Il respiro delle città: Piazza dei Miracoli

Che cos’è un nome?

La citazione illustre è in questo caso anche decisamente utile per affermare che il nome è un segno. Nomen omen. È l’indizio di qualcosa che esiste anche se a qualcuno risulta difficile notarlo.

Ci sono posti incredibili al mondo, ricchi di fascino e indecifrabilità. Pisa è uno di questi. È una città fantastica e un eterno mistero.

Parlando di questo luogo pieno di storia non si può non concentrare l’attenzione sulla sua piazza principale. Qui il nome è un segno perché Piazza dei Miracoli è tutta un miracolo. Per l’evidente bellezza di ogni monumento che la compone; per l’alternanza di sfumature che colpiscono la vista sotto cieli di qualunque intensità; per l’emozionante sequenza di forme, curve e immagini; per l’originalità e i segreti di ogni angolo che si scorge… e persino di quegli spicchi che non si lasciano notare al primo sguardo.

Il miracolo è proprio lì, davanti al viso di chiunque attraversi la piazza. Non avrebbe bisogno nemmeno di molte parole perché questo fantasmagorico prodigio è riassunto nella meraviglia che si sprigiona e che attraverso gli occhi raggiunge la mente e la riempie.

Le circostanze eccezionali qui si trovano dovunque. Segreti, simboli, misteri e leggende. Impossibile parlare di tutto ciò che di incredibile ricopre questo posto. Ma ci si può limitare ad alcuni aspetti.

Una delle prime cose stupefacenti sta nella sua disposizione.

La contemporanea presenza del Battistero, del Duomo con la sua torre campanaria e del Camposanto sintetizzano il percorso dell’uomo: nascita-vita-morte. Da un punto di vista gnostico questa sistemazione non è casuale perché raffigurerebbe l’Ouroboros (Uroboro). Si tratta di un simbolo molto antico, presente in tutti i popoli e in ogni epoca. Rappresenta un serpente-drago che si morde la coda costituendo un cerchio che non possiede un principio né una fine. È una figura in apparenza immobile, eppure in perenne movimento, potere che divora e ricrea nuovamente se stesso, è energia universale che si esaurisce e rifiorisce di continuo, che riparte dal principio dopo aver incontrato il proprio termine. Simboleggia perciò l’infinito, il cammino perpetuo, la perfezione, l’immortalità e la natura ciclica delle cose.

Tutto questo si riscontra nella realtà di questo luogo magico perché gli edifici non hanno una disposizione sequenziale – non si trovano l’uno dietro all’altro – ma sono schierati in tondo simboleggiando in questo modo il principio della rigenerazione e dell’eterno ritorno, dove l’inizio (Il Battistero) dopo aver attraversato il suo percorso di vita (la Cattedrale) ricomincia dalla propria fine (il Camposanto).

A proposito dello schieramento degli edifici, c’è un altro particolare che merita di essere raccontato.

I dettagli sono importanti ed anche se apparentemente nascosti sono l’impronta della storia della città e, perché no, anche della sua personalità.

Ai lati della porta di ingresso della Torre di Pisa si trovano due bassorilievi, uno da una parte e uno dall’altra. Se si osservano attentamente si possono distinguere le immagini di tre animali: un’orsa, un serpente e un ariete. L’iconografia di questa rappresentazione si riferisce naturalmente alla città: Pisa, simboleggiata dall’ariete, attaccata dal serpente, il maligno, e protetta dall’orsa, la Madonna. Ma perché Pisa è proprio l’Ariete? La spiegazione è molto interessante.

Secondo la tradizione religiosa medioevale un tempo l’anno prendeva inizio il 25 marzo e coincideva con il giorno dell’Annunciazione. Ab incarnatione Domini, esattamente nove mesi prima del 25 dicembre. Prima dell’avvento del calendario gregoriano nel 1582, a Pisa l’anno nuovo iniziava dunque il 25 marzo – e non il 1° gennaio – cadendo nel periodo dell’ariete. Se si potesse osservare il complesso dal cielo si noterebbe che Piazza dei Miracoli – considerando Torre, Cattedrale e Battistero – possiede la stessa medesima disposizione della costellazione dell’ariete.

Ancora una volta non un banale caso ma la storia che si incarna e si fissa nei monumenti.

Un ultimo racconto di grande fascino: la leggenda delle Unghiate del Diavolo.

Osservando il lato nord del Duomo, esattamente davanti al Camposanto, si può notare una lastra di marmo (presunta origine romana) situata ad altezza uomo e caratterizzata da una lunga sequenza di piccoli fori e graffi.

Pisa

Secondo la leggenda il diavolo, geloso della bellezza della Cattedrale di Pisa, desiderava distruggere l’edificio. Per questo motivo iniziò ad arrampicarsi lungo la fiancata nord per porre fine alla sua costruzione. Ma giunto quasi in cima, un angelo comparve all’improvviso riuscendo ad impedire che la creatura maligna portasse a termine il proprio piano. Durante la sua caduta, il diavolo poté solamente aggrapparsi a questo pezzo di marmo di origine romana, lasciandovi sopra il segno delle proprie unghiate.

Una circostanza davvero curiosa è che provando a contare le cosiddette unghiate del diavolo non si ottiene mai lo stesso numero, il conto è sempre diverso. Qualcuno sostiene che le unghiate varino per ‘dispetto’, impedendo di ottenere lo stesso risultato due volte consecutive.

Sembra incredibile ma alcuni qui, come in qualunque altro posto, possono scorgere molto più che semplici storie o racconti. È successo. È successo davvero. Ed accade ancora. Un ristretto numero di persone può avvertire chiaramente un sospiro, un suono impercettibile agli altri e che può attraversare solo le loro orecchie e raggiungere le loro menti. Il respiro della città.

Questo gruppo di ragazzi ha raccontato ciò a cui ha assistito. Durante le notti d’estate mentre ammiravano la cattedrale seduti sul morbido manto d’erba verde. È stata dapprima una vibrazione simile ad un leggero sbuffo. In seguito addirittura immagini. Hanno avvertito un frastuono incessante. Un ringhio, poi in lontananza un’ombra agghiacciante ben più oscura della notte stessa. Sembravano quasi foglie giganti dai vertici appuntiti come aghi. E alla fine le hanno distinte: due ali. Enormi, nere, di una tonalità paurosa sotto i flebili raggi della luna. Le hanno viste salire fino in cima alla cattedrale. E una volta lassù qualcosa di abbagliante e improvvisamente luminoso è stato come sprigionato dalla cupola della chiesa. Una creatura candida. La sua immagine è apparsa per meno di un secondo. Un attimo appena che è stato sufficiente. Le due ali nere sono state ricacciate; sono ripiombate sul fondo con un boato, quasi fosse un grido di disperazione. Infine uno stridio prolungato sul marmo della facciata.

Quei ragazzi sostengono che capiti ancora spesso.

Racconti o no, verità o fantasia è la storia che si perpetua, le leggende che prendono vita davanti agli occhi e nella mente di chi sa ascoltare la voce della città. Il suo respiro echeggia, si fa ammirare e sentire. Ma solamente a chi è in grado di superare le apparenze, a chi crede nella propria città, a chi è convinto che ci sia vita oltre l’immobilità, oltre la consuetudine, oltre l’abitudine a guardare senza osservare.

Quella voce esiste e ripete la propria storia. La propria leggenda.

Racconta e urla la propria indiscutibile vita.

Andrea Serafini

Laureato in giurisprudenza, giornalista pubblicista, Co-fondatore e Direttore responsabile di Oltremedia. Il giornalismo lo intendo a 360°: video,montaggio,foto,scrittura.

nicola.gesualdo@oltremedianews.it

Add your comment

XHTML : You may use these tags : <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

This is a Gravatar-enabled website. To get your own globally-recognized avatar, please register at Gravatar.com