L’altra Festa della Repubblica

Settant’anni di Festa della Repubblica. E’ necessario ricordare  perché si festeggia, purtroppo, troppo spesso, le nuove generazioni sono ignare di quanto accaduto. Il 2 e il 3 giugno del 1946 si tenne un referendum istituzionale con il quale gli italiani vennero chiamati alle urne per decidere quale forma di Stato – monarchia o repubblica – dare al Paese. Il referendum fu indetto a seconda guerra mondiale terminata, qualche anno dopo la caduta del fascismo, regime dittatoriale che fu sostenuto dalla famiglia reale italiana per circa vent’anni. Dopo 85 anni di regno, con 12 717 923 voti contro 10 719 284, l’Italia diventò una repubblica e i monarchi di casa Savoia vennero esiliati. Questo referendum istituzionale fu la prima votazione a suffragio universale indetta in Italia. Il risultato della consultazione popolare venne ratificato ufficialmente il 18 giugno 1946, quando la Corte di Cassazione dichiarò la nascita della Repubblica Italiana.

Quest’anno, a pochi giorni dalla festa della Repubblica, c’è stato il rientro in Italia di Salvatore Girone, uno dei due marò della Enrica Lexie, accusati dell’omicidio di due pescatori indiani, avvenuta il 15 febbraio 2012. Se da un’ala parlamentare, parte del centro-destra, si è cercato sin dall’inizio di strumentalizzare la “questione marò”, addirittura proponendo una futura e possibile candidatura dei due militari, dall’altra, il Governo Renzi, è stato, quantomeno apparentemente, più cauto, infatti lo stesso Presidente del Consiglio ha dichiarato: “Adesso i marò sono in Italia. Sono tornati per un’azione di buon senso, paziente e non reclamizzata. E il buon senso ci deve continuare a guidare. Ecco perché siamo felici che questa manifestazione del 2 giugno sia la prima dopo anni in cui nessun nostro soldato è privato della propria libertà all’estero. Ma non utilizzeremo il 2 giugno per strumentalizzare alcunché. Massimiliano e Salvatore sono di nuovo in Italia. Hanno il diritto di stare con le loro famiglie. Noi continueremo a lavorare con buon senso e serietà, senza strumentalizzazioni più dannose che inutili.”

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Proprio in relazione a questa dichiarazione di Renzi, non si capisce come mai uno Stato deve tutelare a tal punto due militari che hanno ucciso 2 pescatori innocenti, e continuare con la retorica dei cittadini di serie A e cittadini di serie B. Attenzione, non si intende nè condannare nè assolvere i due marò, ma per forza di cose il pensiero va a chi ha commesso un reato in Italia, da cittadino e non da marò, e non viene, giustamente o ingiustamente, tutelato allo stesso modo dal Governo.

Il nostro pensiero è rivolto a chi è dimenticato dalla società, a chi è condannato al “fine pena mai”. E così come non possiamo sostituirci ad un Tribunale nel caso dei marò, allo stesso modo non lo possiamo fare nei confronti degli ergastolani. Invece, spesso in Italia, avviene proprio il contrario, si è pronti ad indossare una toga e intraprendere un processo mediatico. Forse la rabbia di chi ha subito un torto non può essere compresa, tanto da poter “giustificare” la sete di vendetta, per esempio, di un padre a cui è stata uccisa una figlia; forse va compresa e capita, ma certamente non può essere capita la vendetta di Stato o della moltitudine di una società moderna.

Proprio dal carcere è partito un appello per la giornata di oggi. “Qualche mese fa dal carcere di Padova è partito un appello a tutti gli ergastolani in Italia di fare un giorno di digiuno per la festa della Repubblica del 2 giugno, per sensibilizzare e ricordare alla classe politica e all’opinione pubblica che in Italia esiste la “Pena di Morte Nascosta”, come Papa Francesco ha definito la pena dell’ergastolo”, scrive Carmelo Musumeci, uno dei 1500 condannati all’ergastolo in Italia.

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Lo stesso Musumeci, spiega perchè la decisione di fare questo sciopero della fame simbolico.

Perché il 2 giugno ben 864 ergastolani attueranno un giorno di digiuno?

“Perché con l’ergastolo non si vive ma si sopravvive. Si sopravvive con tristezza e malinconia, senza speranza e senza sogni. Si sopravvive come ombre che oscillano nel vento, come pesci in un acquario, con la differenza che non siamo pesci.

Si vive una vita che non ti appartiene più,  una vita riflessa, una vita rubata alla vita. Il carcere per l’ergastolano è un cimitero, ma invece che da morto è seppellito da vivo.”

Perché bisogna abolire l’ergastolo?

“Perché è una pena inutile e anche stupida. Per quelli che pensano che la pena dell’ergastolo sia un  deterrente, rispondo che chi è mentalmente malato (pedofili e simili), chi è in astinenza da droga, chi si sente in guerra contro il mondo per motivi religiosi o politici, non ha assolutamente paura di una pena come l’ergastolo. Infatti alcuni non hanno neppure paura di farsi saltare in aria nel nome del Dio di turno. Una pena come l’ergastolo non fa paura neppure ad uno che ha fame e molti ergastolani provengono da situazioni di degrado, emarginazione, povertà e altro. Molti ergastolani  si sentivano in guerra verso la povertà, coltivavano un sogno di ricchezza, verso una ambizione, un progetto, una vita diversa, un destino migliore: tante cose che a suo tempo ci facevano rischiare di ammazzare o essere ammazzati. Con il passare del tempo e l’idea di dover vivere fino alla morte in carcere, la pena dell’ergastolo ci fa sentire vittime del reato, anche se il reato è il nostro.

Molti sono contrari alla pena di morte per motivi religiosi, etici ecc. e invece non lo sono per la pena dell’ergastolo e non si capisce bene il perché. Le possibilità sono due: o pensano che l’ergastolo sia meno doloroso della pena di morte, o può essere anche il contrario, che con la pena di morte cessa la sofferenza della pena e quindi la vendetta.

Non è giustizia una vita per una vita perché tenere una persona dentro una cella una vita non serve a nessuno e molti ergastolani preferirebbero prendere il posto nell’aldilà delle loro vittime. Oggi nessuna delle nostre azioni può cambiare il nostro passato, ma oggi voi potete cambiare il nostro futuro, guardate e giudicateci con il nostro presente e non più per il nostro passato. Lo spirito di vendetta dopo tanti anni è ingiustificato nei confronti di persone che hanno cambiato interiormente.”

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Laureato in giurisprudenza, giornalista pubblicista, Co-fondatore e Direttore responsabile di Oltremedia. Il giornalismo lo intendo a 360°: video,montaggio,foto,scrittura.

nicola.gesualdo@oltremedianews.it

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