Racconto da Ventimiglia. Da qui non si torna indietro

Di seguito pubblichiamo il racconto di un nostro lettore che per mesi ha vissuto fianco a fianco con i migranti a Ventimiglia.

La cosa che freme di più appena tornati è la voglia di raccontare, descrivere, condividere almeno nelle narrazioni quell’esperienza travolgente cercando di trasmettere il più possibile. D’altro canto però il foglio bianco fa paura e mille domande cominciano a ronzarmi per la testa: Da dove parto? Cosa racconto? Come lo racconto? Non è facile scegliere il modo giusto per raccontare questa storia.

Una narrazione cronologica mi risulterebbe impossibile. D’altronde a detta di tutti un giorno al presidio ne vale 5 di vita “normale”. E poi non sarebbe esaustiva e non lascerebbe ben trasparire le emozioni. Questa storia può iniziare ovunque e in qualsiasi momento, come sono le storie dei viaggiatori e di questi viaggiatori in modo particolare.

Il tempo su al presidio ha un valore strano. L’unico dato certo sono le ore di sonno che perdi, ma neanche le accusi più di tanto. Poi le giornate assumono ritmi diversi a seconda di cosa fai. Non c’è tanto tempo per oziare e tutto dipende da quante volte ti sarà dato di pescare tra le carte degli imprevisti e delle probabilità.

Inoltre il presidio sta su da tre mesi e di lì sono passate almeno mille/millecinquecento persone. È normale quindi che abbia avuto varie fasi di vita e tutte frenetiche e dense ma al contempo molto diverse tra loro.

Quando sono arrivato la prima volta è stato forse uno dei momenti più di “magra” del presidio. I viaggiatori erano rimasti una quindicina o poco più e tra i compagni si discuteva se smantellare, magari con qualche colpo di coda eclatante e originale. Da lì in poi è successo l’opposto, d’altronde è stata una caratteristica costante quella di essere sempre riusciti a rilanciare nei momenti più bui.

Il gruppo iniziale, i 184 che avevano provato a oltrepassare tutti insieme il confine e come risposta erano stati caricati dalla polizia italiana e si erano rifugiati sugli scogli, demoralizzati dal silenzio generale sulla vicenda dopo i primi giorni di sciamare mediatico, loro avevano ormai oltrepassato alla chetichella quella “linea immaginaria”. Ma in stazione a Ventimiglia la situazione restava drammatica, con il campo della Croce Rossa sovraffollato e i treni per la Francia costantemente battuti dalla PAF (police aux frontiere).

Abbiamo cominciato a organizzare un livello più costante di lavoro in stazione, innanzitutto dando informazioni legali, e poi raccontando dell’esistenza di un presidio di fronte alla frontiera, dove avrebbero potuto trovare una condizione di vita più degna rispetto al campo della Croce Rossa. Sembrerà strano, ma nonostante il fatto di dormire in tenda, sull’asfalto o sugli scogli, nonostante le docce e i bagni costruiti da noi siano circondati da tende e non da mura, nonostante il cucinotto da campo non sia proprio il massimo per cucinare pasti per un centinaio di persone, il presidio offre una vita molto più degna del campo della Croce Rossa.

Semplicemente al presidio noi abbiamo deciso di convivere, non di relazionarci coi viaggiatori in una modalità operatore/utente. I turni per la cucina, per le pulizie, o i turni di guardia al presidio vengono decisi insieme; non bisogna chiedere il permesso o rispettare certi orari per mangiare, farsi una doccia, o aprire una cartina dell’Europa e capire dove ci si trova. In più si gioca a calcio o a scacchi, si va al mare, si fanno corsi di lingua araba, inglese, francese e tedesa, e si balla insieme certe sere. D’altronde in un viaggio bisogna pure divertirsi!

Saskia Sassen chiama forclusione quell’impossibilità per il migrante di raccontarsi e l’esperienza ancora oggettivante del poter essere solo raccontati. Non sono in grado e non voglio, perciò, dire io cosa i viaggiatori pensino del presidio, ma parlando con qualcuno di loro e ascoltando un po’ dei loro racconti penso che sia importante trovare un posto sicuro in cui trascorrere qualche giorno senza troppe ansie addosso prima di ripartire.

Da quei miei primi giorni a Ventimiglia molte cose sono cambiate. Adesso la polizia italiana si è fatta meno pressante nell’ostacolare i viaggiatori che vogliono raggiungere il presidio dalla stazione. Gli shabab (“ragazzi” in arabo) si sono organizzati e ogni giorno qualcuno vuole essere portato in stazione per prendere altri amici appena arrivati e sentiti telefonicamente.

Il confine ora, non è più così cristallizzato e appesantito su quella linea sul ponte San Ludovico. Il confine viaggia veloce sulle centinaia e migliaia di divise che si muovono tra Menton e Nizza, tra le stazioni e i caselli autostradali, e oltre, fin sugli autobus e i treni che dalla Costa Azzurra, oramai militarizzata, fuggono verso altre destinazioni più a Nord.

Il controllo della polizia francese si è fatto più scientifico ed efficace. Fino a qualche settimana fa un viaggiatore preso in Costa Azzurra veniva riportato a Ventimiglia o, nel caso in cui la polizia italiana si fosse opposta, rilasciato in territorio francese finché un nuovo controllo della gendarmerié non avesse dato vita nuovamente al medesimo iter burocratico. “È una partita a ping pong tra noi e i retail (dispregiativo per definire gli italiani)”. Così un gendarmé sbraitava su un treno pieno di viaggiatori che, dopo una grossa assemblea in stazione a Ventimiglia, avevano deciso di prendere in 100 il treno per la Francia e fare resistenza passiva quando la polizia francese fosse salita sul treno.

Adesso, sempre più spesso, vediamo camionette piene di shabab lasciare la caserma della PAF al confine dirette verso il nuovo centro di identificazione aperto a Nizza. Da lì nuovi accordi bilaterali tra Francia e Sudan (i sudanesi sono la componente maggioritaria di coloro che arrivano a Ventimiglia) permettono di rimpatriare i viaggiatori presi.

Parlando di queste cose F. scherza e sorridendo mi dice che non torna in Sudan dal 2003 e che magari la gendarmerié gli pagherà il biglietto. Un altro viaggio allungato nel tempo oltre che nello spazio. Qualche giorno dopo un altro ragazzo dirà in assemblea che dopo quattro giorni in barca lui non ha più paura di nulla; lo dice sorridendo, ancora una volta.

Un compagno, tra quelli più anziani che sta lì dall’inizio mi spiega che il coraggio non sta nel non aver paura, ma nella capacità di superare quelle paure, e mi fa l’esempio di A. uno dei ragazzi che di più si sentiva partecipe alla vita, anche politica, del presidio. “Lui si cagava sotto nel fare qualsiasi cosa, eppure la faceva!”. Adesso è a Calais con le sue paure, vive nella Giungla visto che passare in Inghilterra è diventato ormai impossibile, ma vorrebbe tornare a Parigi e vedere se, chiedendo l’iscrizione all’università, la sua richiesta d’asilo potrebbe essere presa in maggiore considerazione. L’aveva detto a tutti che era qui per studiare e i suoi occhi un po’ tristi, i suoi toni pacati e le sue mani grandi e allungate sono una delle cose di cui ho più nostalgia.

C’è chi è bloccato a Calais, chi ha raggiunto i familiari in Francia o Germania, chi è arrivato in Svezia e il giorno dopo chiama e dice di voler tornare indietro perchè non conosce nessuno e i suoi amici li ha lasciati a Ventimiglia.

Sono strane le geografie di alcuni viaggi. M. per esempio era passato dall’Italia nel 2013, gli avevano preso le impronte in maniera forzata a Taranto e poi aveva proseguito fino in Inghilterra. Lì è stato 2 anni viaggiando di città in città e lavorando un po’ in cucina un po’ in fattoria. Poi ad agosto la polizia l’ha preso e identificato, e dal sistema Eurodac (il mega archivio dati europeo in cui finiscono tutte le schede dei migranti identificati) è venuto fuori che il suo Stato di ingresso era l’Italia e conseguentemente qui rispedito in quattro e quattr’otto. “Adesso che Calais è chiusa cosa farai?”, “Magari arrivo in Francia e lavoro un po’ lì… Imparo un’altra lingua!”.

La cosa più fastidiosa nei discorsi che si sentono usciti dalla “bolla” (così abbiamo ribattezzato il presidio) è quel senso di pietismo che traspare sia nelle chiacchiere da bar che nei discorsi main stream. Non si devono aiutare qui o a casa loro, non si devono costruire campi in Nord-Africa e non si devono togliere i motori dalle barche. Semplicemente non si devono solo ostacolare!

Il discorso è spinoso e non mi voglio dilungare in questo ginepraio, anche perché ancora sono troppo preso dalla vicenda e c’è il rischio di scrivere solo con la pancia senza dare razionalità e organicità alla riflessione. Mi viene in mente la mia prima mattina al presidio in cui mi sono svegliato sentendo una compagna del gruppetto dei più anziani presenti sin dal primo giorno urlare: “Abbiamo due orecchie e una bocca, cara, significa che bisogna ascoltare il doppio e parlare la metà!”. Da quel momento questa frase mi è ronzata in mente senza sosta. E come sarebbe potuto essere altrimenti?

Dai compagni francesi ho imparato molto. Ho imparato che più conoscenze hai più sei efficace nella tua azione, ho imparato che alla staticità dell’assemblea come organo decisionale comune bisogna affiancare un’azione costante, snella, elastica.

Il monitorare le attività di deportazione che si svolgono in frontiera alta è diventato quindi un nostro compito quotidiano. Sopra la strada del confine di ponte San Ludovico, infatti, ne passa un’altra da ponte San Luigi dove due caserme si affiancano una sul lato italiano e l’altra sul lato francese. I ragazzi presi in Francia vengono quindi portati nei containers davanti alla caserma francese e lì trattenuti per ore in attesa di un Ok da parte italiana per un rimpatrio a Ventimiglia o di un diniego. Questa attività di monitoraggio ci ha dato modo di studiare i comportamenti del management delle migrazioni. Ovviamente la nostra presenza è sempre stata ostacolata e minacciata dalle forze di polizia transalpine e cisalpine. Non per niente se nella prima settimana di vita si è cercato di sgomberare con la forza il presidio (mossa risultata impossibile visto che è troppo rischioso sgomberare decine di persone dagli scogli), adesso la mannaia della repressione agisce più  subdolamente imponendo i fogli di via o creando ad hoc accuse di resistenza o oltraggio nei confronti di compagni che hanno dimostrato un minimo di solidarietà nei confronti dei viaggiatori rinchiusi nei containers.

Questo non ci ferma. Ci siamo fatti contagiare dall’ostinazione di chi viaggia! Un giorno una compagna voleva far desistere un gruppo di viaggiatori provenienti dal Pakistan dall’attraversare la frontiera passando dai binari del treno. Uno di loro ha preso il proprio smartphone e ridendo le ha detto: “secondo te ci spaventiamo per qualche decina di metri sulle rotaie? Noi abbiamo attraversato 13 confini finora! Guarda le foto: questo è il confine tra Pakistan e Afghanistan, questo tra Afghanistan e Iran…”.

La vita del presidio va avanti e passerà nuove fasi interagendo e scontrandosi con le politiche securitarie europee. Nuovi viaggiatori verranno ad insegnarci qualcos’altro con le loro storie, ma già da adesso credo che questa esperienza ha insegnato a tutti noi molto. Ci ha insegnato a cambiare prospettive e punti di vista, a pensare che c’è almeno un’altra via da poter seguire, a rimettere in discussione totalmente la nostra tipica forma-di-vita. È stato un esercizio di decostruzione che ad ogni picconata inferta al nostro ego liberava una gioia di vivere e delle energie mentali e fisiche inimmaginabili prima. Abbiamo guardato il futuro possibile dallo spioncino di una porta serrata e ci siamo inebriati scoprendo che è assolutamente plasmabile e pieghevole alle nostre ambizioni collettive e ai nostri desideri. L’unico passo difficile da compiere è stato il primo, poi è stato naturale aprirsi alla vita.

Dagli scogli di Ventimiglia le albe di luna sono incredibili. Se riesci a ritagliarti dieci minuti di solitudine scrutando il mare le emozioni che ti assalgono sono indescrivibili, senti di essere qualcosa di infinitesimale e piccolissimo rispetto a tutto ciò che succede, ma finalmente ti senti parte di quel compiersi degli eventi.

Da qui non si torna indietro!

Rimandando al blog del presidio per tenersi aggiornati (http://noborders20miglia.noblogs.org/ ).

G.

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