Dolore e rabbia a Bruxelles

Pubblichiamo di seguito l’analisi del Colletivo Jacob, di Foggia.

Son belli. Quando li senti dire “l’autoproclamato Stato Islamico”. E insistere su quel primo termine. Autoproclamato. Come se davvero ritenessero di detenere il potere che gli attribuiamo. Come se quel potere fosse reale e vincolante, in ogni angolo del mondo. E non una suggestione fondata sulla forza. Come se uno Stato, uno qualsiasi, non fosse quello e quello e basta, in realtà: rapporto di forza, violenza di pochi su molti, repressione interna per il mantenimento dell’ordine dei possidenti. Come se ogni Stato, anche quelli che loro rappresentano, non fossero in fondo autoproclamati. Come se Israele fosse più vero del Kurdistan. Solo perché loro, coi loro accordi, le loro strategie, i loro miserabili giochi di sangue, hanno benedetto il primo e non il secondo. Come se fossero ancora, mille e trecento anni dopo, i mammasantissima che incoronano gli imperatori. In una cattedrale gotica, nella notte di Natale. Belli, sono. Quando suggeriscono di non chiamarlo più Stato Islamico. O IS. O Isis. Ma Daesh. Perché Daesh è dispregiativo. E lo sanno loro e lo sanno quelli. E quelli si indignano quando li si chiama così. E perciò noi dovremmo cominciare a combatterli umiliandoli linguisticamente. Mentre colonne di Toyota fresche di fabbricazione affrontano le dune del deserto, i turchi comprano il petrolio degli Islamisti e bombardano i curdi che li combattono, gli Americani chiedono a Putin di smetterla di bombardare gli amici, quelli che combattono contro Assad. Quelli che puoi chiamare Is, Isis, Daesh o come cazzo ti pare. Ma che sempre di loro parliamo. Belli. Quando si costernano, si intristiscono, si cospargono il capo di cenere. Come dinanzi ad una terribile fatalità. Escludendosi dalle responsabilità. Quando parlano alle folle. In diretta o dai tg della sera. E ci dicono che siamo in guerra. Che dobbiamo restare uniti. Che è in ballo la nostra secolare storia di tolleranza. Dimenticando che ci siamo scannati fino a qualche decina di anni fa. Quando sgomitano per salire sui palchi allestiti in tutta fretta. E, faccia di bronzo sotto le luci dei riflettori, chiedono a noi di non alimentare sciacallaggio e populismi. E di sfuggire all’istinto primordiale di chiudersi, ché l’Europa è accoglienza. Mentre il Mediterraneo si serra a sepolcro sui barconi. E a Idomeni piove, come pioveva Dachau, come pioveva a Jasenovac. Nei cuori sfalsati della nostra felice convivenza secolare. Bellissimi. Quando issano le bandiere delle vittime sui parlamenti. Quando illuminano o spengono i monumenti nazionali. Quando piangono.

Bruxelles. Ben oltre la retorica, ben oltre la spregevole propaganda che equipara e sovrappone i palazzi del potere all’organo della vita di un intero, ipocrita continente – quello per cui i confini svaniscono solo dinanzi all’euro –, è la città del “massimo livello di sicurezza”. Dagli attentati di Parigi in poi non c’è stata settimana in cui non ci sia stato ripetuto, almeno una volta, il concetto. Unitamente a quello, immobilizzante, terrorizzante, dell’attentato imminente. Dei due, tre kamikaze pronti. Del coprifuoco necessario. Della cellula dormiente pronta al risveglio e alla strage. Bruxelles è la città degli arabi. È la città circondata dagli arabi, che manco Lisbona durante l’assedio. È la città dove c’è Molenbeek. Tutti hanno imparato che esiste Molenbeek. Che a Molenbeek, forse, si nascondeva uno degli attentatori dello Stade de France. Uno che, all’ultimo, ci ha ripensato, ha pagato la benzina agli amici ed è tornato a casa. A Molenbeek, per l’appunto. Dove ci vuole l’esercito per stanarlo. Perché, si dice, il quartiere lo protegge. Laddove persino l’Isis, si diceva, l’avesse mollato. Ma fa più male così. Fa più effetto, così. Chi intende trarre profitto dall’alimentare la guerra a bassa intensità, trascinarne l’epicentro di un dirompente scontro di civiltà poco fuori le mura urbane, sa che plasmando il mito di una comunità cresciuta nell’odio – approfittando della nostra proverbiale accoglienza, della nostra mai troppo celebrata tolleranza – accampata a due passi da casa, coccolata e vezzeggiata dalle istituzioni, agevolata dal welfare state; una comunità di nemici trattati da pari, rende insicuri più delle cellule dormienti. Così come il mare fa più paura degli squali. Chi specula sulle paure foraggia l’idea astrusa ed infondata delle orde barbariche comodamente attendate a ridosso delle mura. È inevitabile. A noialtri, affioranti sul pelo del magma disperante, non resta che lo sgomento. Contare i morti, seppellirli, aspettare il prossimo turno. Ed intanto uscire al mattino, popolare fabbriche e uffici, salire sui treni pendolari, accalcarci sulle banchine della metro. Perché la città dell’allarme massimo si è dimostrata vulnerabile. Perché non esiste inviolabilità. E non esiste controllo possibile. E parlare di intelligence, di prevenzione, di militarizzazione del territorio, rende complici del soffocamento di un continente.

A caldo si dipanano i proclami. Non vinceranno, dicono. Non vinceranno mai. E una massa indistinta ci crede. E lo ripete. Ad alta voce, nelle piazze e sui giornali. Nelle interviste e nei cortei. Ma, signore e signori, è questa la trappola. L’abbraccio fraterno che azzera le differenze, appiattisce i distinguo, ci pone gomito a gomito sul limitare dell’ignoto, come di solito si sta sul sagrato delle chiese ai funerali. Indifferenziati. Molecole del medesimo organismo. La trappola. L’inganno. Perché non siamo la stessa cosa. E non c’è lutto che possa convertirci in ciò che non siamo. È successo agli spagnoli dopo Atocha, agli inglesi nel 2005, ai parigini dopo Charlie Hebdò e dopo il Bataclan. Si sono saldati nella difesa dello Stato mentre credevano di salvaguardare il loro stile di vita. Che poi è un modo come un altro per continuare a consumare ignorando ciò che bussa alla porta e che, di solito, abbiamo generato. Hanno ceduto pezzi di libertà. Hanno creduto, anche involontariamente, alle suadenti parole dei nostri leader di mezza tacca. E firmato, in bianco, una delega che rasenta, da vicino, la condanna a morte del terrore perpetuo. Se oggi, sull’onda emotiva dell’ennesimo eccidio, chiedessimo ai belgi il perché, e soprattutto il “come”, quelli non vinceranno, beh, sarebbe facile incappare nella più disarmante delle confusioni. Perché – spossessati delle nostre identità distinte e differenti – siamo diventati ripetitori dei venditori di fumo. Ed abbiamo smesso, nel nome di una suicida volontà unificante, di tracciare una strategia che sia nostra, nostra e basta, e che ci rappresenti. Perché noi lo sappiamo che il nemico non è mai uno solo. C’eravamo quando si sfilava contro l’intervento in Iraq. E, al netto delle analisi giuste che non potevano essere profetiche e prevedere il Califfato, avevamo ragione. Ora che la Storia ci chiede il conto, il peggio che possiamo fare è azzerarci per dire, con tutti gli altri, coi complici di un tempo e coi guerrafondai di una volta, che non vinceranno. Perché la nostra presunta civiltà è più forte della paura. Col cazzo! Alziamo la testa, compagne e compagni, e torniamo ad attaccare. A puntare il dito. Nomi, cognomi, ruoli, responsabilità. Perché, come diceva Vasco, “ogni cosa è scritta”. E allora opponiamo alla melassa della contrizione che ci fa mono-blocco, l’arma del nostro rifiuto. Indicando al mondo (o anche solo al nostro quartiere) i mandanti – occulti ed espliciti, irresponsabili e auto-assolti – di quelli che si fanno esplodere nelle stazioni delle nostre città. Che vivono a due passi da noi. E che guidano il coro degli spaventati. Se viviamo di terrore, quel terrore ha una genesi, dei genitori. Smascheriamoli, combattiamoli. Rifiutiamo gli inviti all’unità con gli assassini. Perché stiamo morendo – come quasi sempre – per il loro profitto. E sarebbe suicidio legarci a costoro proprio adesso. Con le guance ancora umide di dolore e rabbia.

Jacob Foggia

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