Migranti: continua la costruzione della fortezza Europa

Ci risiamo, nonostante i vari proclami e gli auspici fatti durante le ultime riunioni dei capi di stato europei, il vecchio continente ancora non riesce a trovare una intesa unica per quanto riguarda la questione dei migranti. Anzi, per molti, si sono registrati notevoli passi indietro, in molte zone della “democratica” Europa, su questo tema.

Il prossimo 2 ottobre, ad esempio, in Ungheria, paese guidato dall’aprile 2014 dall’ultraconservatore Viktor Orban, è stato indetto un vero e proprio referendum sui migranti. Ciò che il governo di Budapest chiede ai suoi concittadini è di esprimere la propria opinione sul ricollocamento, entro i propri confini, di circa duemila delle migliaia di migranti giunti negli ultimi mesi sulle coste italiane e greche. La campagna elettorale che si sta portando avanti nel paese magiaro, però, sta assumendo scenari sempre più allarmanti. Sulle tv e sui giornali locali, ma anche su molti manifesti attaccati nelle città del paese, i migranti vengono descritti non epiteti non proprio benevoli e, inoltre, vengono sempre citati come “clandestini” e mai come “rifugiati”. Insomma lo stesso Orban, che nel passato ha definito i migranti come “pericolosi assassini”, non sta risparmiando alcun attacco, molte volte senza alcuna base logica, contro queste persone colpevoli di non si sa bene cosa.

L’Ungheria, lo ricordiamo, è stato il paese europeo che ha dato il via a quella che oggi viene presa come una vera e propria moda da altre zone del vecchio continente: la costruzione di muri di contenimento ai propri confini. Era infatti l’estate del 2015, per essere precisi il mese di luglio, quando iniziò la costruzione della barriera metallica al confine tra Ungheria e Serbia. La causa ufficiale che portò a tale decisione fu il fatto che il governo di Budapest voleva fermare il viaggio dei migranti sulla cosiddetta “Rotta dei Balcani” perchè non era più in grado di accoglierne entro i propri confini.

Da lì, sempre più o meno per le stesse ragioni di contenimento, moltissimi altri paese europei hanno dato il via alla costruzione di muri e ad oggi l’Europa è un continente che da molti viene descritto come una vera e propria fortezza. Appena non si sa, o non si vuole, trovare una qualche soluzione al problema ecco che vengono tirati sù questi mostri di cemento e metallo che garantiscono ai costruttori di lavarsi le mani su una questione che Bruxelles sta tralasciando da troppo tempo.

E’ curioso vedere come proprio quell’Europa che 50 anni fa, in occasione della visita del presidente americano John Fitzgerald Kennedy nella Berlino divisa dal muro più famoso della storia, faceva proclami di libertà di circolazione e di democrazia adesso, quando la situazione storica è cambiata radicalmente, sia in prima linea nel ricostruire quei muri che, per tanto tempo, le stesse istituzioni europee avevano criticato perchè ritenuti un simbolo di non libertà e non democrazia. La storia evidentemente non insegna mai nulla a questi signori.

Negli ultimi tempi, purtroppo, nuovi muri si stanno alzando: ad esempio quello che Londra sta costruendo, tramite finanziamenti, presso la cittadina francese di Calais, posta sul costa sud del canale della Manica e da cui partono i treni per l’Eurotunnel diretti in Gran Bretagna. Dopo aver tentato, inutilmente, di sgomberare l’enorme campo profughi della zona, conosciuto da tutto col nome di “Jungle” viste le sue enormi proporzioni, il governo di Theresa May ha deciso di iniziare la costruzione di una vera e propria barriera vicino alla stessa Jungle per non permettere più, ai numerosi disperati, neanche di potersi avvicinare all’autostrada che porta all’eruoetunnel per tentare di salire, a loro rischio e pericolo, su uno dei numerosi camion che l’attraversano quotidianamente. Il governo di Manuel Valls d’altronde, con il beneplacito del presidente Hollande, ha dato carta bianca a Londra visto che tra pochi mesi si vota per le presidenziali in Francia e l’ombra di Marine Le Pen si fa ogni giorno più minacciosa.

Anche a Lesbo la situazione peggiora ogni giorno di più. Da quando, lo scorso marzo, la UE ha deciso di firmare un autentico patto sui migranti con la Turchia, la piccola isola greca nel Mar Egeo è diventata una prigione a cielo aperto visto che nei campi profughi locali sono rimasti ancora migliaia di disperati che, a questo punto, si trovano in una vera e propria trappola. I migranti infatti non possono né proseguire il loro viaggio verso il vecchio continente, perchè si troverebbero solo muri eretti ai confini ad attenderli, ma neanche tornare nel paese di Erdogan, dato che rischierebbero di essere scoperti e rimandati nei loro paesi di origine vanifincando, in un istante, tutti gli sforzi fatti per affrontare il cosiddetto “viaggio della speranza”.

Ad aprile scorso lo stesso Bergoglio si è recato a Lesbo ed ha chiesto che la questione venisse risolta nel più breve tempo possibile. Tutte parole al vento, finora, visto che il numero dei migranti è aumentato fino a rendere la situazione talmente insostenibile che, pochi giorni fa, è scoppiato un incendio in uno dei campi profughi dell’isola greca appiccato dagli stessi opsiti della struttura per protestare contro la situazione al collasso in cui si ritrovano a vivere.

Anche dentro i confini nostrani, purtroppo, la situazione non è delle migliori. A Roma ad esempio, nonostante il cambio della giunta comunale, la situazione del centro Baobab non è migliorata minimamente. Dopo lo sgombero dello scorso dicembre, il centro di via Cupa non ha trovato un degno sostituto e questo ha fatto sì che siano ancora moltissime le persone che vi si recano per chiedere aiuto. Per far fronte a questa situazione i vari volontari del Baobab hanno dato vita ad un vero e proprio accampamento di fortuna dove, quotidianamente, garantiscono ai migranti un pasto caldo e qualcosa per coprirsi.

La situazione, però, sembra al collasso e numerose volte si è cercato di mettere al corrente le istituzioni sulla situazione in via Cupa. Nonostante tutto però ancora nessuno si è fatto vivo.

Questo ha fatto sì che numerosi migranti si recassero in altre zone ed occupassero palazzi lasciati vuoti nella periferia della città eterna. In questa occasione, invece, la risposta del Comune non si è fatta attendere e, molto spesso, è stato dato il via a veri e propri sgomberi che, come unica conseguenza, hanno avuto quella di rimettere in strada queste migliaia di disperati. L’ultimo episodio, in ordine cronologico, si è verificato martedì scorso quando è stato sgmberato uno stabile abbandonato sulla via Tiburtina, all’altezza del Grande Raccordo Anulare, che ospitava circa 500 migranti.

Tutto questo si verifica a pochi giorni dal 3 ottobre, data in cui cade la giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Il 3 ottobre 2013, infatti, una imbarcazione libica si ribaltò nelle acque del Mar Mediterraneo a pochi km dalle coste di Lampedusa. Il bilancio finale fu altissimo: 366 morti accertati e circa 20 dispersi. Quell’evento è, ancora oggi, una delle peggiori stragi avvenute nel mare tra Europa e Africa e, proprio da quel giorno, si iniziò a porre questo tipo di problema in maniera seria anche tra le elitè europee. Speriamo che, lunedì prossimo, in occasione dell’anniversario non si continuino a spendere solo parole ma si passi, una volta per tutte, a fatti e decisioni concrete.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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