Il respiro delle città: Akragas, la Valle dei Templi

Quando Lucas arrivò per la prima volta nella valle non ne conosceva la storia. All’epoca era un bambino di appena sette anni e sua madre gliela aveva raccontata: quell’enorme area rappresenta il nucleo originario della città di Agrigento. Fu fondata nel 581 a.C. da abitanti provenienti dalle isole di Rodi e di Creta che le attribuirono il nome di Akragas, dall’omonimo fiume che scorre lungo la zona. Si trattava di una delle principali città del mondo antico. I grandi templi, costruiti nel V secolo, sono testimonianza della sua leggendaria prosperità. Dal 262 a.C. Akragas entrò nel dominio romano, continuando comunque ad essere una città importante, ma col nome latinizzato di Agrigentum.

Lucas ricordava spesso ciò che sua madre era solita insegnargli, a maggior ragione adesso che la donna non c’era più. Se ne era andata meno di sessanta giorni prima. Era tutto ciò che aveva davvero e per questo ormai si sentiva solo, smarrito, alla ricerca di sé e di tutto. Aveva vagato negli ultimi due mesi come un naufrago soffocato da un oceano di pensieri martellanti. Di tanto in tanto si era ritrovato a camminare nella valle, ripensando ai racconti della donna.

Proprio oggi aveva deciso di tornare là. Quando il sole aveva già iniziato la sua discesa verso l’orizzonte, l’intera area aveva quell’aspetto inconfondibile di pace profonda. Si mise seduto su un masso a pochi passi da uno dei numerosi templi e in pochi istanti accadde qualcosa che non si aspettava.

Si levò nell’aria un respiro, vivo, ed avvertì una presenza alle proprie spalle. Si voltò e riconobbe sua madre in piedi dietro di lui. Il suo ricordo… o la sua anima.

«Mamma» esclamò quasi incredulo. «Come fai ad essere qui?».

Lei sorrise con leggerezza. «Non ho ancora finito di insegnarti» disse. «Vieni» e cominciò a guidarlo.

Camminarono l’uno a fianco all’altra ed il ragazzo ora si sentiva già più tranquillo, più pieno, sereno. Non poteva evitare di parlarle e di farle domande.

«Sono perso, mamma» sussurrò. «Non ho idea di quale sia la mia strada. Non so che fare».

«Devi solo trovare la tua luce» esclamò con sicurezza lei. «Guarda».

La donna gli insegnò che guardare non significa semplicemente osservare con gli occhi… ma sentire, capire, assaporare un sottilissimo alito di vita che fluisce parallelamente alla realtà tangibile. Dopodiché vedere davvero. Con occhi diversi. Nuovi. Eppure sempre gli stessi.

Un passo dopo l’altro si fermò dove si stendeva un lungo campo. Apparentemente lo spazio sembrava deserto se non per qualche pietra che si levava confusamente in rovina. Il ragazzo fu attratto in particolare da una grande statua distesa in terra. La osservò con attenzione. Poi tornò a guadare sua madre. La donna spiegò che si trovavano dinnanzi a quel che restava del tempio di Zeus ed iniziò a narrargliene la storia.

Il tempio di Zeus Olimpio (Olympeion) fu edificato per onorare Zeus. Si trattava del più grande santuario dell’occidente antico e unico nell’architettura del suo genere perché caratterizzato dalla presenza dei telamoni, immense sculture alte oltre sette metri, raffigurazioni di Atlante che sorregge la volta celeste. Statue colossali poste sulla faccia del tempio, erano le più grandi dell’antichità in Sicilia e tra le più grandi dell’intera arte greca. Non avevano una funzione portante, considerate le sottili proporzioni delle gambe e dei piedi rispetto al busto massiccio e alle possenti braccia ripiegate dietro la testa. Oggi il tempio è ridotto ad una distesa di rovine a causa delle innumerevoli distruzioni avvenute già nell’antichità e continuate sino ad epoca moderna.

Infine la donna posò ancora lo sguardo su suo figlio. «Riesci a vedere?».

«Che cosa dovrei vedere?» fece lui smarrito.

Lei gli indicò la strada e la città cominciò a parlargli. Capì dentro di sé che aveva bisogno di vedere le cose da un’altra prospettiva. Come non aveva mai fatto prima. Si liberò davvero delle sue paure, del groppo di quella apparente solitudine, ed imparò in quell’istante a guardare meglio.

Fissò lo spazio, solo in superficie vuoto, di fronte al suo viso ed avvertì un forte respiro.

Lentamente, come un’immagine che compare al di là di un sottilissimo sipario fatto d’aria e polvere, si manifestò davanti ai suoi occhi il tempio così com’era stato centinaia di anni prima.

L’edificio sacro dell’Olympeion era lì. Enorme, colossale. Ne squadrò ogni centimetro a bocca spalancata ed era a dir poco meravigliato di ciò che stesse accadendo. Eppure c’era, ne era sicuro. Osservava il gigante basamento sormontato da cinque gradini sopra il quale si innestava un insieme di sette semicolonne doriche sui lati corti mentre quattordici erano quelle dei lati lunghi, ognuna delle quali collegata da un muro continuo. Poco più su, tra le colonne, riusciva finalmente a vedere il posizionamento dei telamoni. Per un attimo scostò la testa di fianco a sé e considerò ancora l’enorme statua piantata a terra che gli faceva capire quanto effettivamente alti fossero quei pilastri. Ne vedeva persino l’enorme diametro e notò anche le loro profonde scanalature (all’interno delle quali, aggiunse sua madre, si diceva potesse entrare comodamente un uomo). L’altezza dell’edificio gli parve sterminata.

Rimase ancora con gli occhi piantati sull’immensa immagine che si stagliava in un luogo non lontano dalla realtà, davanti agli occhi, attraverso la testa, in fondo al cuore, l’espressione esterrefatta. Poi quel respiro fragoroso come vento prepotente se ne andò d’un tratto, risucchiato dalla valle stessa. Lui fissò sua madre. «Ma cosa è successo?».

«Hai ascoltato la voce della tua città» rispose lei. «Seguimi». E ripartì.

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Lucas non riusciva a smettere di farle domande. «Mamma come faccio senza di te? Sono smarrito» disse mentre la voce gli tremava.

«Devi solo trovare la tua luce» rispose di nuovo. «Lascia stare le preoccupazioni. Sii felice».

Lui storse la bocca. «Non so cosa sia la felicità».

La madre gli lanciò uno sguardo rassicurante, sogghignò e proseguì a camminare. Voleva mostrargli un’ultima cosa.

Avanzò senza sosta sino a raggiungere la parte orientale della valle. Sul fianco di un pendio si trovava un santuario in pietra: il tempio di Demetra. Avvicinandosi Lucas fu distratto da un rumore. Un grido, acuto e secco, si era sollevato esattamente da quel luogo. Una voce femminile strillava sgomenta. Ora la sua eco proseguiva a vibrare sino a perdersi lontano nell’aria. Poi gli parve che fiamme ardenti si alzassero confusamente dal terreno per sparire gradualmente assieme all’urlo disperato che ancora si ripercuoteva nella valle.

Guardò sua madre come per cercare una spiegazione. Lei gli ricordò che la memoria di un luogo non è soltanto nascosta nelle pietre ma può comparire anche al primo sguardo, persino dalla sua disposizione. Anche lì sta scritta la sua storia. L’orientamento dei templi greci non è mai casuale, essi sono solitamente orientati al sorgere del sole. In questo si differenzia il tempio di Demetra, rivolto invece al tramonto della luna piena più vicina al solstizio d’inverno. I motivi di questa particolarità vanno ricercati nella mitologia.

Demetra (dal greco Demeter: madre terra), sorella di Zeus, è la dea dell’agricoltura, responsabile del ciclo delle stagioni, della vita e della morte e definita proprio come la portatrice di stagioni. Il particolare posizionamento del tempio sarebbe dovuto ad un rito religioso legato al mito del ratto di Persefone, figlia di Demetra, la quale era stata strappata alla madre dal dio degli inferi Ade che volle portarla con sé per sposarla. Il rituale evocava il ricongiungimento di Demetra con la figlia Persefone e veniva celebrato nelle ore notturne, esattamente nel momento in cui si riusciva a vedere il tramonto della luna sulla collina dell’acropoli. In base a questa credenza, il susseguirsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Persefone trascorreva sulla terra e nell’Ade.

Mentre quella strana voce ancora echeggiava nelle sue orecchie dissolvendosi pian piano, Lucas si voltò di nuovo verso sua madre, la abbracciò con lo sguardo e riuscì a regalarle un sorriso rincuorato. La sera si stava lentamente avvicinando. «Devo andare» disse lei.

«Aspetta ancora un po’. Non così presto».

«Nessuno può scegliere il suo tempo ma solo come utilizzarlo. Trova la tua luce» detto ciò cominciò ad indietreggiare.

Suo figlio non voleva che si allontanasse, e forse non lo stava neppure facendo, ma sapeva che non aveva altra scelta. Allungò la mano come per trattenerla ma niente poté toccare se non un alito di ricordo intramontabile. Ci fu una grande luce che gli confuse la vista e lei, e tutto, svanì.

Quando il ragazzo tornò a vedere chiaramente si accorse che non era da solo. Qualcun altro si trovava a pochi passi. Strinse gli occhi per osservare bene. Si trattava di una ragazza.

I capelli erano lunghi, neri e luminosi. Gli occhi scuri. Incredibilmente scuri. Due grandi gocce di passione e mistero. Vedendola d’improvviso, lui aveva sobbalzato.

«Scusami, pensavo non ci fosse nessun altro» le fece con calma.

«Anche io» esclamò lei.

La fissò ancora in viso, sembrava smarrita. «Ma come sei arrivata qui nel mio stesso momento? Credevo di essere solo».

Quella sorrise. «So che ti sembrerà strano ma mio padre mi ha portata qui… il suo ricordo».

Il ragazzo rimase in silenzio per qualche secondo e provò un balzo di sollievo. «No, non è strano» affermò. «Ti va di continuare a camminare insieme?».

«Sì» rispose lei con estrema convinzione.

Riprendendo a percorrere la valle entrambi si sentivano ora sereni, liberi ed improvvisamente pieni di vita. «Io sono Lucas» aggiunse lui mentre i loro passi cominciavano a scricchiolare su terra e pietre. «E tu, come ti chiami?».

Lei lo guardò. Entrambi affondarono gli occhi l’uno nell’altra. In quell’istante si sollevò un nuovo sussurro. Leggero, esile ma chiaro lo aveva sentito solamente loro sapendo benissimo che non si trattasse dello sbuffo del vento. L’alito immortale di Akragas continuava a parlare.

«Il mio nome è Luce».

Laureato in Scienze Politiche, scrittore di romanzi e storie di mistero, avventura, fantasia.
«Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro»

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