Ivan Grozny: il giornalista freelance che ci svela i lati bui delle Olimpiadi a Rio

Lunedì scorso, presso lo spazio sociale “3 Serrande” dell’università la Sapienza di Roma, si è svolto un incontro sui lati oscuri delle ultime olimpiadi brasiliane. Ospite della serata era il giornalista freelance padovano Ivan Grozny che, per l’occasione, ha presentato il suo ultimo lavoro “Road To Rio.

In questo modo Ivan ha mostrato tutto quello che i media nazionali non ci hanno voluto far vedere durante la kermesse olimpica svoltasi in terra carioca. Dalla forte repressione attuata dalla polizia brasiliana fino allo sgombero della gente che viveva nelle favelas, perché non si poteva mostrare il lato più brutto della città ai numerosi ospiti internazionali. Sono stati molti i lati che il giornalista padovano ha descritto, impeccabilmente, nel corso dell’evento.

Non sono mancati, come era prevedibile, vari collegamenti con le olimpiadi del 2024 che hanno visto il ritiro della candidatura di Roma alcune settimane fa, per volere della giunta comunale guidata da Virginia Raggi. Per questo motivo si sono sollevate feroci polemiche e sono state molte le personalità che hanno etichettato la sindaca come irresponsabile, visto che, per questi signori, i giochi a cinque cerchi erano una delle poche possibilità di ridare uno slancio alla Città Eterna.

Alcuni giorni fa abbiamo intervistato lo stesso Ivan per conoscerlo meglio e per scoprire di più sul suo lavoro.

1) Ci racconti un po’ di te Ivan? Come mai ti fai conoscere come “Ivan Grozny”?

”  E’ un nome che mi hanno dato. Negli anni Novanta c’era la guerra in ex Jugoslavia e io come tanti in quegli anni, andavo a portare aiuti ma anche a cercare di capire cosa accadeva, raccogliere storie ecc… nei campi profughi mi capitava di incontrare tantissimi bambini, per lo più orfani, ai quali avevano dato il mio nome, Ivan. Nella zona di Brcko dove mi sono fermato più tempo, in un campo i ragazzini miei omonimi hanno cominciato a chiamarmi così. L’ho sempre inteso alla russa, quindi pensando che volesse dire il terribile, ma qualche anno dopo ho scoperto grazie a un carissimo amico, Bosko, che era un esule della guerra, che nei balcani questo aggettivo sintetizzava in un’unica parola aggettivi positivi e negativi. Di fatto sintetizza e mette insieme il bene e il male. Per questo mi è piaciuto e me lo sono tenuto“.

2) Nei tuoi lavori ti sei occupato, spesso, dei lati sociali del mondo sportivo: mi viene in mente, ad esempio, al tuo libro “Ladri di Sport”. Perché questa scelta?

” Il calcio non solo è una grande passione ma è la religione monoteista con più adepti al mondo. E’ un linguaggio universale e specchio della società. Il calcio è sempre stato moderno e al passo coi tempi, fino dalla sua nascita. E’ stato esclusivo ed escludente ma è allo stesso determinante per accelerare processi di emancipazione. E’ a tutt’oggi un laboratorio di linguaggio e di controllo sociale oltre che di tante altre cose. A parte questi stimoli, banalmente posso dire che lo il calcio trovo ovunque. Nei territori di guerra dove sono stato, dall’Iraq alla Palestina, dal Libano alla Siria ma anche nelle strade di città uniche come Napoli o Rio de Janeiro. Vedere bambini che giocano a pallone mentre tutto attorno la vita scorre e magari prende pieghe che possono essere catastrofiche è qualcosa di non banale. A Silvan, nel Kurdistan curdo, ho assistito a una partita di pallone accesissima tra ragazzini mentre attorno a loro l’esercito sparava nelle strade, anche dagli elicotteri che passavano pure sopra le loro teste. Può sembrare retorico ma è la vita che si impone sulla morte“.

3) La tua ultima fatica, “Road to Rio”, ci mostra i lati più oscuri delle Olimpiadi 2016 tenutesi a Rio de Janeiro. Da dove viene il desiderio e la voglia di trattare una tematica del genere?

”  E’ dal 2012 che ho cominciato ad andare in Brasile per seguire questo percorso che portava il Paese a ospitare in due anni i più grandi eventi sportivi che ci sono. Così se il primo viaggio l’ho raccontato con un corto, Brasiliando, quelli successivi con un documentario, “Fora da Copa”, questa volta ho voluto cimentarmi con questo tipo di linguaggio molto rapido, di immediata fruizione. L’idea di fare dei micro episodi seriali quotidiani arriva dalla personale esigenza non di mostrare una Rio diversa o alternativa, ma semplicemente mostrarla per quello che è. Sono soprattutto le storie, i suoni, le facce di questa enorme città che ce la raccontano. E anche vederla trasformarsi per il grande evento, a parte le opere di camouflage , da l’opportunità di porre l’accento su diversi particolari. Poi sono talmente le storie e le situazioni in città così che, per uno come me che va pure cercandole, è una pacchia“.

4) Per questi cosiddetti grandi eventi, inclusi anche il mondiale di calcio del 2014 e la Confederation Cup, di due anni prima, è nato un vero e proprio movimento di protesta in tutto il Brasile che è stato represso dalla polizia brasiliana. Tale situazione mi ricorda un po’ ciò che è successo a Genova nel luglio del 2001 durante un altro grande evento come il G8. Secondo te possono essere fatte delle comparazioni, o ci sono alcune similitudini, tra i due casi?

 In Brasile la gente è scesa in strada portando in piazza urgenze e rivendicazioni di diverso tipo e provenienza. La questione dei trasporti, che è la più nota, è importante perché incide nella vita di tantissime famiglie. Sono tutti pendolari, sia lavoratori che studenti. Vivere in quella che è considerata la cinta urbana da quella extraurbana fa la differenza nel prezzo dei biglietti. Poter o meno utilizzare la metro o la decisione delle prefetture di mettere fuori legge i servizi di taxi collettivo intaccano le risorse economiche delle famiglie che sono per lo più esigue. Di quelle stesse comunità di gigantesche metropoli fanno parte i tanti giovani che rimangono uccisi dalla polizia. Moltitudini di persone si sono ritrovate in strada come mai prima, per chiedere ciò che gli spetta in qualità di diritti e condizioni di vita. Allo stesso tempo è stato messo a nudo un sistema, quello dei grandi eventi, che oltre a travalicare per competenze lo stesso governo del Paese che li organizza esclude proprio le persone dei luoghi dove avvengono. La Coppa del Mondo di calcio è lo spettacolo televisivo più visto al mondo. E’ la grande occasione per mostrare la grandeur, vera o presunta, di un Paese. Si sostituisce al G8 che proprio dopo Genova non ha potuto più essere la vetrina dei potenti, visto che da Seattle in poi rimanevano dei luoghi militarmente difesi dall’assedio di milioni di persone. E come per Genova, anche in Brasile è stato spazzato via dalla repressione, dal terrore e dalla narrazione dei media. Oggi però esistono i social network, siti e blog che hanno raccontato davvero com’è andata. Anche lì ci sono state delle “Bolzaneto”, delle “Diaz”, in nome anche di una certa tradizione tipicamente latino americana. Ed è stato introdotto il reato di devastazione e saccheggio. Che prima in Brasile non c’era. Se la Coppa del Mondo non ha avuto grossi moti di protesta è stato proprio per questo motivo, perché il movimento è stato spazzato via con la forza. L’esigenza di mostrare un Brasile da cartolina ha prevalso su tutto. Ma come vediamo oggi la situazione è ben diversa“.

5) Cosa ne pensi del fatto che in Italia, ogni “grande opera”, ad esempio la Tav o le mancate olimpiadi di Roma 2024, vengono accostate ad una crescita per il paese?  Coincide ad una falsità?

” Se è tanto, è un anno che l’Italia ha smesso per i mutui accesi per Italia ‘90. Comunque se baglio è di un anno o due, quindi poco importa. Le chiamano grandi opportunità… Senza però fare i soliti discorsi e citare Atene o casi simili, pensiamo a cosa sta succedendo in Giappone rispetto alle spese dei prossimi Giochi. Credo basterebbe guardare quello per capire che i benefici è vero che ci sono, ma sono per pochissimi, e che la ricaduta e il prezzo che ha sulla società è enorme. I grandi eventi sportivi piacciono a tutti ma allo stesso tempo quello che chiamano “il pubblico” è consapevole che questo modo di concepire Mondiali e soprattutto Giochi è arrivato al capolinea e che qualcosa va rivisto. E infatti ovunque si pensi di organizzarli ci sono moti di protesta e un gran numero di persone contrarie.

Il G8 di Genova ha determinato la fine di quel tipo di rappresentazione del potere, utilizzando come vetrina lo sfondo di splendide città. Da Seattle in poi questi sono stati luoghi assediati, dalle vertenze, dalle urgenze e dalla forza di moltitudini di persone che pressavano i grandi della Terra, cercando non solo di condizionare delle scelte rispetto all’ambiente o all’economia, ma urlando loro che quel tipo di sistema che quei leader dei grandi paesi rappresentavano, era arrivato al capolinea. Così i grandi eventi sportivi hanno preso il posto di questi summit“.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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