Corto Circuito: voci da un centro sociale romano

Il 13 ottobre 2016 veniva sgomberato il CSOA Corto Circuito, uno dei più importanti centri sociali della Capitale. Il Corto, che era stato occupato il 21 aprile 1990, si trova nelle vie del quartiere di Cinecittà, una delle tante periferie che, stando alle parole del Comune capitolino, andrebbe riqualificata in qualsiasi modo possibile.

Quella mattina di metà autunno circa 200 tra polizia e carabinieri, 50 vigili urbani e 3 squadre di vigili del fuoco hanno posto i sigilli alla struttura di via Filippo Serafini 57. La causa dello sgombero, secondo una nota della Questura di Roma,  era che erano stati commessi “gravi abusi” nell’area in cui sorgeva il Corto Circuito visto che, proprio lì, erano stati costruiti, nel corso del tempo, una scuola popolare e uno spazio esterno adibito a osteria.

Subito i cittadini romani, della zona ma anche di altri quartieri capitolini, si sono mobilitati per salvare il secondo più importante e vecchio spazio sociale della città, dopo il Forte Prenestino. Sono state chiamate in causa anche le istituzioni che hanno dato la loro parola affinchè la situazione venisse risolta nel minor tempo possibile.

Ad oggi però, fine febbraio 2017, la situazione non sembra essere cambiata più di tanto e il Corto Circuito rimane sigillato nonostante le varie promesse e le numerose parole di sostegno spese a suo favore. Alcuni giorni fa abbiamo avuto il piacere di intervistare due attivisti di questo spazio sociale per chiedergli di spiegarci quale momento sta attraversando questo importante luogo del quadrante di Roma sud-est.

1) Quale è la situazione attuale del Corto Circuito?

Il Corto Circuito oggi si trova, ancora, in attesa di definire i risultati che ci porteranno a riavere l’intera area, compresi gli edifici che ci sono stati sequestrati. Tutto questo perchè, con le ultime sentenze, si è arrivati al dissequestro dell’area ma non dei manufatti che vengono considerati abusi edilizi: vale a dire quello che era l’osteria popolare, quella che era la casetta dove si svolgevano le attività di scuola e palestra popolare e quello che è il nuovo manufatto, costruito in legna e paglia. Tali edifici sono, tuttoggi, considerati abusi edilizi e per essi gli avvocati stanno svolgendo le pratiche necessarie per presentare ricorso. 

L’area, comunque, ci è stata riconsegnata visto che è stato giudicato un abuso il presentarsi con un gran numero di forze dell’ordine e sequestrare l’intera area del Corto Circuito lo scorso 13 ottobre per, come dicevo prima, abuso edilizio. Il tribunale ci ha dato ragione ed ha invalidato il sequestro totale ma ha lasciato questi problemi per i quali noi stiamo presentando ricorso e che dovranno essere risolti con i veri proprietari della struttura visto che il Comune non è disponibile ad alcun dialogo. 

Lo stesso Campidoglio ha tenuto un atteggiamento alquanto ambiguo riguardo questa vicenda. Noi del Corto Circuito siamo stati ricevuti una sola volta e basta dall’assessore al Patrimonio dell’attuale giunta, anche se siamo da quattro anni dietro a questa storia.

L’assessore Mazzillo, dopo il corteo del 20 ottobre scorso che terminava proprio in Campidoglio, ci fece varie promesse: dall’interessarsi al caso specifico al fatto che sarebbe venuto qualcuno a mettere in sicurezza l’area. Di tutto questo, però, non è mai avvenuto nulla e sono rimaste semplici parole al vento. Da allora in poi non è successo alcunchè e non vi è stato alcun dialogo sul futuro di un centro sociale e culturale, molto famoso, che sorge in una zona di periferia. Per noi, e per la gente del luogo, questo spazio è un servizio fondamentale ma per le istituzioni, a quanto pare, è una situazione non degna proprio di attenzione“.

2) Quando sono venuto al corteo di solidarietà del 13 ottobre sono rimasto molto impressionato dalla forte solidarietà che avete ricevuto dagli abitanti del quartiere. Tutto questo le istituzioni non lo hanno minimamente tenuto in conto? Gli avete cercato di far capire cosa rappresenta un luogo come il Corto Circuito per una zona periferica come questa che, stando alle parole istituzionali, andrebbe riqualificata in qualsiasi modo possibile?

Lo sanno perfettamente cosa ci sta a Roma e quali realtà ci stanno dentro questi spazi. Affrontano ogni tematica che riguarda la società, da quelle dei centri a quelle delle associazioni, con parole come collettività a partecipazione. Tutto questo seppur, tali persone, si trovano in giunta comunale da neanche un anno. C’è altra gente, invece, che si occupa di queste tematiche da una vita: il non andar ad organizzare questo tipo di cose con queste persone è una completa follia. Dalle esperienze mie personali, che ho avuto con questi individui, non ho la minima idea su cosa loro intendono quando parlano di partecipazione e coinvolgimento; questo perchè per risolvere il problema del Corto Circuito, che è preso solo come semplice esempio, devi andare a parlare con le persone che da 26 anni lo vivono, con il quartiere che da un così grande lasso di tempo ci convive. Si sbaglia se si identifica il Corto coi soli militanti che ci fanno politica: questo è un luogo aperto, quando noi non ci siamo la gente del quartiere entra comunque. Anche l’averci attribuito il reato di occupazione per me, da un punto di vista legale, non ha senso perchè noi non ci permetteremmo mai di controllare chi entra e chi esce da qui. Bisogna fare i conti col capire cosa rappresenta veramente questo posto, capire quanto uno spazio così serva alla gente comune, all’interno di un quartiere di periferia di Roma sud-est che non ha nulla da offrire a chi ci vive. Tutto questo non è stato fatto nè dalla precedente amministrazione nè da quella attuale seppur, almeno all’inizio, gli era stato dato un minimo di credito visto che le veniva lasciata una situazione disastrosa. Ricordiamoci che la delibera che ha causato tutto ciò ( la 140, n.d.r.) è stata scritta dalla sinistra di ieri. La giunta attuale, però, non è stata in grado di, o non ha voluto, fare nulla, non sa neanche dove mettere mano inizialmente. Non so, sinceramente, cosa stiano aspettando.

Così facendo si arriverà ad un unico fine: tutto quello che poteva essere fatto per risolvere politicamente la questione e salvare non solo i centri sociali, ma tutti quelli spazi di aiuto alla società, e che però non è stato fatto andrà avanti dal punto di vista penale e giuridico ma non porterà ad alcuna decisione. In questo modo le istituzioni non passeranno come i cattivi di turno ma rimarranno chiuse nelle loro sale a parlare di non si sa bene cosa e a scrivere chissà quale decreto legge che non uscirà mai. Un esempio può essere la delibera che dovrebbe sostituire la 140 e per la cui stesura gli spazi sociali si aspettavano un coinvolgimento maggiore, da parte delle istituzioni, visto che tale delibera interessa alcuni servizi diventati fondamentali. Non conta che la situazione rimanga così com’è ma, almeno, che questi servizi possano andare avanti senza correre ulteriori rischi“.

3) Sono state molte le iniziative, in vostro supporto, organizzate negli ultimi mesi in numerosi spazi sociali di Roma. Ve la aspettavate una solidarietà così forte?

” Ci fa sicuramente piacere perchè, essendo passati tanti mesi da quanto ci hanno sgomberato, si può avere l’errata sensazione dell’abbandono. Anche se noi siamo aperti tutti i giorni, non garantiamo quei servizi quotidiani come, ad esempio, l’osteria; nonostante tutto i compagni degli altri spazi sociali non ci hanno mai abbandonato. Quella che voi vedete come una semplice serata è, in realtà, frutto di un rapporto che dura da tempo e fatto di input e output. Poi certo, anche in questo ambito degli spazi sociali, ci sono diversità che, non per forza, sono ideologiche e politiche ma riguardano anche le attività che svolgi quotidianamente: trovandosi in zone molto diverse tra loro gli spazi sociali portano avanti attività molto differenti per arrivare a specifiche finalità. Nonostante ciò, noi ci sentiamo aiutati anche se la situazione è critica visto che stiamo aspettando le sentenze e fare politica in questo modo è davvero stressante. Le persone, però, ci stanno vicino, ci vengono a trovare, ci aiutano a lanciare appuntamenti. Ognuno fa ciò che può. Ricordo che noi del Corto abbiamo a carico i costi di ricostruzione dello spazio e, per questo motivo, ogni spazio che ci dà un luogo per qualsiasi evento è ben visto dato che, con questi soldi, ci stiamo pagando ciò che abbiamo costruito e ci pagheremo quello che costruiremo poichè, nonostante l’attesa e il sentimento di abbandono, ci siamo imposti questo progetto al di là di ciò che loro intendono come legalità“. 

4) Le ultime notizie che giungono da Bologna, rigaurdanti lo sgombero dell’XM24 e l’installazione di tornelli presso la biblioteca pubblica di Lettere situata in via Zamboni. Un vostro commento al riguardo? Come mai sta avvenendo questa repressione che interessa varie zone d’Italia? Roma può essere vista come un laboratorio in questo ambito?

A Bologna, in verità, si è iniziato con lo staccamento dei quadri della street artist Blu per volere dell’amministrazione cittadina. Roma già è un laboratorio in sé per sé dato che, questi eventi, sono frutto di un lavoro certosino portato avanti da tempo che tenta, in vari modi, di chiudere numerosi spazi sociali di riferimento. Vedi ciò che è successo al Corto Circuito o al Lambretta di Milano.

Secondo me, però, si vogliono mettere a tacere, in maniera definitiva, alcune situazioni che sono radicate dagli anni ’90.Visto che queste realtà sono figlie di un movimento si cerca di bloccare il movimento intero che vi è all’origine. Il movimento nasce, essenzialmente dentro le università italiane, in particolar modo a Bologna, e così, a mio parere, si spiega ciò che sta avvenendo a via Zamboni in questi giorni. Le istituzioni sentono questa voglia di rivalsa. Allo stesso tempo, però, vi è ancora un forte monitoraggio statale sulla popolazione.

Oltretutto dentro il movimento stanno avvenendo alcune spaccature evidenti che, di conseguenza, non fanno venir fuori un’adeguata risposta a questa repressione. Chi dovrebbe guidare questo movimento a livello politico è la sinistra, naturalmente la sinistra “vera”. Questa situazione dà modo alle giovani generazioni di farsi una propria idea sul mondo attuale che, nella maggior parte dei casi, è molto diversa da quelle delle generazioni precedenti. Le istituzioni hanno capito che il movimento universitario sta rivenendo fuori in maniera concreta e decisa. A cìò si risponde con una vera e propria repressione nei luoghi in cui potrebbe esplodere la scintilla della rivolta culturale. Credo che gli studenti in generale siano stati da sempre un problema perchè, in qualche modo, ragionano e agiscono di conseguenza.

La storia si ripete con attori differenti ma con gli stessi concetti. I ragazzi sono importanti per questo: devono capire dove le generazioni precedenti hanno sbagliato e non commettere gli stessi errori. Oggigiorno vi è meno denaro e vi è un concentramento di potere sempre più forte; gli studenti devono capire che le istituzioni sono interessate ad altre problematiche e quindi, probabilmente, li viene lasciato più campo libero per le loro azioni.

Penso, comunque, che si possa parlare tranquillamente di repressione ma non credo che la situazione, con l’andar del tempo, migliorerà. Il Corto, purtroppo, non rappresenta un’eccezione, come la stessa università. Questa perdita di diritti coincide con un aumento dei doveri trasversale che sta interessando ogni campo: dall’università alla sanità. La repressione noi la viviamo clamorosamente quando viene riversata su un universitario o un militante che si ribella. Questa repressione però la viviamo, e la accettiamo, quotidianamente: questo è molto peggio perchè lottare e resistere, soprattuto se si è giovani, è un modo per non vivere pensando che non ci sia una speranza di futuro. Per me la situazione peggiorerà e noi dobbiamo, a differenza loro, resistere per cercare di farci levare meno diritti possibili

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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