In carcere a 79 anni: giornalista arrestato per diffamazione

By Redazione
On 8 ottobre 2013 At 20:55

Category : Agorà

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È stato arrestato il giornalista di 79 anni Francesco Gangemi, a seguito di una condanna a due anni di carcere per diffamazione e falsa testimonianza. Un altro brutto capitolo di una vicenda fin troppo lunga, che vede responsabile ancora una volta l’inconcludenza della nostra classe politica.


Insensato che un quasi ottantenne finisca in carcere. Specialmente se il reato per cui è condannato nulla ha a che vedere con la frode fiscale, con il falso in bilancio o con la corruzione. Il 5 ottobre 2013 è stato prelevato e condotto in Questura  Francesco Gangemi, giornalista pubblicista di 79 anni e direttore del periodico mensile “Il Dibattito”, a seguito da una condanna a due anni di reclusione per i reati di diffamazione per mezzo stampa e falsa testimonianza. L’arresto è stato eseguito dagli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria, su provvedimento emesso dalla Procura generale di  Catania a firma del sostituto procuratore generale Elvira Tafuri. Nel provvedimento si legge anche che “il condannato ha omesso di presentare l’istanza per la concessione delle misure alternative alla detenzione nei termini prescritti”. Ieri i familiari hanno presentato la richiesta di domiciliari.

Sono otto le sentenze che pesano sulla testa di Gangemi, dal 2007 al 2012, quasi tutte per diffamazione. Una sola per falsa testimonianza, quest’ultima in riferimento alle vicende di inizio anni ’90 che videro l’allora consigliere comunale Gangemi rifiutarsi di rivelare le sue fonti dinanzi ai giudici che si occupavano del caso della “tangentopoli reggina”.

“È allucinante che a 79 anni un giornalista venga arrestato e portato in carcere” commentano il presidente del Fnsi Siddi e il segretario del Sindacato dei Giornalisti Calabria Parisi. “Ci appelliamo al Parlamento perché voglia con urgenza riformare la legge sulla diffamazione, come si è impegnata a fare di recente la Camera, per evitare il ripetersi di questi dolorosi sconci”. A sottoscrivere l’appello è anche l’Unci, l’unione dei cronisti italiani, che in una nota ricorda come sia stato decretato il carcere per un’età “vietata dalla legge”, sottolineando che i comportamenti di Gangemi sarebbero tutti “ ritenuti perfettamente legittimi dalla Corte dei diritti di Strasburgo che ha ripetutamente affermato che nessuno Stato può ostacolare la funzione di ‘cane da guardia della democrazia’ dei giornalisti”. Franco Corbelli, leader del movimento Diritti Civili, auspica un intervento ex machina di Giorgio Napolitano che ricalchi la soluzione, adottata nel caso Salllusti, con cui il Presidente commutò la pena del direttore del Giornale da 14 mesi di reclusione in una sanzione pecuniaria.

Solo l’ultimo, triste capitolo, dunque, di una storia che di pagine ne conta fin troppe e che poco fa onore, per usare un eufemismo, al nostro Paese. Specialmente, ancora una volta, alla classe politica: già nel novembre 2012, proprio in relazione alla vicenda di cui sopra, si è palesata l’incapacità delle Camere di una seria revisione del Ddl diffamazione per concordare la cancellazione del carcere per i giornalisti. Questione che, dopo giorni di aspre quanto infeconde polemiche, si concluse con l’approvazione di un emendamento proposto da Lega e Api, che conferma la pena di reclusione per chi diffama.

A giugno di quest’anno ci riprovano: viene presentata una proposta di legge che elimina definitivamente il carcere, seppur con un inasprimento delle sanzioni pecuniarie e un’estensione dell’obbligo di rettifica anche alle testate online. Si è parlato di votazione del testo a seguito della pausa estiva, ma ancora si attende. E intanto, commenta l’Unci, “i giornalisti in carcere ci vanno per davvero”. Per una legge che, come in molti sottolineano, inevitabilmente confligge con l’articolo 21 della Costituzione, secondo cui “Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. E che non garantisce ai giornalisti il libero esercizio del dovere di informare, né ai cittadini il diritto di un’informazione altrettanto libera.



                                                                                                                                                         Paola Venturini
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