Perrotta: un’inedita vita da mediano

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On 30 giugno 2013 At 20:50

Category : Fuori Gioco

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ImmaginePhoto Credit: www.asromalive.it

Perrotta ha annunciato ieri che lascerà il calcio giocato. Nella Roma di Spalletti, alle spalle di Totti ha contribuito a scrivere una delle pagine più belle del calcio italiano. Guadagnandosi l’azzurro ed un Mondiale vinto da protagonista.


Simone Perrotta ha smentito Ligabue che nella canzone dedicata ai faticatori del calcio diceva “finché ce n’hai stai lì”. Ne avrebbe ancora ma ha deciso di lasciare. La chiamata del neo tecnico giallorosso non è arrivata, a differenza di quelle di altri club interessati ad acquisire il suo cartellino. Ma “è giusto che la mia storia finisca da ex calciatore della Roma, non da ex di una squadra qualunque” ha sentenziato il giocatore nato in Inghilterra e cresciuto in Calabria. “È giusto finire così” dunque.

Il suo esordio tra i professionisti è datato 10 settembre 1995: Chievo Verona – Reggina, serie B. Lui veste la maglia amaranto dei calabresi e ancora non sa di affrontare la società che lo renderà grande. Qualche anno a Reggio Calabria, poi la sfortunata parentesi juventina e due anni a Bari prima di approdare nelle fila dei gialloblu clivensi dove, al fianco di capitan Corini, guida la squadra al cosiddetto “miracolo Chievo”. Dopo aver stazionato nelle zone alte della classifica per buona parte del primo girone, arriva il brusco risveglio per i veronesi nel match pre-natalizio perso in casa 3 a 0 ai danni della Roma. Destini che si incrociano, ancora una volta. Nel 2004 infatti approda nella capitale, sponda Trigoria. Il primo è un anno tormentato, si susseguono ben quattro allenatori diversi. L’estate successiva arriva dall’Udinese il mister Luciano Spalletti e con lui arriverà anche una svolta inaspettata nella carriera del mediano calabrese.

Perrotta fino a quel momento è considerato un ottimo centrocampista di interdizione: corsa instancabile, piedi non troppo raffinati ma nel complesso uomo determinante per gli equilibri del centrocampo. Quella Roma però ha qualcosa che non va, è reduce da un’annata negativa, il nuovo tecnico nei primi mesi non riesce a far esprimere alla squadra il gioco che ha in mente. Fino a che si trova obbligato a fare di necessità virtù: via Cassano a gennaio, senza punte di ruolo a disposizione, Spalletti inventa Francesco Totti unica punta di un 4-2-3-1 destinato a riempire i capitoli dei libri di tattica sul calcio. De Rossi e Pizarro sono una coppia perfetta, guideranno loro la linea mediana. Sulle fasce andranno Taddei e Mancini. E Perrotta? Perrotta trequartista. “Con quei piedi?” è la domanda che sorge romanamente spontanea in quei giorni. La risposta la dà lui sul campo, dimostrando che l’intuizione è di quelle geniali, spiegando che sì, esiste un nuovo modo per fare il “fantasista” dietro le punte: inserendosi alle spalle di un finto centravanti sopraffino e sfruttando gli spazi più che la tecnica individuale.

La nuova Roma assesta così nove vittorie consecutive in serie A, è ad un passo dall’eguagliare il record. All’Olimpico arriva l’Empoli. Al dodicesimo Vanigli decide di rovinare la festa e rompe la già fragile caviglia di Totti. Scende il silenzio. Niente più Capitano, nessuna corsa al quarto posto e soprattutto nessun record: senza di lui non si va da nessuna parte. Al sedicesimo però il portiere toscano respinge malamente un tiro innocuo. La Roma non ha punte, tantomeno rapaci da area di rigore. Però dall’alto dell’inquadratura televisiva, da destra per la Curva Sud, sbuca inaspettato e quantomai provvidenziale Perrotta. Si insinua in una difesa che lo dimentica colpevolmente e appoggia in rete un piattone destro da scuola calcio. Gol, record eguagliato e giustizia compiuta. La settimana dopo arriverà anche l’undicesima vittoria consecutiva nel derby capitolino, ma senza quella zampata d’autore sarebbe tristemente finito tutto.

Di gol continuerà a segnarne molti nella nuova posizione: cinque quell’anno, otto quello seguente e poi ancora altri fino ai 49 totali in giallorosso. Alcuni belli come la rete con sombrero a Ballotta in un Roma-Lazio 3 a 2. Altri goffi o apparentemente improvvisati come quello in semiscivolata nella finale di Coppa vinta per 6 a 2 contro l’invincibile Inter di Mancini. “Nato senza i piedi buoni, lavorare sui polmoni” quello sempre, anche nella seconda carriera da trequartista. Ma “da chi segna sempre poco” quello no, aveva ancora torto la canzone, ha sfatato anche questo mito la carriera straordinariamente unica di Perrotta, romantica come solo le favole sanno essere. Che anche in quest’ultimo anno, fatto di poche presenze e molte assenze, ha saputo far gioire: a Siena con un gol in extremis e un’esultanza di cuore che ha fatto svanire la rabbia e ha riunito in un solo abbraccio squadra e tifosi, dopo mesi decisamente cupi. Solo lui poteva riuscire nell’impresa.

Nel calcio professionistico che riserva gioie a pochi e tenaci fortunati, tanti talenti smettono precocemente e altri non sfruttano totalmente le proprie capacità. C’è chi invece si accontenta umilmente di quel che ha e si allena con dedizione per raggiungere l’obiettivo. Si siede in panchina se serve alla squadra e si adatta terzino se gli viene chiesto.
Nel calcio dei capelli di Neymar e degli addominali di Balotelli, Simone Perrotta ha insegnato ai bambini che la professionalità, la tenacia e lo spirito di sacrificio a volte ripagano.
“Anni di fatiche e botte e vinci casomai i Mondiali”.


                                                                                                                                         Gianmarco Dellacasa

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