Il fascino indiscreto della resa greca

Eccoli lì, i fans dell’ultima ora di Alexis Tsipras pronti a pronunciare il de profundis del neo governo greco: Tsipras si è arreso, dicono, la speranza della sinistra radicale greca è sfumata. E’ il tipico provincialismo italiano che in questo caso si fonde al solito salto della quaglia, all’occorrenza pronta a spostarsi sul carro del vincitore di turno. I negoziati chiusi nella riunione dell’eurogruppo di venerdì scorso prevedono lo sblocco dei fondi del prestito europeo per un periodo di 4 mesi. Aperture sono venute rispetto al contenimento dell’avanzo primario (Tsipras chiedeva l’1,5%, percentuale nettamente inferiore rispetto a quelle richieste degli anni a venire, 3% per il 2015 e 4,5% per il 2016 ). Quanto ai finanziamenti del fondo EFSF, le risorse rimangono concentrate sulla ricapitalizzazione del sistema bancario greco nonostante il governo di Syriza abbia chiesto di utilizzare le risorse in maniera non vincolata in altre voci di spesa. Il commento di Varoufakis, ministro delle finanze greco, è netto: “Non è il momento di festeggiare, questo accordo è un piccolo passo in avanti, il primo nella giusta direzione. Abbiamo combinato due cose di solito ritenute contraddittorie, l’ideologia e la logica, ossia la democrazia e il rispetto delle regole”. Hanno fatto il giro del web le sue parole pronunciate a commento della riunione dell’eurogruppo, le riportiamo così come trascritte dai commentatori internazionali: “Negotiations show you may have to say ‘No’ to proposals you don’t have a mandate to say ‘Yes’ to”. La Grecia, dunque, sembra effettivamente diversa rispetto alla rappresentazione della docile e arrendevole controparte di negoziato. Dovremmo anche chiederci: è effettivamente verosimile che una nazione periferica, isolata (non è stato necessario che passasse molto tempo per appurare la inaffidabilità dimostrata dal cravattaro premier italiano, per esempio, che invece di unirsi al duro negoziato ellenico ha preferito ritagliarsi il ruolo dello spettatore o dello scolaretto ubbidiente) ed economicamente allo stremo avrebbe potuto ribaltare da sola un tavolo di trattative pieno di pescecani?

Già di primo acchito si intuisce che una risposta affermativa sarebbe velleitaria, per usare un eufemismo.

I più attenti, tuttavia, hanno intuito che la situazione non è per nulla stabilizzata e le dinamiche aperte dopo la vittoria di Tsipras alle elezione di fine gennaio scorso non sono affatto esaurite. Ci sono diversi fatti certi pronti a dimostrarlo: in primis, le elezioni in Irlanda (maggio) e Spagna (novembre) in cui partiti fortemente critici nei confronti della Troika e che in queste settimane hanno espresso solidarietà e vicinanza alla Grecia sono in netta ascesa e probabili vincitori delle rispettive elezioni nazionali. Dopotutto, la favola della resa greca, piuttosto che quella dell’isolamento della Grecia da parte degli altri paesi periferici (dovuto al fatto che quest ultimi non approvano che qualcuno possa evitare di fare i “compiti a casa” come questi hanno già fatto e continuano a fare), contribuiscono alla manipolazione dei fatti e a scoraggiare il rischio che “l’eccezione” greca possa riprodursi presto in altri paesi.

In secondo luogo, i viaggi del premier greco in Russia e Cina, l’instaurazione di stretti legami cooperativi sul terreno economico (si pensi al cambio di strategia rispetto alla revoca della privatizzazione del porto del Pireo) e militare con queste grandi nazioni servono a creare un contrappeso negoziale più forte, non limitato ai confini della UE, entro i quali è difficile trovare partners capaci di costituire una combattiva controparte (il caso dell’Italia potrebbe essere scolastico a riguardo).

Terzo, l’accordo chiudo all’eurogruppo è vincolato alla presentazione del programma di riforme da parte di Atene lunedì prossimo, e i certosini finanzieri di Bruxelles (con la lente di ingrandimento in dotazione made in Germany) saranno di certo lì a non fare sconti, col rischio che un negoziato apparentemente chiuso posa essere rapidamente riaperto.

Cosa c’è dunque di arrendevole nella strategia di Alexis Tsipras? Non è un volo pindarico asserire che la Grecia ha ottenuto in 15 giorni ben più dell’Italia in 3 anni ed, ancora una volta, i fatti e i primi provvedimenti del governo Greco sono lì a dimostrarlo: in Grecia reintegro dei dipendenti pubblici licenziati illegittimamente, in Italia esodati e addio art. 18, in Grecia aumento del salario minimo e in Italia riduzione generale del potere d’acquisto, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Certo è che la discussione sulla stabilità europea è tutt’altro che chiusa, si susseguono analisi e ragionamenti in tal senso, da ultimo sembra che anche in Grecia prenda forma l’idea di una possibile “seconda valuta” nazionale costituita da titoli fiscali. Sono stati numerosi i critici della proposta che in Italia è stata avanzata da Gallino e Grazzini, in quanto l’emissione di queste cedole avverrebbe in violazione dei trattati europei e queste sarebbe immediatamente valutate come nuovo debito pubblico, portando a quel punto la discussione sul tema focale: permanenza o meno dell’euro.

Insomma, dagli esiti della riunione dell’eurogruppo viene tutt’altro che una resa, non si può dire che a piazza Syntagma si sia ammainata la bandiera rossa di Syriza per issare quella bianca per la Troika.

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