lo desideravano come amico. Ma poi divenne molto infelice perché si innamorò e il suo era un amore forte, bruciante, un fuoco immenso che però non bastò a raggiungere il cuore di colei che lui amava. Questa era una donna di campagna, di una bellezza irraggiungibile, ma che non possedeva lo stesso splendore nell’anima poiché era una donna incantatrice, fredda, malvagia. Pareva fatta di pietra, pietra liscia, dura e gelida. Non poteva provare alcun dolore, non poteva esprimere emozioni tanto era glaciale. Il suo nome era Nisida, ed il giovinetto la amò inutilmente. Lui, che si chiamava Posillipo, amando invano la donna che viveva proprio davanti ai suoi occhi, per sfuggire alla vista di lei, che era il suo tormento e la sua seduzione, decise di gettarsi in mare per porre fine per sempre alla sua misera vita. Ma i Fati decisero in modo diverso e lasciarono il giovinetto a mezz’acqua, mutandolo in un poggio che si bagna nel mare. E lei… lei è uno scoglio che gli si trova di fronte» indicò un punto sulla costa e un isolotto. «Posillipo è lo splendido poggio che puoi scorgere laggiù. Il nome deriva dal greco, Pausilypon che significa tregua dal pericolo o che fa cessare il dolore, e questo è dovuto al panorama di cui si poteva godere anche duemila anni fa da quella stessa zona della città. E lei, Nisida, è la piccola isola situata all’estremità della collina di Posillipo, per lui insieme eterno premio ed eterno castigo».

Ci fu qualche istante di silenzio. Il sole sopra la città spandeva i primi tiepidi raggi. La ragazzina ripensò a tutto ciò che era passato, a dove dopo tempo stava tornando, e a quello che sarebbe arrivato da lì in poi e non poteva fingere di provare solamente un soffio di apprensione. L’uomo se ne accorse.

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«Non avere paura» le disse dolcemente. «La tua città è un luogo di fascino, cultura e mistero. Ed è la tua natura riuscire a percepire tutto. Da oggi tornerai ad accorgertene ancora di più. Ti accorgerai che esistono segreti, fatti che nessuno conosce, eventi di cui nessuno ha scoperto il vero significato, angoli ancora non decifrati… come la cappella Sansevero. È uno spazio incomprensibile. Una leggenda vuole che la chiesa sia stata eretta su un preesistente antico tempio dedicato alla dea Iside. Sorgerebbe quindi su un luogo di forze scelto da custodi della tradizione egizia di Neapolis. Quel mausoleo è davvero singolare» si levò un nuovo cavernoso sussurro che li raggiunse. «Oltre ad essere stato concepito come luogo di culto, è soprattutto un tempio carico di simbologie. Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, primo gran maestro della Massoneria napoletana ed ideatore del progetto iconografico della chiesa, la costellò di statue ricche di allegorie e di significato incerto, forse legate all’alchimia. Ma quelle sculture sono espressione di una simbologia massonica-templare di notevole impatto visivo che lasciano percepire l’impronta di un messaggio anche se non lo si può capire appieno».

Impossibile non essere colpiti da una travolgente ondata di spavento, soprattutto per una ragazzina così piccola, ma lei sapeva di essere speciale e di doversi abituare pienamente al suo dono ecco perché il barbuto proseguiva con le spiegazioni.

«Sono solo alcuni esempi» andò avanti. «C’è un’infinità di cose ancora. E tu sei tra i pochi a poterne avvertire la voce. La memoria verrà mantenuta. Perché le città parlano, non sono mute o inanimate ma piene di vita. E non concedono di lasciarla vedere a tutti ma solo a chi può capire, solo a chi ha questo fuoco dentro, le può percepire e comprendere e scoprire davvero. Ogni cosa che vedi è parte della sua anima. E della tua. Tutto rivive in te. Laddove gli altri ignorano perché troppo stolti, tu puoi arrivare in profondità, toccare la sua vera natura, il suo vero mistero. Lo puoi sentire e sperimentare ogni giorno. Guardala ancora. Noi la avvertiamo proprio adesso, Lei è animata e fluisce; sussurra, oppure parla forte, a volte grida, a volte piange, a volte soffre e a volte gioisce. Il respiro si perpetua e si manifesta in tutto, nell’arte, nelle leggende, nella storia, nel paesaggio, nel mare e nelle montagne. Tutto questo hai sentito. Questo tu senti. Le leggende che vivono e si ripetono dentro e attraverso di te. La storia che non muore mai dentro la tua anima».

Eccola la riva. Era lì a breve distanza. Ora la voce dei flutti rompeva il silenzio della prima mattina. Le piccole onde si infrangevano in una melodia tenue come un tuffo di dolcezza sulla terra bagnata. L’imbarcazione sfiorò la sabbia e cominciò a rallentare. Il porto era quieto, l’acqua, solcata da leggerissime onde, s’increspava appena ed era di un blu scuro che già si apprestava a schiarirsi.

L’uomo guardò per un attimo attorno a sé. Parve ricercare un pensiero. Poi studiò il viso della piccola. Lei lo guardò con un accenno di inquietudine e lui le dedicò uno sguardo simile ad una carezza.

«Sai, il mare sulla costa della città non è tutto uguale» ora parlava riflessivo. «È di diversi colori, sfumature. Ed ogni sfumatura si addice ad un’emozione. A volte è scuro e tormentato. O calmo e dolce, dove le voci si chiamano e si rispondono. Per certi tratti è azzurro e sicuro, un vivace mare del popolo. E poi esiste il mare vasto e deserto, sconfinato, quello degli scogli, dei malinconici, degli amanti dell’infinito. C’è infine quello che preferisco: il mare che ride, il mare di chi spera e di chi ama. È il mare dove il dolore non esiste, quello pieno di ogni bellezza, dell’armonia della luce e dei colori della natura, tutto ciò che si può desiderare. È vita piena, completa, assoluta, il punto più alto di qualunque emozione, di ogni poesia… il mare dei sognatori e degli innamorati».

Si sorrisero a lungo.

Un attimo dopo il barbuto saltò giù dalla piccola imbarcazione e i suoi passi sciabordarono nell’acqua che lì arrivava alle caviglie. Si protese per prendere la ragazzina, la afferrò e la fece atterrare a riva, all’asciutto. Il pescatore rimase ad attenderlo. Nel frattempo lui si allontanò di qualche passo con la piccola. A breve distanza un altro uomo si stava avvicinando lentamente. Questi si fermò e scambiò col barbuto un cenno d’intesa. Dopodiché rimase ad aspettare pazientemente là dietro.

Il barbuto si piegò sulle ginocchia per parlare con lei guardandola negli occhi. Le accarezzò il viso.

«Quel signore da adesso si occuperà di te, puoi fidarti». Lei non rispose ma continuò a fissarlo con lo sguardo di chi vuole indugiare ancora per un po’ prima di dire addio.

«Adesso devo ripartire» aggiunse lui.

«Devi proprio?» domandò amorevolmente lei.

«Sì» sussurrò.

La piccola abbassò la testa e storse la bocca. Lui, con fare deciso ma delicato, le risollevò lo sguardo. «Ascoltami» riprese. «Le cose cambieranno purtroppo. Crescerai e capirai ancora di più ma mai in modo diretto e semplice quanto ora. Un giorno tutto diventerà fragile, difficile. Ed incontrerai l’invidia e la falsità e l’ipocrisia. E quando le persone forse ti avranno distrutto ogni cosa, quando anche ti avranno tradito, lasciata sola, ignorata, quando saranno stati falsi con te e ti avranno messa in un angolo, nessuno potrà mai toglierti questo. Nessuno distruggerà mai questo tuo mondo. Sei la custode della voce della tua città. Non dimenticare. Gli altri difficilmente capiranno. Ma trovati un solo amico, un’unica persona alla quale non mentirai mai».

Lo abbracciò forte e lui la strinse allo stesso modo. Il saluto durò per molti secondi ancora. Poi quando si staccarono, lei andò a raggiungere l’altro uomo. Il barbuto, dopo aver lasciato un sospiro speranzoso ed un sorriso sulla costa, ritornò alla barca. Salì e il pescatore la spinse di nuovo al largo.

Mentre l’imbarcazione si dirigeva già verso un’altra zona, il barbuto proseguiva a guardare la piccola. E lei lo salutava con la mano. Entrambi stavano pensando che forse ci sarebbe voluto molto tempo ma si sarebbero rivisti un giorno o l’altro. I loro occhi rimasero comunque a fissarsi ancora a lungo. Speranza, paure, sogni, fiducia, incontrastata incertezza, una marea di emozioni si sovrapponevano in quello sguardo mentre l’alba continuava a sciogliersi nel cielo tramutandosi in giorno.

Un nuovo sussurro emerso in quel momento raggiunse la piccola. Mescolandosi al vento, prese a parlarle intensamente. Solo lei poteva udire quelle vibrazioni, capire cosa significassero. La voce mormorava, riusciva a sentirla mentre fluiva, avanzava e si assorbiva in lei continuando a vivere.

La ragazzina restò in piedi sulla riva a mirare la barca che prendeva il mare per molti istanti e per tutto quel tempo non si scostò da quella posizione perché sapeva che un capitolo si era appena concluso e che quello nuovo sarebbe iniziato non appena si fosse voltata.

Infine sorrise amabilmente, si girò in direzione della città ed avanzò con coraggio, pronta ad immergersi nella sua nuova vita.

Laureato in Scienze Politiche, scrittore di romanzi e storie di mistero, avventura, fantasia.
«Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro»

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