Italia: l’inquietante ritorno nel Belpaese delle salme di Vittorio Emanuele III e della consorte

In queste ore sta suscitando non poche polemiche la decisione italiana di far rientrare nel Belpaese le salme di Vittorio Emanuele III, ultimo vero re d’Italia prima del referendum del 1946 che sancì la caduta della monarchia e la nascita della Repubblica, e di sua moglie Elena. La bara contente le spoglie dell’appartenente di casa Savoia, di cui tra pochi giorni cadrà il 70esimo anniversario della morte visto che è deceduto il 28 dicembre 1947, sono state tumulate accanto a quelle della consorte nel Santuario di Vicoforte, piccolo paesino della provincia piemontese di Cuneo, dove riposano anche altri appartenenti all’ex casa monarchica italiana.

Prima di tale decisione il corpo di Vittorio Emanuele III si trovava ad Alessandria d’Egitto, luogo scelto dal sovrano dopo un periodo passato in Portogallo a seguito della fuga dall’Italia dopo il referendum del 2 giugno 1946. Ciò che ha destato particolare polemica è stata la scelta, avallata dal Quirinale, di far rientrare la salma su una aereo di stato e di rendere tutti gli “onori militari” ad una figura che, durante i suoi anni di regno, non fece proprio ciò che può essere descritto come il “bene dell’Italia“. Ricordiamo, infatti, che l’esponente della dinastia Savoia  si rese protagonista di alcuni fatti quali, ad esempio, l’aiuto che diede al fascismo durante la sua salita al potere: nei mesi successivi alla Marcia su Roma non si oppose minimamente, pur essendo a conoscenza dei metodi fascisti, per non permettere alla camicie nere di diventare il primo partito d’Italia.

Al contempo non prese minimamente in considerazione le conseguenze nefaste che avrebbe portato la promulgazione delle Leggi Razziali, emanate nel 1938, e  di cui l’anno prossimo cadranno i 70 anni dall’entrata in vigore.

Inoltre, dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, il re non diede certo prova di coraggio e non risultò essere una figura “di spicco” per il suo popolo come le circostanze storiche del tempo richiedevano. Nella notte tra l’8 e il 9 settembre, infatti, Vittorio Emanuele III scappò a Brindisi e, da qui, fuggi dal paese lasciando le truppe italiano allo sbaraglio. Tutto questo comportò che i soldati italiani si trovarono senza una vera e propria guida e, di conseguenza, non si riuscirono a dar vita ad una degna resistenza per bloccare l’avanzata dell’esercito tedesco che occupò buona parte del Paese senza troppi problemi, dando via ad una serie di atti infami.

Alcune voci di protesta sulla decisione, in effetti, ci sono state. Si è fatta sentire, in primis,  la Comunità Ebraica, che ha descritto l’evento come”inquietante” visto che avviene, come detto prima, a pochi giorni dall’inizio dell’anno in cui si ricordano  i 70 anni dalla promulgazione delle Leggi Razziali. Anche l’ANPI (l‘Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani) ha fatto sapere, tramite le parole del suo presidente emerito Smuraglia che “portare la salma (di una così controversa figura storica, ndr) in Italia con solennità e volo di Stato è qualcosa che urta le coscienze di chi custodisce una memoria storica. Urta con la storia di questo dopoguerra“.

Dal mondo politico, invece, ben pochi hanno preso posizione, sia a destra che a sinistra. Qualcuno lo ha fatto per tirar fuori, ancora una volta, l‘amor patriottico che fa sempre bene in ogni occasione: ad esempio Giorgia Meloni, leader del partito di “Fratelli d’Italia“, ha detto che “l’odio non è una categoria della storia e della politica. Riportare le spoglie degli ultimi sovrani italiani in Patria può essere l’occasione per completare il processo di pacificazione nazionale“.

Così facendo, ancora una volta, il panorama politico nostrano ha fatto vedere che si è bravi a parlare di temi quali neofascismo o antifascismo solo in determinate occasioni e per scopi ben specifici. Il PD, che nelle ultime settimane ha organizzato manifestazioni sventolando a destra e a manca la bandiera dell’antifascismo, si sarebbe dovuto indignare per una decisione del genere visti gli “inciuci” tra Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini; tutto questo però non è avvenuto.

Tale fatto non è accaduto perchè probabilmente, vista anche la netta presa di posizione del Quirinale nella questione, si è deciso di agire secondo “responsabilità” e nel pieno rispetto di quelle istituzioni che, da un pò di tempo, stanno facendo solo disastri per il Paese. Inoltre, credo che, ancora una volta, con tale decisione, si è data carta bianca e tutti quei neofascisti, o vicini a tale ideologia, che, nei prossimi mesi, si vedranno legittimati per poter fare ciò che vogliono e magari presentarsi con qualche lista “democratica” alle prossime elezioni.

Solo il tempo ci dirà come finirà tutta questa vergognosa vicenda. Per il momento che possiamo dire? Possiamo semplicemente concludere con la frase iniziale dell’articolo 1 della Costituzione nostrana, nata sulle macerie di quell’Italia monarchica il 2 giugno 1946: L’Italia è un Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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