Expo, violenze e… quello che nessuno dice

La violenza scatenata a Milano è da condannare, non solo perchè nei fatti danneggia un movimento di contestazione sociale legittimo e serio, che in questi mesi si è strutturato ed ha avanzato una critica profonda a quello che l’Expo milanese ha finito per rappresentare (una vetrina d’immagine di un’Italia che non esiste), ma anche perché chi sinceramente ha contestato in questi mesi i lavori dell’Expo non può in alcun modo accettare le finalità di questa violenza urbana che altri non danneggia se non lavoratori, negozianti e piccoli artigiani. Di sicuro nessuno tra i potenti manovratori delle speculazioni dell’Expo. Ma non possiamo limitarci a questo, c’è molto altro da capire. In questi giorni stanno succedendo fatti importanti nel nostro Paese, si sta approvando, per esempio, una legge elettorale che nei fatti cancella ogni dialettica conflittuale nel Parlamento: le Camere da luogo di conflitto e mediazione di interessi contrapposti presenti nella nostra società, da specchio del Paese come le definì Palmiro Togliatti, diventano ufficialmente Istituzioni serventi nei confronti di un governo espressione di una minoranza (fateci caso, in Italia il 10% della popolazione detiene il 46% della ricchezza, è facile immaginare allora di chi è di quali interessi sarà espressione il governo di minoranza a cui saremo condannati con questa legge elettorale). Il tutto reso possibile da un premio di maggioranza assegnato ad una minoranza ed un meccanismo di ballottaggio che altererà la rappresentanza parlamentare.

Non bastasse questo, la fretta cieca di cambiare legge elettorale tradisce le intenzioni; infatti, una legge elettorale diversa dal Porcellum plasmata dalla Consulta con la sua sentenza 01/2014: un proporzionale con preferenze. Evidentemente è inaccettabile per chi governa pensare che il voto di tutti i cittadini possa essere ugualmente rappresentato nelle camere legislative, è probabilmente da rottamare questa aspirazione che data alla Rivoluzione francese. E’ una torsione autoritaria che ricalca molto il modello americano. Già, l’America. E’ proprio da lì che deve continuare questo ragionamento. In questi giorni soprattutto (ma da molti anni potremmo legittimamente affermare) esplode in quel paese un movimento di protesta popolare forte, violento che non ce la fa più a sopportare quel modello sociale, senza diritti, senza dignità, che crea deserti e periferie umane degradate e alienate rispetto a centri opulenti e “civili”. E’ una protesta senza coscienza, non organizzata, e lì diventa una questione di ordine pubblico, per cui l’unica istituzione chiamata in causa è la polizia, visto che questo malessere non ha cittadinanza nel Congresso americano, dove non da oggi i pensieri critici non sono accettati ed in passato sono stati anche perseguitati (come nel caso del partito comunista, “maccartismo” fu chiamata la caccia alle streghe contro i comunisti in USA). Non si tratta di un’esagerazione: il noto economista Stiglitz informa che gli Usa, con circa il 5% della popolazione mondiale, hanno intorno al 25% dei detenuti nel mondo nei loro confini nazionali. Lo smantellamento dell stato sociale produce in quella società miseria diffusa e la protesta contro questa condizione diventa semplicemente una questione d’ordine pubblico, per una società impermeabile al conflitto sociale e alla sua trasposizione nelle istituzioni. Istituzioni elette da un ristretto numero di cittadini (meno della metà dei cittadini americani si reca alle urne) e nelle mani salde di interessi conosciuti e incontrastati.

Ecco il rischio più grande che corriamo dunque. Il nostro Paese sta per vedere un mutamento qualitativo delle sue Istituzioni: con l’Italicum (e la riforma elettorale in discussione) si sancisce la cacciata dalle istituzioni del pensiero critico, delle organizzazione popolari rivoluzionarie che sono capaci di tradurre la mera protesta in una visione del mondo e della società differente dall’attuale, dallo stato di cose esistenti. Fa paura tutto questo infatti, fa paura che vaste fasce di popolo ritrovino coscienza e sappiano per cosa lottare e si dotino dello strumento finora più efficace sul piano della lotta politica: un partito di riferimento, un partito di classe.

Negli anni a venire, si correrà il rischio che con l’estromissione dal Parlamento di ogni rappresentanza degli interessi antagonisti a quelli dell’establishment e delle classi dominanti, la protesta si trasformi o in astensione dalla vita pubblica (l’alienazione sociale a cui ad esempio i social network stanno portando dovrebbe allarmarci molto in tal senso, sono incubatrice di solitudini), o in un mero voto di protesta senza nessuna coscienza (in questa ipotesi rientra, a giudizio di chi scrive, gran parte dell’elettorato 5 stelle, un movimento declinante e compatibilista, l’altra faccia della medaglia rappresentata da questo modello di società), oppure in uno sfogo violento, in un conflitto che si concentra nell’estetica del gesto, in una furia cieca distruttrice che trasforma la questione dell’ingiustizia sociale in un mero problema di ordine pubblico (pensate all’incarcerazione americana come fatto di massa utilizzato per risolvere queste tensioni e per garantire la “pace sociale”).

Nessuna giustificazione per i black bloc allora (ricordiamoci che però nel nostro Paese c’è una legge che impedisce di circolare con volto nascosto da passamontagna e altri simili “accessori”, non si riesce a capire facilmente, quindi, la difficoltà nel prevenire sul nascere questi fenomeni, visto che attraverso le nuove tecnologie è sufficientemente semplice intercettare e anticipare le mosse di centinaia di soggetti che probabilmente utilizzano la rete per organizzare le loro devastazioni, qualche dubbio sembra legittimo farselo venire).

Il rischio è grande, grandissimo. Condanniamo ma riflettiamo e, soprattutto, rispondiamo.

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