Erdogan e Netanyahu, stesse facce del Medio Oriente

Varie e differenti notizie giungono da due paesi molto importanti del Medio Oriente: Turchia e Israele.

Dalle parti di Ankara il premier turco: Recep Tayyip Erdogan, è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta dopo le elezioni dello scorso 1 novembre. La campagna elettorale è stata contraddistinta da vari tentativi dello stesso Erdogan di mettere a tacere le molteplici voci di dissenso che si erano levate nei suoi confronti, in primis quella del popolo curdo.

D’altronde tali elezioni per il premier turco, che detiene il potere dal 2003, rappresentavano un vero e proprio “voto personale“. Infatti, dopo la consultazione elettorale dello scorso 7 giugno, in cui il suo partito, l’AKP, non era riuscito ad ottenere una maggioranza assoluta al parlamento locale, Erdogan voleva ottenere un controllo totale del paese per cercare di trasformare la stessa Turchia in una repubblica presidenziale. Questo cambiamento gli attribuirebbe pieni poteri in ogni campo e gli permetterebbe di candidarsi per chissà ancora quanti mandati consecutivi.

I veri oppositori a questo stravolgimento politico sono stati i curdi che vivono nella Turchia sud-orientale, rappresentati dal partito di sinistra dell’HDP. Purtroppo, la minoranza etnica è stata messa a tacere in vari modi: in primis attraverso attentati, come quello avvenuto a Suruc lo scorso luglio o le due bombe esplose al corteo pacifista di Ankara a inizio ottobre. Nonostante l’esecutivo abbia accusato immediatamente gli estremisti dell’Isis di essere i veri autori di tali attacchi, rimangono ancora troppi dubbi su chi sia stato il vero mandante di queste carneficine.

Si è fatta una certa pressione anche sui media locali che si erano schierati con l’opposizione durante la campagna elettorale e per questo motivo, nella settimana precedente le elezioni, sono state occupate dalla polizia statale, che oramai è sotto controllo dello stesso Erdogan, due importanti tv statali: Bugun Tv e Kanalturk.

Il risultato è che alla fine,nelle urne, ha vinto la paura e ciò ha permesso all’AKP di ottenere il 49% dei voti che equivale a 316 seggi sui 550 totali del parlamento turco. L’HDP, invece, si è fermato poco sopra la soglia di sbarramento per poter entrare in parlamento, che in Turchia è pari al 10%, fermandosi al 10,4 ed ottenendo 59 seggi. Ora, dopo aver messo a tacere gli oppositori più pericolosi, Erdogan avrà tutte le forze per poter portare avanti i suoi progetti di modifica della Costituzione nazionale.

In Israele, invece, sabato scorso si è tenuta una importante commemorazione in ricordo di Yitzhak Rabin a venti anni dalla scomparsa. Importante perché a tale evento, svoltosi nella stessa piazza di Tel Aviv in cui Rabin venne assassinato il 4 novembre 1995, erano presenti circa 100.000 persone. Oltre alla gente comune, hanno voluto ricordare questa significativa figura anche importanti personalità politiche come, ad esempio, l’ex presidente americano Bill Clinton.

Rabin cadde vittima per mano di un estremista ebreo che lo accusava di aver trovato un accordo coi nemici di sempre, i palestinesi, per porre fine al conflitto che insanguina quelle terre dal maggio 1948. Tale patto, passato alla storia come gli Accordi di Oslo, era stato firmato pochi mesi prima, esattamente nel settembre 1993, dallo stesso Rabin e dal capo dell’OLP, la più importante fazione politica palestinese: Yasser Arafat.

Subito dopo la firma, il partito di estrema destra israeliano, il Likud, cominciò ad attaccare il premier per aver trovato un’intesa coi nemici storici di Israele. Non si sa bene chi commissionò quell’assassinio, ma lo stesso Likud è uno dei principali sospettati.

Il fato ha voluto che mentre si ricorda una importante figura come Rabin, la prima che che cercò di trovare una vera soluzione alla cosiddetta “questione palestinese“, l’attuale premier israeliano: Benjamin Netanyahu, continua a chiudersi e a non voler neanche iniziare le trattative per cercare di fermare quell’escalation di violenza che molti considerano la terza intifada, e che, infatti, è stata soprannominata “l’intifada dei coltelli“. Questa situazione, da circa un mese, continua quotidianamente a mietere vittime tra le strade di Gerusalemme e nella varie città della Cisgiordania.

Non va dimenticato che Netanyahu fa parte di quel Likud che fu il primo ad accusare Rabin quando vennero firmati gli Accordi di Oslo. Infatti per lo stesso partito nazionalista israeliano non si può trovare, a prescindere, una soluzione scritta alla “questione palestinese“.

Netanyahu inoltre, ultimamente, piuttosto che ascoltare i vari appelli per la pace lanciati da importanti personalità internazionali ha alzato ancora di più l’asticella della tensione: l’ultimo evento, durante una riunione del Likud svoltasi a Gerusalemme lo scorso ottobre, ha accusato l’ex Muftì di Gerusalemme: Amin al-Hussein, la suprema autorità giuridica per gli arabi, di essere il vero progettatore dello sterminio di massa degli ebrei effettuato avanti dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Un’affermazione che ha scatenato un nuovo vespaio di polemiche ma il premier israeliano non l’ha ritrattata e questo fatto,a detta di molti, può essere considerato come la cosiddetta “goccia che fa traboccare il vaso“.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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