“Nome in codice: CAESAR”. Aprire gli occhi sulle torture nelle carceri di Assad

Il suo solo interesse, l’unica motivazione che lo spinse ad agire era far conoscere, accendere una luce, mettere davanti agli occhi e al cuore delle persone ciò che realmente stava accadendo in Siria. Per questo, solo per questo, Caesar ha messo a repentaglio la sua vita svelando la vera natura del regime di Bashar al-Assad, che ha fatto della tortura sistematica l’orrida consuetudine delle sue carceri.

CHI E’ CAESAR Caesar” è uno pseudonimo, che copre la vera identità dell’ex ufficiale siriano autore di alcuni fra gli oltre 55000 scatti che documentano le terribili sevizie di cui sono state vittime migliaia di detenuti siriani. Fotografo di scene del crimine in ambito militare, a partire dalla primavera del 2011 – dunque in coincidenza con la sanguinosa repressione della rivolta pacifica del popolo siriano contro il regime di Assad, iniziata a marzo 2011 – Caesar  viene incaricato di documentare e catalogare, fotografandoli, i corpi senza vita rinvenuti in alcune carceri del regime e in due strutture ospedaliere di Damasco.

Porta avanti questo macabro lavoro fino al settembre del 2011, quando, con l’aiuto di Sami – altro pseudonimo, dietro cui c’è l’identità di un tecnico informatico – , inizia a copiare di nascosto i suoi scatti su una pennetta; nonostante, a partire da quello stesso settembre, Caesar smetta di fotografare di persona, i suoi colleghi continuano il lavoro “documentale”, perciò la mole di scatti che riesce a trafugare diventa subito imponente. Ad agosto del 2013 decide di disertare e di fuggire dalla Siria portando con sé 53275 scatti, che, oltre ai corpi senza vita, immortalano anche i fogli di documentazione che accompagnano i cadaveri: certificati burocratici, atti a documentare la sezione militare responsabile, le modalità di decesso, il luogo in cui si trovava il cadavere al momento della foto.

COSA MOSTRANO LE FOTO – lo spettacolo è raccapricciante: i cadaveri mostrano evidenti segni di tortura, come bruciature di sigarette, rimozione dei bulbi oculari, fori dovuti a trapanamento, denti e dita spezzate, segni di costrizione dovuta a cavi, sfregi da oggetti contundenti sul volto e su tutto il corpo, segni di strangolamento sotto al collo. Le vittime ritratte mostrano quasi tutte corpi emaciati e scheletrici, dovuti alla malnutrizione, altro frequente strumento di sevizia della struttura repressiva siriana. Come detto sopra, vi sono anche foto di documenti inerenti ai cadaveri, stilati dagli uomini della struttura repressiva competente con annesso l’ordine di redarre certificati di morte fasulli e di cancellare dall’anagrafe l’identità della vittima: il tutto, nell’iter successivo alla morte del detenuto, finisce nelle mani della Corte Militare di riferimento, che mette a punto il falso certificato di morte facendolo controfirmare dal responsabile dell’ospedale militare.

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ATTENDIBILITA’ DELLE FOTO – I primi scatti pervengono all’attenzione dei media internazionali a inizio 2014. Poiché provenienti da una fonte anonima, la veridicità delle foto è stata sottoposta a severe verifiche, condotte e portate a termine da diversi organismi internazionali: Human Rights Watch – che già nel 2012 aveva curato un documento che svelava l’escalation sostanziale delle torture di Assad a partire dalla repressione sanguinosa della rivolta siriana di marzo 2011 – , Amnesty International – “It breaks the human”, agosto 2016 – e un rapporto delle Nazioni Unite – anch’esso del 2016. Tra questi, particolarmente incisivo il seguente:

  • Human Rights Watch, che si è occupata più volte di tortura in relazione al regime siriano – l’uso della tortura è purtroppo pratica ampiamente frequentata nelle carceri di Assad – nel dicembre del 2015 ha prodotto sulla vicenda-Caesar un ampio report, “If the dead could speak”, che esamina, su un totale di 53275, 28707 fotografie. Di queste, HRW ne certifica 6786 che ritraggono certamente vittime di tortura, mentre le rimanenti riguardano soldati, militari e ribelli caduti in guerra. Partendo dunque dalle 6786 foto, l’organismo ne isola 27 e riesce a rintracciare i familiari delle vittime ritratte, che ne confermano l’identità e l’arresto che ha preceduto la detenzione. E’ importante notare che l’assenza di ogni contatto tra gli arrestati e i loro familiari, in particolare quando si tratta di provvedimenti legati all’attivismo politico degli interessati, è spesso la norma sotto Bashar Al-Assad; per mesi, per anni i familiari dei detenuti vengono tenuti completamente all’oscuro della sorte del loro cari, e quei pochi che riescono ad ottenere la verità, ovvero un certificato di morte, ricevono finti certificati che recitano di morti per arresti cardiaci o per malori in carcere.

Le foto sono state sottoposte, prima ancora di pervenire alle organizzazioni umanitarie, al vaglio di organismi giuridici terzi, indipendenti e non parti in causa; lo studio britannico Carter-Ruck ha verificato l’autenticità degli scatti avvalendosi della dettagliata analisi di tre fra i massimi esperti giuridici internazionali: Desmond De Silva e David Crane, già alla testa del Tribunale Speciale per la Sierra Leone che ha condannato Charles Taylor per crimini di guerra e contro l’umanità, e Geoffrey Nice, ex procuratore nel processo contro Slobodan Milosevic.

I tre hanno portato avanti un lavoro di verifica rigoroso e dettagliato, esaminando a fondo le fotografie; un vaglio di autenticità autorevole e soprattutto necessario, dato che i primi ad aver avuto tra le mani gli scatti di Caesar sono stati emissari del Ministero degli Esteri del Qatar, il cui sostegno all’attività dei ribelli contro Assad avrebbe certamente dato credito a dubbi sull’attendibilità del materiale.

LA MOSTRA – Esposta al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York, al Memorial dell’Olocausto di Washington e a Boston, la mostra è arrivata oltreoceano sbarcando a Westminster, Strasburgo, Parigi e Dublino. In Italia è stata ospitata dal Maxxi di Roma ad ottobre 2016 (guarda il video di presentazione) e dall’Università Orientale di Napoli a dicembre 2016, e ci saranno altre tappe nel 2017, quasi sicuramente a Milano e a Udine.

Quello che ci dobbiamo augurare, ciò che tutti coloro che dicono di avere a cuore la resistenza dei popoli e il rispetto dei diritti umani dovrebbero augurarsi, è che queste immagini si imprimano nel cuore e nella mente di chi le guarda: per non dimenticare i volti di chi è stato in balìa della struttura repressiva di Bashar Al-Assad, “boia e carnefice del suo popolo, il popolo siriano” (Erri De Luca).

di Michele Focaroli

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