Mafia Capitale. Ecco perché Marino dovrebbe dimettersi

Su ‘Mafia capitale’ si è detto molto e forse le pagine più nere riguardanti la gestione del potere nella Roma dei faccendieri sono ancora da scrivere. Difficile in realtà riportare notizie nei giorni del tintinnio delle manette quando le indiscrezioni corrono veloci e sui giornali si pubblica di tutto: intercettazioni, fotografie, ricostruzioni di quarta mano, interviste basate sul sentito dire. Frustrante per chi fa informazione, figuriamoci quanto lo sia per il lettore che il più delle volte viene immerso in un racconto romanzesco in cui pure i personaggi hanno i volti, la retorica e i nomi dei libri, salvo poi ritrovarsi a scontare il resoconto della prova dei fatti, quella prova richiesta affinché il diritto penale possa esercitare la propria funzione afflittiva, e mai capace di confermare fino in fondo quella trama dipinta sulle prime pagine dei giornali.

Colpa di un uso mediatico della giustizia da parte dei pm, colpa dei giudici sempre restii ad applicare sonore pene, colpa dei giornalisti che hanno inventato tutto, colpa dei colletti bianchi che la fanno sempre franca. Insomma la caccia al responsabile del ‘nulla di fatto’  fa parte della trama già scritta di ogni scandalo italiano da che esiste la repubblica ad oggi, una trama che ha sempre lo stesso finale gattopardesco, col malaffare che si ricicla e la politica che si giustifica. Tutto vero, ma ‘mafia capitale’ è una storia che porta con sé due grandi verità: la prima è che il diritto è un qualcosa che trascende dai titoloni dei giornali e che tutto si può pretendere dalla giustizia salvo di assolvere ad un compito, quello di sostituire una classe dirigente inetta e corrotta, di cui dovrebbe farsi carico la società stessa; la seconda è che se è difficile individuare dei soggetti penalmente colpevoli la politica non è affatto esente da responsabilità, è per questo che il sindaco di Roma Ignazio Marino dovrebbe rassegnare le dimissioni.

Per spiegare quella che può sembrare una conclusione affrettata e tacciabile di «giustizialismo» bisogna partire da un primo presupposto: la politica non è una professione e dunque un incarico involgente una funzione pubblica e di rappresentanza non può essere protetto dalle medesime garanzie vigenti in materia di occupazione. Chiariamo un altro punto: nessuno è obbligato a rivestire incarichi politici, se si ha la fortuna di essere assegnatari di una funzione pubblica riconducibile ad una carica elettiva e di esercitare la rappresentanza per la buona amministrazione della cosa pubblica, questo dovrebbe essere un onore ed un onere, con un inizio ed una fine, da doversi esercitare presumibilmente con spirito di servizio e nel pieno rispetto degli interessi della collettività. Infine la terza premessa: responsabilità penale e responsabilità politica sono due cose distinte e guai a confonderle, così come la dignità di una persona non è assimilabile con il rango della propria carica che, dunque, se venisse meno ancorché ingiustamente, niente affatto inciderebbe su alcun diritto personalissimo dell’individuo diverso da quell’elettorato passivo comunque configurabile come sottoposto e funzionale al più elevato interesse al benessere collettivo.

Il benessere collettivo, appunto, quell’interesse generalissimo calpestato da decenni di malaffare e di collusione tra politica e faccendieri che da sempre governa la capitale incidendo sull’operato di amministrazioni di diversi colori spesso ignare di tutto. Rispetto a questo sottobosco di cui a Roma sembra che tutti sappiano ma di cui nessuno osa parlare, quale può essere la risposta della politica se non un’assunzione di colpe anche da parte di un onesto e tutto sommato buon sindaco come Marino? Certo la figura del primo cittadino è scevra da ogni ombra, come gli accertamenti sin qui effettuati hanno dimostrato, ed anzi, per dirla con le parole dello stesso sindaco, sarebbe essa medesima parte lesa, ma che le intere istituzioni politiche della capitale siano totalmente delegittimate dopo uno scandalo di tale portata rimane un dato di fatto. Non ha forse governato Marino sino a qualche settimana fa con alcuni degli indagati? D’accordo nessuno è stato condannato né il sindaco può essere responsabile di azioni altrui. Ma come si fa a dire di voler portare il cambiamento se si governa coi voti raccolti nelle liste di un partito che a livello locale è stato definito da Fabrizio Barca «pericoloso e clientelare». Come se non fosse già di per sé un’enorme responsabilità quella di governare con l’appoggio di un partito locale «impresentabile» quale è il Pd romano di oggi.

Più che un invito, a ben vedere, questo potrebbe essere un consiglio personale da dare al sindaco Marino. Promettere ai cittadini un cambiamento è inutile se non cambia l’intero modo di fare politica a Roma. Una città che, al di là dei problemi giudiziari dei tanti faccendieri collusi con le amministrazioni degli ultimi decenni, è oggi più che mai assediata dal degrado delle periferie, da enormi falle nella gestione e l’erogazione dei servizi, una città il cui territorio è continuamente sotto la costante pressione di molti costruttori che oltre a mangiare il verde oggi minacciano di inghiottire quartieri storici con una loro precisa identità; una città in cui 50mila persone vivono senza casa eppure si pensa a sgomberare i campi nomadi come se questa fosse la panacea di tutti i mali, una città sempre più razzista dove gli immigrati hanno le loro zone, i loro bus, le loro scuole mentre i loro figli imparano una lingua italiana fredda che non conosce la parola integrazione. Una città, insomma, afflitta dai tanti mali di molte capitali europee, alcuni endemici e tipici di una Roma che tarda a sprovincializzarsi, altri un po’ comuni alle grandi metropoli del nostro tempo. Non tutte, ad anzi forse nessuna di queste criticità è da attribuire alla responsabilità dell’attuale primo cittadino, ma non è forse una manifestazione di impotenza quella di un sistema di governo locale che rischia di essere commissariato «per corruzione» (o per mafia)?

E allora, senza per questo dare ragione a Renzi, il più vecchio tra i giovani politici nel soffiare sul collo dell’avversario politico interno Marino, proprio le dimissioni potrebbero essere un punto di partenza per chiamarsi fuori e cominciare a fare chiarezza e pulizia dall’esterno.Proprio per questo le dimissioni sono da intendere come uno strumento di lotta politica e di correttezza verso l’elettorato, soprattutto se accompagnate da un atto di accusa che spieghi ai romani il vero funzionamento della macchina burocratica che ad oggi governa il comune di Roma persino fuori, a quanto pare, dal controllo degli organi eletti.  Ad oggi il sindaco non la vede così, serra i ranghi contro i critici (anche del governo)  e pensa di condurre la sua battaglia «fino al 2023». Eppure sono proprio questa sindrome da accerchiamento e questa ostinazione che i nostri politici maturano ogni qualvolta che scoppia uno scandalo ad essere fuori luogo. Diciamolo con chiarezza. Governare oggi in Italia, soprattutto a livello locale, significa implicitamente avere a che fare con un sistema di rapporti di forza modellati da un capitalismo basato sulle rendite di posizione, e quindi per definizione connesso con la politica. Per invertire la rotta bisognerebbe dunque guardare alla struttura dei rapporti economici che governano la nostra democrazia, influire proprio sul sistema di governo e di rappresentanza di certi interessi; bisognerebbe fare un discorso quasi rivoluzionario, tant’è la portata dei cambianti occorrenti. E’ qui che giace la grande responsabilità politica del riformismo miope o peloso, che dir si voglia, di gran parte degli esponenti Pd, anche di quella sinistra interna cui tutti guardano e che però non è esente da colpe nella deriva di questo partito. Pur coscienti di trovarsi in un partito che governa in questo preciso contesto storico-sociale, pur eletti nelle liste di una struttura ormai pienamente afflitta da quella questione morale che ne avrebbe dovuto rappresentare una virtù e che invece l’avvicina al paradigma delle destre, paiono cader dalle nuvole ogni volta che scoppia uno scandalo.

Non sarebbe più intellettualmente onesto prendere atto della gravità della situazione e fare della legalità uno strumento di lotta politica e di vero contrasto ai privilegi? Certo, qualcuno dirà che Marino almeno in parte l’ha fatto. Eppure questo non può bastare, perché il sindaco è pagato anche per assumersi delle responsabilità politiche e di governo che inevitabilmente finiscono per pesare come macigni in una città che rischia un commissariamento. Il primo cittadino, bravo o cattivo che sia, in un contesto del genere non può che essere il primo a pagare in termini politici ed un atto di responsabilità e di chiarezza dovrebbe essere ciò che la cittadinanza dovrebbe pretendere. E a poco serve appellarsi ad un garantismo fuori luogo (la speranza è che comunque tutti gli indagati vengano assolti), né parlare di «colpo di stato» in caso di vittoria delle destre alle prossime elezioni. E’ vero, le alternative sono Renzi, Grillo, le destre (prime queste ultime ad essere colpite dalle indagini, non dimentichiamolo) e il classico populismo strisciante che grida per non cambiare nulla. Ma dell’immaturità dell’elettorato italiano si potrebbero scrivere fiumi di parole, del resto la politica e il sistema economico sono in un certo senso espressione della società.

Photo Credit: https://commons.wikimedia.org

Laureando in giurisprudenza, da sempre affianco allo studio del diritto la passione per il giornalismo. Dopo una breve esperienza nelle testate ”Nuove Proposte” e ”Articolotre” ho lavorato per anni nella redazione della trasmissione ”La Voce dei Ragazzi”; poi il lancio del progetto Oltremedia. ”Il giornalista non è solo una persona che fa domande, ma una persona che ha il sacro diritto di farle” direbbe Milan Kundera. Il mio intento è di cercarne le risposte fornendo una chiave di lettura critica.

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