La crisi e il lavoro. Il ruolo delle donne

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On 10 ottobre 2012 At 20:55

Category : Inchieste

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Con la crisi, il ruolo della donna nel mondo lavorativo è messo ancora più in discussione; i dati parlano chiaro: nel secondo trimestre del 2012, secondo l’Istat, il tasso di occupazione tra le under 30 del Mezzogiorno d’Italia è del 16,9%. Un divario ampissimo con il nord che registra il 45,7%.    


di Nicola Gesualdo

La vera emancipazione femminile non c’è mai stata, c’è stato forse qualche piccolo passo in avanti che poi si è rivelato un passo nel vuoto. Con la crisi, il ruolo della donna nel mondo lavorativo è messo ancora più in discussione; i dati parlano chiaro: nel secondo trimestre del 2012, secondo l’Istat, il tasso di occupazione tra le under 30 del Mezzogiorno d’Italia è del 16,9%.Un divario ampissimo con il nord che registra il 45,7%.

Innanzitutto va tratto un quadro generale della situazione lavorativa nel nostro Paese.
Il Rapporto Istat (maggio) racconta che al Sud hanno perso il lavoro 280mila persone e al nord 228mila. Ad essere colpiti sono stati sia gli uomini che le donne, anche se di fatto le possibilità lavorative per le donne risultano in costante peggioramento (per esempio, circa 800mila donne madri hanno dichiarato di essere state licenziate o costrette a dimettersi in occasione di una gravidanza). Inoltre la crisi accresce i divari territoriali; sono all’incirca 583 mila le persone che, tra il 2000 e il 2009, hanno abbandonato il Mezzogiorno d’Italia alla ricerca di un futuro migliore.

Nonostante questo “tsunami demografico” c’è ancora chi, come il ministro Cancellieri, sostiene che i giovani italiani sono dei “bamboccioni” che non vogliono abbandonare casa e famiglia. Forse per il caro Ministro è fuorviante il dato secondo il quale la maggior parte della popolazione che emigra non effettua il cambio di residenza e quindi rimane registrata negli anagrafi comunali?
Nel dettaglio, secondo Svimez, nei prossimi venti anni il Mezzogiorno perderà quasi un giovane su quattro, mentre nel Centro-Nord oltre un giovane su cinque sarà straniero.
Nel 2050 gli under 30 al Sud passeranno dagli attuali 7 milioni a meno di 5, mentre nel Centro-Nord saranno sopra gli 11 milioni. A quella data, inoltre, ci sarà il sorpasso: la quota di over 75 sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall’attuale 8,3% al 18,4%, superando il Centro-Nord dove raggiungerà il 16,5%.
Mentre i genitori vengono espulsi dal mondo del lavoro a causa di riforme sempre più stringenti e sempre meno tutelanti, i figli, nel “fantastico” mondo lavorativo, non riescono neanche a metterci il naso.
I giovani tra i 15 e i 29 anni, da qualificare come “né/né” (né allo studio, né al lavoro), sono oltre due milioni, un quinto del totale di questa fascia di età.

Si cerca di colpevolizzare chi si vuole opporre a questo modo di fare politica attraverso una repressione sempre più ampia e limitando l’accesso all’istruzione attraverso le politiche iniziate prima con la riforma Gelmini (in verità perpetrate da anni) e poi portate avanti dal Governo Monti in nome dei tagli alla spesa pubblica. Vogliono creare una popolazione senza cervello, assoggettata al padrone di turno, in cui aumenta sempre di più il divario tra Nord e Sud e dove vengono cancellati i diritti conquistati nel secolo 900′. A testimonianza di ciò le dichiarazioni dell’allora ministro della gioventù Meloni; quando nel gennaio 2011  presentò il suo “Piano per l’occupazione giovanile”, spiegò che una delle cause principali dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile andava rintracciata in una certa “inattitudine all’umiltà” dei giovani italiani, disinteressati a svolgere quei lavori manuali così fortemente richiesti dalle imprese.
Partendo dal presupposto, logico e razionale, che sia più che legittimo per un giovane aspirare a un elevato livello di formazione personale e professionale al fine di raggiungere una migliore condizione di vita, è necessario ammettere un dato: il sistema economico italiano appare oggi più che mai incapace di dare spazio ai giovani laureati altamente qualificati.
Forse anche per la Meloni così come per la Cancellieri i dati Istat e Svimez sono fuorvianti e li interpretano a seconda dei propri interessi Governativi.

Il popolo italiano non può accettare più le bugie di Stato.
Il problema non si riduce al divario tra nord e sud, ma viene accentuato dal vero ruolo che svolge la donna nella nostra società, sia essa di Enna o di Trieste.
Ancora oggi essere una giovane donna del Sud Italia significa avere meno della metà se non un quarto delle opportunità offerte a un giovane coetaneo maschio del Nord Italia.
Ma sono le situazioni implicite, quelle quotidiane alle quali non si da peso, che mettono in luce la differenza che c’è tra l’uomo e la donna, o meglio tra l’essere uomo e il non esserlo. Il ruolo della donna sembra essere quello di dover compiacere a tutti i costi l’uomo, essere l’oggetto del desiderio, assecondare l’uomo in quanto, quest’ultimo, si erge a razza superiore.
Sicuramente il problema è culturale, ma questa concezione potrebbe essere superata soltanto se la donna iniziasse a diventare consapevole del suo ruolo, il quale non deve essere differente dall’uomo, ma neanche deve emularlo, la donna deve essere donna in quanto essere umano, deve iniziare ad essere se stessa senza la problematica del dover compiacere a tutti i costi e del dover apparire.
Forse bisognerebbe smetterla di parlare di femminismo, è solo un modo per ghettizzarsi ulteriormente, bisognerebbe soltanto cercare di rispettare tutte le diversità e iniziare ad applicare le eguaglianze enunciate nella nostra Costituzione.
Superare le differenze territoriali, di classe, di razza, di religione e di sesso, in modo da poter iniziare a parlare di meritocrazia e ad essere giudicati per quello che si è capaci di fare e non per l’aspetto fisico.
Se solo si smettesse di presentarsi ad un colloquio di lavoro con la gonna sempre più corta per competere con l’altra, se non si rispondesse più agli annunci in cui c’è la richiesta di una segretaria “avvenente e disponibile” e se solo si smettesse di festeggiare la festa della donna, qualcosa potrebbe cambiare.
L’esempio di tutto ciò, come al solito, dovrebbe essere dato da chi ci amministra e rappresenta e dalla Tv, ma se come esempi abbiamo Berlusconi e le sue vicende “amorose” o Nicole Minetti che afferma che in politica non bisogna essere capaci, o ancora se l’audience televisivo si alza a dismisura alla vista di rotondità, allora vuol dire che viviamo davvero nel Paese dei balocchi.

 

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