La Siria degli Assad e l’intervento di Mosca

L’intervento russo in territorio siriano, del quale si discuteva da mesi e che ha avuto inizio lo scorso 30 settembre, sta sollevando forti polemiche tra i Paesi occidentali ed all’interno dell’Alleanza Atlantica. A Damasco, invece, il coinvolgimento russo è stato accolto con favore dal governo di Bashar al Assad, da tempo beneficiario di aiuti economici e militari da parte dell’antico alleato. Proprio la famiglia Assad, nel corso degli ultimi decenni, ha giocato un ruolo fondamentale nel rendere la cooperazione tra i due Paesi sempre più stretta, facendo della Siria l’unico Stato mediorientale amico di lunga data di Mosca.

Sebbene la vicinanza ideologica all’Unione Sovietica fosse piuttosto evidente fin dall’ascesa in Siria del partito Ba’at (dal 1954) di ispirazione panaraba e socialista, è con la salita al potere di Hafiz al-Assad che l’alleanza strategica con il Cremlino si sviluppa e consolida. Nel 1970, infatti, il padre dell’attuale Presidente Bashar conquista la carica di primo ministro attraverso un violento colpo di stato, diventando, nel corso dell’anno successivo, la massima autorità del Paese. Con il supporto dei militari depone ed arresta Salah al-Jadid, considerato fino ad allora suo mentore politico, e si pone alla guida di una Siria che, a partire dall’indipendenza ottenuta dalla Francia, aveva conosciuto gravi disordini ed instabilità interne.

Le ragioni del volubile scenario politico che il Paese aveva vissuto fino ad allora possono ricercarsi, in primo luogo, nelle rivendicazioni delle minoranze, specialmente druse ed alauite, nei confronti della maggioranza sunnita; sul punto, lo stesso Assad (di origine alauita) si preoccupa, da un lato, di distribuire le alte cariche dello Stato tra gli appartenenti alla sua stessa corrente sciita, ma al contempo offre posizioni di rilievo ad esponenti rappresentativi della maggioranza della popolazione (si pensi al ministro della Difesa Mustafa Tlass, sunnita, il cui gabinetto si è esteso fin oltre la morte dello stesso Assad).

In nome di un sincero panarabismo, dunque, Hafiz mette da parte le divergenze religiose, privilegiando l’aspetto etnico (a discapito di altri gruppi minoritari del Paese, come i curdi del Nord) e tentando di offrire al Paese una stabilità interna che la Siria non aveva mai conosciuto. Accentua il carattere laico delle istituzioni statali, e grazie anche alla messa al bando dei partiti politici rivali e ad una dura persecuzione di eventuali oppositori, riesce a guidare con mano ferma Damasco per i successivi trent’anni. In questo senso si spiega la popolarità di cui gode specialmente nei primi anni di governo; non deve infatti dimenticarsi che, a partire dalla conquista dell’indipendenza nel 1946, la Siria aveva subito numerosi terremoti politici, passando per tredici colpi di Stato nonché per una provvisoria e fragile unione, in una Repubblica Araba Unita, con l’Egitto di Nasser.

Da un punto di vista geopolitico è importante ricordare che fin dall’ascesa del partito filo-socialista Ba’at Damasco è vicina all’URSS, e, soprattutto a seguito della crisi di Suez (1956) e dell’effettiva conquista del potere da parte del partito (1963), la Siria entra a tutti gli effetti in orbita sovietica. In questo contesto, il governo di Hafiz al Assad unisce all’ideologia panaraba l’alleanza strategica con i sovietici: conferma fin da subito la sua vicinanza a Mosca, che non a caso è meta della sua prima visita estera nel 1971. Ottiene supporto economico, logistico e soprattutto militare, offrendo all’URSS la base navale di Tartus, ancora oggi unico porto russo nel mar Mediterraneo.

Senza mai rinunciare al forte alleato, Assad apre la Siria ai capitali occidentali, dimostrando un grande realismo politico; l’obiettivo è promuovere la crescita ed imprimere una svolta economica, per fare di Damasco la guida del mondo arabo. La sconfitta subita nel 1967 per mano di Israele[1] non è stata dimenticata, ed anzi ha rafforzato l’esigenza di intensificare una collaborazione panaraba, priorità e matrice delle decisioni di politica estera del Presidente siriano. Negli anni che seguono, infatti, Assad tenta di riottenere le alture del Golan con l’offensiva dello Yom Kippur (1973); interviene, su mandato della Lega Araba, nella guerra civile in Libano, Paese sul quale la Siria rivendica un interesse speciale per ragioni storiche (trattandosi di un territorio un tempo appartenente alla provincia ottomana di Damasco); si erge a difensore della causa palestinese, e proprio il sostegno offerto a gruppi palestinesi, considerati dagli Stati Uniti come “terroristi”, comporta l’inclusione della Siria nella lista degli “Stati canaglia”[2]; intreccia inoltre una cooperazione economica (in particolare, commercio di petrolio) e militare con Teheran a seguito della Rivoluzione del 1979, complice la comune appartenenza religiosa alla corrente sciita. Il dinamismo nella regione unito alla cruciale posizione geografica rendono la Siria un alleato decisivo e prezioso per l’URSS.

Il crollo del sistema delle repubbliche sovietiche, agli inizi degli anni Novanta, spinge tuttavia Damasco a cercare un allineamento all’Occidente; la Siria partecipa così alla Guerra del Golfo accanto agli Stati Uniti ed al nemico di sempre, Israele, e viene depennata dalla lista dei rogue States[3] (vi rientrerà nel 2003). Il legame con Mosca, nonostante gli anni confusi che la Russia attraversa, rimane comunque un punto fermo in politica estera, anche dopo la morte di Hafiz e la salita al potere del figlio trentaquattrenne Bashar (in un singolare caso di Repubblica dinastica).

L’ascesa alla presidenza del giovane secondogenito di Hafiz è garantita dai leali collaboratori dell’ex capo di Stato, che continuano ad occupare posizioni di rilievo nei settori militari, governativi ed interni al partito Ba’at. Nel luglio 2000 la scelta di Bashar viene confermata da un referendum popolare, in cui ottiene l’approvazione del 97% dei votati. Nel suo primo discorso di insediamento Bashar sottolinea l’importanza di una modernizzazione della Siria, promette riforme economiche, lotta alla corruzione ed una svolta democratica. Seguendo questa linea, consente la pubblicazione delle prime testate giornalistiche indipendenti, rilascia centinaia di prigionieri politici e si erge a giovane rappresentante di uno Stato islamico secolarizzato, acquisendo una buona popolarità anche in alcuni Paesi sunniti del Medioriente (ad esempio, in Turchia).

Tuttavia, quelli che sembrano essere segni di un cambiamento iniziano presto a diradarsi. Forse dietro suggerimento della vecchia guardia del Ba’at e degli antichi consiglieri del padre, Assad reagisce con estrema inflessibilità alle proteste iniziate nella città di Daara nel Marzo 2011, classificate dalla stampa occidentale come ulteriore manifestazione (dopo Tunisia ed Egitto) delle Primavere arabe. La richiesta di immediate elezioni democratiche e di dimissioni del Presidente incontrano una durissima repressione da parte delle forze governative, che aprono il fuoco sui manifestanti. Assad definisce pubblicamente le proteste come orchestrate da cospirazioni estere, al fine di minare l’unità e la stabilità dello Stato. Gli scontri continuano, le manifestazioni dilagano e in tre mesi il bilancio dei morti tocca quota 1.000 persone.

Oggi il numero ha superato le 200.000 vittime, cui si aggiungono i milioni di sfollati che cercano salvezza nei Paesi confinanti o in Europa. Gli scontri sono peraltro complicati dall’intervento di fazioni ultra-islamiche a supporto dei ribelli (tra tutti, al-Nusra e IS) e, specularmente, dagli aiuti esterni ricevuti dal governo di Damasco, in particolare da parte del partito di Hezbollah, da Teheran e Mosca.

Quest’ultima, fedele alla storica amicizia che la lega al governo siriano, si è sempre schierata a favore di Bashar al Assad, sottolineando con urgenza, specie negli ultimi mesi, la necessità di rafforzare il governo legittimo e di impedire che il Paese cada nelle mani dell’estremismo islamico. Dietro la retorica densa di lotta al terrorismo e di rispetto dell’autodeterminazione del popolo siriano, tuttavia, si intravedono gli ulteriori progetti che Mosca potrà perseguire attraverso un appoggio concreto al regime di Assad.

Obiettivi russi in Medio Oriente. E’ sempre più evidente che le manovre di Vladimir Putin in Siria si inseriscono in un più ampio disegno a sfondo globale. L’impressione largamente condivisa, infatti, è che l’obiettivo a lungo termine del Cremlino sia quello di riposizionare Mosca al centro delle trame politiche mondiali; un percorso che dovrebbe restituire alla Russia quello status di superpotenza perso agli inizi degli anni Novanta, quando il crollo dell’impalcatura socialista provocò un duro colpo all’orgoglio della nazione.

In primo luogo, Mosca sembra voler emergere come interlocutore privilegiato ed indispensabile nella risoluzione dei conflitti mediorientali. In parte, ha già rivestito questo ruolo nell’agosto 2013, all’indomani del brutale attacco chimico di Ghouta[4] (sobborgo sud-orientale di Damasco); in questa occasione, di fronte ad una reazione della comunità internazionale di netta condanna del governo Assad e ad una minaccia di intervento armato in Siria da parte degli Stati occidentali, il Cremlino si pone come mediatore delle parti, sottolineando la necessità di una soluzione alternativa a quella militare. Dopo due settimane di altissima tensione, e con la complicità di un’opinione pubblica all’epoca poco propensa all’uso della forza, Vladimir Putin scongiura di fatto un’operazione internazionale contro Damasco: il 6 settembre Barack Obama dichiara che, a seguito di colloqui bilaterali con il Presidente russo a margine del G-20 di San Petroburgo, nonostante le diversità di opinioni circa il regime di Bashar al Assad e l’attribuzione della responsabilità al governo per l’uso delle armi chimiche, entrambi convengono che soltanto un processo di tipo politico può offrire una soluzione alla crisi ed una stabilità di lungo termine alla popolazione siriana. Inoltre, non bisogna dimenticare il peso degli sforzi russi nella negoziazione del recente accordo sul nucleare firmato lo scorso 14 luglio da Iran, i P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Germania) ed Unione Europea. In questa circostanza, Mosca ha dimostrato di poter svolgere un ruolo costruttivo per la promozione della cooperazione multilaterale in scenari critici. L’importanza dell’azione russa in questa occasione è degna di nota, se si tiene presente che il supporto del Cremlino è giunto nonostante gli intensi attriti con le nazioni occidentali a seguito dell’annessione della penisola di Crimea nel marzo 2014.

Se è vero che questi episodi dimostrano il ruolo svolto dalla Russia in questioni relative a Paesi alleati, quali la Siria (un sodalizio che dura ormai da quasi ottant’anni) e l’Iran (con cui Mosca intrattiene relazioni cordiali dalla caduta dell’URSS), bisogna sottolineare come Vladimir Putin stia coltivando rapporti bilaterali amichevoli anche con il versante sunnita del mondo islamico, tradizionalmente vicino agli Stati Uniti. Nello scorso agosto hanno visitato Mosca il re di Giordania, il principe di Abu Dhabi ed il presidente egiziano al-Sisi; con la Turchia di Erdogan, nonostante divergenze strategiche e frequenti diverbi (da ultimo, per la presenza non autorizzata di un velivolo militare russo nello spazio aereo turco, lo scorso 3 ottobre), la Russia ha rafforzato i rapporti commerciali, specie nel settore energetico, con la costruzione della centrale nucleare di Mersin ed il progetto del Turkish Stream; l’emiro del Kuwait ed il re dell’Arabia Saudita (antico e fedele alleato di Washington) dovrebbero viaggiare in territorio russo entro la fine dell’anno. Gli argomenti sul tavolo sono molteplici, dalla politica regionale a nuove opportunità economiche – su tutte, l’investimento del fondo sovrano saudita Public Investment Fund di 10 miliari di dollari in Russia[5].
Se è vero che l’appoggio russo al regime di Assad e la recente campagna militare in territorio siriano incontrano forti obiezioni nel mondo sunnita, intollerante alla presenza di una roccaforte sciita nell’area, i prossimi mesi serviranno per valutare se Vladimir Putin riuscirà ad inserirsi nello scacchiere mediorientale come parte terza e neutrale, capace di intessere rapporti amichevoli con i governi rappresentativi di entrambe le correnti religiose.

Del resto, la strategia russa sembra essere inscritta in una ricerca di sintonia con tutti gli attori della regione. Anche i rapporti con Tel Aviv, infatti, appaiono buoni, se si tiene presente il mancato supporto di Israele alla Risoluzione 68/262 dell’Assemblea Generale dell’ONU, relativa all’integrità territoriale ucraina. Proprio lo scorso 21 settembre, inoltre, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è recato in visita a Mosca, accompagnato da Gadi Eizenkot, capo di Stato Maggiore, e da Herzi Halevi, alla guida dell’Israeli Military Intelligence Directorate. La presenza dei due militari si giustifica in ragione dell’oggetto dell’incontro: la sicurezza del territorio, in particolare delle Alture del Golan (appartenenti alla Siria ma occupate da Israele dal 1967); l’eventuale, preoccupante rafforzamento del partito di Hezbollah, vicino al governo di Damasco ed acerrimo nemico di Israele; la necessità di evitare possibili scontri tra forze russe ed israeliane impegnate nell’area.

Mosca sembra dunque collezionare una serie di successi diplomatici in una delle regioni più instabili e complesse del mondo, nonostante la recessione economica sofferta da un anno a questa parte, dovuta alle sanzioni imposte dall’Occidente ed alla guerra dei prezzi del petrolio. Sarà cruciale, nei prossimi mesi, vedere in che direzione si spingeranno l’intuito e la freddezza di Vladimir Putin. Nel frattempo, sembra significativo il fatto che il quotidiano Haaretz, la più antica testata giornalistica israeliana, abbia definito la citata visita di Netanyahu a Mosca come emblematica del “nuovo Medio Oriente post-statunitense”[6].

di Giulia de Nardis

[1]  Si tratta della Guerra dei Sei Giorni, nella quale Hafiz al Assad era Ministro della Difesa della Repubblica siriana.
[2]  http://www.state.gov/j/ct/rls/crt/2007/103711.htm
[3]  Stati canaglia.
[4] Nelle prime ore del 21 agosto 2013 centinaia di civili furono uccisi a seguito dell’utilizzo di armi chimiche. Gli Stati occidentali hanno ritenuto il governo di Bashar al-Assad responsabile del massacro, sebbene il Presidente siriano abbia sempre negato la commissione dell’attacco.
[5]   Www.mof.gov.sa/english/Pages/investment.aspx
[6]   http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.677075.

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