Muro di Casse: il libro sulla cultura rave. Intervista all’autore Vanni Santoni

Dalla maggior parte delle persone le feste rave vengono viste come un semplice luogo in cui le persone che le frequentano si “sballano” fino al limite ascoltando musica che viene sprigionata per parecchie ore di fila da enormi muri di casse sonore, i cosiddetti sound system. Un luogo dove la maggior parte degli estremi è legale ed è frequentato da persone che, i media nostrani, tendono a classificare non proprio benevolmente.

I rave, però, non sono solo questo ma anche altro: la stessa traduzione del verbo inglese “to rave“, d’altronde, è “entusiasmarsi” oppure “recriminare“. Per molti dei frequentatori rappresentano un vero e proprio stile di vita legato a determinati parametri.

Secondo alcuni vi è una vera e propria filosofia dietro questo stile. Cosa più che accettabile visto che il movimento raver esiste da oltre 25 anni: le prime testimonianze su di esso risalgono, infatti, al 1989.

A mio parere, se fosse solamente un luogo dove si trova “il lato brutto del mondo” non sarebbe resistito per più di un quarto di secolo. La stessa diffusione, veloce e che ha interessato vari stati del mondo, rafforza la convinzione che ci sia qualcosa di più concreto dietro un movimento di questo tipo.

Una visione alternativa del mondo rave ce la dà sicuramente il libro “Muro di Casse scritto dal fiorentino Vanni Santoni nel 2015. L’opera, che ha la struttura di un vero e proprio romanzo più che di un saggio, cerca di far scoprire un mondo, quello della musica tekno e dei rave party, attraverso un punto di vista “ribelle che va totalmente contro i parametri tradizionali.

Poco tempo fa abbiamo intervistato lo stesso Vanni Santoni per fargli qualche domande sul libro e su questo genere di musica.

1) Perchè ti è venuta l’idea di scrivere un libro quale “Muro di Casse“? Come mai lo hai strutturato come un romanzo che, nell’introduzione, viene descritto come “il più potente strumento di analisi e rappresentazione della realtà“?

E’ da quando ho cominciato a scrivere, dodici anni fa, che coltivo l’ambizione di produrre qualcosa sulle feste- feste intese come “free party”, cultura rave, free tekno- sia perchè era una parte importante della mia vita, sia perchè ho sempre trovato ingiusta la scollatura tra la complessità del fenomeno e la narrazione meschina che ne facevano i media. E poi c’entra il fatto che fosse un mondo che trasudava storie, anche incredibili, come quella dei Desert Storm, una tribe inglese che andò a mettere musica nella Jugoslavia ancora flagellata dalla guerra, e che ritroviamo, romanzata ma aderente alla realtà, anche nel libro. Inoltre, il tema si ricollega al cosiddetto “rinascimento psichedelico” attualmente in corso nel mondo, e dunque, anche in contesto di avvenuta o quasi avvenuta storicizzazione del movimento, trova attraverso ciò una rinnovata attualità.

Tra tutte le opzioni, ho scelto sicuramente quella più difficile ma anche quella più esaltante, cioè di farne un romanzo. Ho scritto “romanzo ibrido” perchè Muro di casse usa uno spettro ampio di strumenti: c’è il romanzo, c’è il reportage, c’è l’apparato documentale proprio di un saggio, c’è il pastiche, c’è l’intervista, c’è il racconto-nel romanzo, ci sono pure i versi. Credo che questa scelta abbia a che fare con la natura sincretica della free tekno: si tratta di un fenomeno che ha radici nel punk ma anche nella cultura hippie; che usa uno strumento -il sound-system- inventato dai giamaicani per la musica reggae, ma ha radici culturali nella club culture; che si riappropria di spazi industriali ma non disdegna i luoghi all’aperto; che crea dimensioni, anche mentali, che sono sempre un misto vertiginoso di diverse suggestioni; che si basa, in ultima istanza, su una musica mixata, messa assieme da fonti diverse, spezzata, rimalgamata, trasformata in flusso.

Muro di casse, al di là dei suoi obbiettivi teorici, è composto da tre storie collegate tra loro, tre vicende umane legate al mondo della cultura rave, che lo raccontano da tre diversi punti di vista: tre gradi di radicalità e tre approcci esistenziali-  c’è Iacopo, che è il semplice frequentatore, e rappresenta la dimensione sensuale; Cleo, una persona che ha preso parte all’organizzazione di feste arrivando da un percorso prettamente politico di movimento, ma poi è andato altrove, e rappresenta la dimensione intellettuale e teoretica, infine Veridiana, quella che ha fatto dei free party una dimensione di vita a 360° e rappresenta la dimensione spirituale. E poi c’è la storia della voce narrante, che va a cercare questi personaggi, li incontra, li interroga, si ibrida e sovrappone a loro stessi, facendo venir fuori un secondo livello di storie, una sorta di piccola costellazione di micro-racconti di vita liminale nell’ambito di questa stagione selvaggia che per quasi un quarto di secolo ha attraversato l’Europa“.

2) Dove nasce questa tua passione per questo genere di musica?

Un giorno dei ragazzi, era il ’96 o il ’97, ci dissero che “c’era un festone all’Osmannoro”. Il che pareva curioso essendo l’Osmannoro una zona industriale. Ci andammo per curiosità. Era un party Spiral Tribe/ Desert Storm. Fu come vedere atterrare gli alieni. Al di là del caso specifico della free tekno, ho sempre preferito la musica “senza discorsi”, capace di andare dritto al cuore e allo spirito: specie quando scrivo, e ovviamente quando esco, ascolto molta classica, jazz, goa, techno, dnb e tekno“.

3) Ci fai un breve riassunto, dal punto di vista storico, del mondo rave?

Per farlo ci vorrebbe un libro; e quel libro, a quanto dicono, è “Muro di Casse”………Scherzi a parte, il discorso è comunque lungo, ma ci viene in aiuto un articolo che ho scritto io stesso, specie riguardo la prima fase quando in Inghilterra i sound-system urbani con un background punk si fusero ai new age travellers con la loro etica hippie dando vita al loro primo embrione di cultura free tekno. Il link del pezzo è questo: https://www.che-fare.com/rave-free-party-nomadismo/. Per quanto riguarda invece l’altra metà del cielo della cultura rave, quello goa o psytrance che dir si voglia, anche qua ho un pezzo pronto; ecco il link: http://www.minimaetmoralia.it/wp/le-vie-dei-festival-per-i-devoti-psytrance/“.

4) Quale è, secondo te, la situazione delle feste rave in Europa nell’epoca attuale?

Quando ho scritto “Muro di Casse” ero abbastanza pessimista: la continua repressione, il degenerare della scena con l’arrivo di nuove coorti di giovani che non condividevano i valori anarchici e libertari alla base del movimento, l’avvento di sostanze di abuso e per niente psichedeliche non facevano ben sperare, tant’è che uno dei miei primi articoli che scrissi dopo l’uscita del libro, ecco il link: http://www.prismomag.com/vanni_santoni_rave/, rifletteva questo pensiero. In realtà poi sono stato smentito dai fatti. il 2015 e 2016, pur non riproponendo i fasti degli anni ’90 e dei primi anni zero, sono stati anni fertili, con belle feste e nuove crew che hanno cominciato a muoversi in modo convincente“.

5) Alla fine di “Muro di Casse” ha deciso di descrivere un teknival in dieci discipline. Come mai questa scelta? Perchè hai scelto proprio queste discipline?

Quell’articolo- il tekniavl in 10 discipline ( ecco il link: http://www.minimaetmoralia.it/wp/rave-me-tender-il-teknival-in-10-discipline/, n.d.r.)- è in realtà il primo embrione del libro. Nel romanzo lo firma Cleo, una delle protagoniste, mentre nella realtà lo scrissi io nel 2007, molto prima che uscisse “Muro di Casse”, mentre ero di ritorno dal teknival di Pinerolo. Quell’anno, anche per effetto dell’immensità di quella festa -durò quasi due settimane, ci passarono circa 30.000 persone nei giorni di punta, c’erano montati 56 sound- i media mainstream scoprirono le feste e cominciarono seriamente e demonizzarle e criminalizzarle. Così sentì che era l’ora di uscire dall’underground -c’erano comunque dei riflettori accesi- e di rispondere a quelle narrazioni infami con un racconto vero, da dentro. Le discipline furono una scelta istintiva: volevo categorizzare. Il pezzo uscì sul blog Splipperypond, girò molto negli ambienti e nei siti legati al movimento e poi fu copiato da Mucchio Selvaggio. Anni dopo l’ho ripreso e da lì sono ripartito per lavorare al romanzo“.

6) Nel libro, spesso, dici che il mondo rave non è caratterizzato solamente dall’uso di droghe pesanti e dallo sballo ma anche da sensazioni ben più profonde. Ne sei sicuro? Perchè allora secondo te i rave party vengono descritti, quasi sempre, solo per i loro lati “brutti” come, ad esempio, l’alto consumo di sostanze illegali o per i problemi che creano nella zona in cui si svolgono?

” Per cominciare, è inappropriato dal punto di vista chimico e farmacologico definire “droghe pesanti” sostanze psichedeliche o entactogene come LSD o MDMA: non dando dipendenza e avendo un potenziale tossico ridotto, sono a ogni effetto droghe leggere, per quanto i loro effetti possano essere intensi. Anche speed e ketamina, pur più dannose delle suddette, le collocherei in zona “media” per il loro potenziale d’abuso comunque ridotto rispetto alle vere droghe pesanti ovvero cocaina ed eroina. Per il resto, i cosiddetti “lati brutti” sono percepiti come tali solo per via di anni di strumentalizzazioni e mistificazioni dei media. C’è bisogno forse di ricordare che droghe legali come tabacco e alcol uccidono centinaia di volte più persone di tutte le sostanze illegali messe assieme? O di far presente che mentre i giornali se la prendono per qualche bottiglia vuota lasciata dai raver trovano assolutamente normale che qualcuno abbia “lasciato” capannoni industriali abbandonati, fatti magari di cemento armato e eternit, senza preoccuparsi del loro smantellamento? La verità è che ogni volta che una sottocultura giovanile riesce a posizionarsi fuori dai dettami della cultura dominante, viene sistematicamente marginalizzata, demonizzata e repressa“.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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