Gli USA e “l’anno della svolta”. Obama rilancia la sua sfida al Congresso

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On 30 gennaio 2014 At 19:55

Category : Oltre confine

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Crociata del Presidente contro disuguaglianze e povertà, nel suo discorso rassicurazione, ottimismo e determinazione di intenti cercano di risollevare un Paese stanco e sfiduciato.  “Se serve”, aggiunge rivolto ai repubblicani, “vado avanti senza passare per il Congresso”.


La necessità di ritrovare la fiducia perduta: riabilitandosi agli occhi di chi lo vedeva il Presidente del cambiamento, o rinnovando l’impegno per portare avanti riforme sostanziali, Barack Obama si mostra determinato e ottimista. Di più, orgoglioso e trionfale sancisce quello che per lui sarà un cardine fondamentale del suo programma, il 2014 come “Breakthrough year: l’ anno di svolta, appunto.

Il discorso rivolto alle Camere riunite ha toccato con varie sferzate i suoi oppositori e appassionato l’universo “Dem”, ma è subito apparso chiaramente come il suo valore simbolico non potesse esaurirsi in quei ripetuti passaggi: ostentando tenace convinzione, e soprattutto grazie alla sua raffinata capacità retorica, il Presidente Obama ha rilanciato la credibilità delle sue scelte agli occhi dell’intero Paese.

In un momento non certo “facile”. La situazione americana pare riassestarsi nel solco di una maggiore crescita, ma il benessere e la sensazione che siano stati fatti passi importanti per regolare le situazioni di disuguaglianza e di disparità effettive, non sembrano essere più di tanto avvertiti nel cuore di quell’ America che pure aveva creduto alle promesse iniziali. Il Presidente è ai minimi di popolarità.

Ecco dunque che nell’intervento al Congresso Obama  ha ribadito con convinzione che lo stato di ‘’salute’’ dell’Unione è interessato, in realtà, da un sensibile miglioramento: “La più alta percentuale di neolaureati da più di tre decenni. Otto milioni di posti lavoro creati in quattro anni, la disoccupazione più bassa da cinque anni. L’indipendenza energetica sempre più vicina. Il deficit ridotto di metà”. Obama rivendica un elenco di successi accumulati, molti dei quali sotto la sua amministrazione, e replica: “Non è più la Cina la principale destinazione degli investimenti esteri, è l’America”.  Certo con il resto del mondo in affanno, su tutti il riferimento, taciuto quanto compreso da tutti, all’ Europa claudicante, i punti affermati dal Presidente USA basterebbero a far tacere le malelingue e a far confidare un po’ di più i cittadini statunitensi nelle possibilità di cambiamento che le scelte intraprese profilano all’orizzonte.

Ma il punto è questo: nonostante l’America torni ad essere il principale locomotore della crescita globale, il dato resta difficilmente apprezzato oltre i valori numerici, nel cuore degli ‘States’. La principale causa delle mancate riforme è prima di tutto l’inagibilità politica e il Presidente Obama lo sottolinea deciso: “Il governo non è stato all’altezza dei suoi compiti”. “Sono desideroso di lavorare con tutti voi”, dice ai deputati e senatori, e aggiunge: “l’America non resta immobile e non resto immobile neppure io, trasformiamo questo 2014 in un anno di azione”.

Anno di azione, di “svolta” dunque, e quello che fa più effetto è la presa d’atto di un potere che l’establishment democratico ha sempre cercato di seguire con discrezione: a segnare la “rottura” con gli indugi precedenti sarà d’ora in poi la scelta di ricorrere ai decreti presidenziali, oltrepassando l’iter legislativo ‘’appesantito” dal potere di veto dei Repubblicani. Fino ad oggi l’amministrazione Obama infatti si era tenuta ad un numero di decreti emanati molto basso, soprattutto in riferimento alle precedenti (Bush, ma anche Clinton); nelle ultime ore, lo Staff della Casa Bianca ha evidenziato la novità politica del ricorso da parte di Obama ai suoi poteri esecutivi.

Muovendosi da solo, pur con certi limiti, il Presidente ha annunciato numerosi interventi per imprimere un netto cambiamento di strategia: emblematica la proposta di voler aumentare il livello dei salari minimi. Quelli in cima alla scala non sono mai andati meglio” ha detto Obama, “ma gli stipendi medi non si sono quasi mossi. E la mobilità sociale si è fermata”. Certo l’aumento da 7,25 a 10,10 dollari l’ora dello stipendio “base” gioverà ai dipendenti delle aziende che lavorano per l’ Amministrazione federale, mentre se si avesse l’approvazione del Congresso potrebbero beneficiare dell’aumento circa 17 milioni di statunitensi. Per questo Obama ha incalzato le Camere affinchè facciano rientrare nella manovra la totalità dei dipendenti americani, ricordando come: “il livello attuale minimo è del 20% inferiore rispetto ai tempi in cui era presidente Ronald Reagan”, infine un appello ai deputati: “Date una aumento all’America”.

Altri annunci hanno riguardato i tratti essenziali del programma alla base della futura azione di Governo, volti nello specifico a imprimere una più equa ripartizione dei benefici, nell’ambito della ripresa economica: “Eliminiamo i privilegi fiscali che incentivano le nostre multinazionali a delocalizzare il lavoro all’estero. Usiamo il gettito recuperato da questa elusione, per ricostruire le infrastrutture. Rovesciamo i tagli ai finanziamenti pubblici per la ricerca”. Tra le proposte spiccano inoltre alcune misure, da imporre anche per mezzo dei decreti, per limitare le emissioni di CO2, e l’intento di far ottenere alle scuole pubbliche la connessione internet gratuita.

Perché se “nel mezzo di una crescita ci sono troppi lavoratori che fanno fatica ad andare avanti”, queste le parole del Presidente, la politica allora ha il compito di “rovesciare queste tendenze”. Poco importa se l’uso dei decreti presidenziali adombrerà la funzione legislativa delle Camere, anzi Obama ha ribadito : “Ogni volta che potrò migliorare le opportunità degli americani senza passare attraverso l’iter legislativo, io lo farò”.

                                                                                                                                                         Edoardo Cellini



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