D’Alessandro: “Contenuto perché aggressivo”. Il Comitato chiede la proiezione del video in aula

franco mastrogiovanni

È ripreso, dopo la pausa estiva, il processo d’appello per la morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare deceduto durante un Trattamento sanitario obbligatorio nell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania il 4 agosto del 2009. In aula la parola è passata alla difesa. È stato il turno dell’avvocato D’Alessandro, difensore del dottor Raffaele Basso, uno dei sei medici condannati in primo grado per sequestro di persona, morte come conseguenza del sequestro e falso ideologico. La strategia difensiva adottata dal legale ha mirato a giustificare l’uso della contenzione meccanica. Ricordiamo che Mastrogiovanni fu legato con delle fasce al letto dell’ospedale per quasi 90 ore, senza essere stato mai sciolto. L’avvocato D’Alessandro ha iniziato la sua arringa precisando che in Italia l’uso della contenzione meccanica non è vietato.

Attualmente, in Italia non esiste una norma che autorizzi o vieti l’uso della coercizione. L’ultimo riferimento esplicito alle pratiche coercitive risale al Decreto Regio del 1909. In ambito manicomiale esisteva un Regolamento che disciplinava l’utilizzo di mezzi di contenzione, precisando che dovevano essere utilizzati in via eccezionale e in seguito a prescrizione medica. Nel caso di Francesco Mastrogiovanni, la coercizione non è stata mai annotata in cartella clinica né vi è alcuna traccia di prescrizione scritta.

Secondo l’avvocato l’uomo fu legato al letto a causa della sua patologia psichiatrica e della sua aggressività. “La contenzione – sostiene D’Alessandro riferendo le parole del suo assistito – era un rimedio necessario per tutelare l’integrità fisica dell’uomo.” “Il paziente si dimenava – aggiunge l’avvocato – tentava di liberarsi dalle fasce e dal catetere che gli era stato applicato, metteva in atto gesti autolesivi.” Per questi motivi la contenzione serviva per proteggerlo.

In risposta a quanto sostenuto dalla difesa, Vincenzo Serra, cognato della vittima e promotore del “Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni” fa sapere che, tramite i legali di parte civile, il Comitato chiederà alla Corte d’Appello di visionare il video del ricovero durante un’udienza pubblica. Il Comitato sostiene che Mastrogiovanni non ebbe alcun comportamento aggressivo. Tesi sostenuta anche dal Giudice Elisabetta Garzo, che nelle motivazioni della sentenza di primo grado scriveva “Mastrogiovanni fu contenuto per tutto il periodo del suo ricovero senza manifestare alcun sintomo di violenza né verso se stesso, né nei confronti dei sanitari e degli altri malati, né di aggressività verbale.”

“Nonostante esista un video scioccante non sono state ancora varate misure affinché fatti del genere non si verifichino più. Anzi ci sono altri casi di morti sospette che ci preoccupano” fanno sapere i membri del Comitato. “Inoltre – aggiunge Vincenzo Serra – in Parlamento è in itinere un provvedimento sulla tortura che se approvato non censura fatti come quelli che hanno portato alla morte del nostro familiare.”

La battaglia intrapresa sei anni fa dal Comitato mira a informare e a sensibilizzare l’opinione pubblica per evitare che quello che è successo al maestro di Castelnuovo Cilento possa ripetersi. È proprio con questo spirito che i familiari e il Comitato hanno partecipato alla realizzazione di un film “87 ORE” realizzato dalla regista Costanza Quatriglio e prodotto dalla casa di produzione DocLab.

Le prossime udienze sono previste per il 27 ottobre, il 3 e il 6 novembre. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere prevista la sentenza d’appello.

 

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