Calcio malato: razzismo, business e scuole calcio

Migliaia di scuole calcio sono nate in tutta Italia a cavallo degli anni ’80. Oratori trasformati in squadre professioniste, dilettanti che emulano il professionismo, stage estivi e non da migliaia di euro con il sogno di diventare calciatore, migliaia di provini su e giù per l’Italia a caccia di una maglia, qualsiasi essa sia, purché una maglia di un grande club che possa garantire un futuro roseo al piccolo campione di turno e alla propria stirpe.

I più bravi vanno avanti? Non sempre. Tantissimi campioncini hanno abbandonato il calcio perché troppa pressione da parte di: mamma, papà, zio, zia, nonno, amico di papà, allenatore, presidente, aspiranti procuratori, salumiere sotto casa e via dicendo.

Ed ecco che sugli spalti dei campi di calcio pullulano le discussioni animate, siamo buoni a chiamarle semplicemente così, tra i genitori; gli stessi genitori che successivamente a casa, a mente lucida, straparlano del mondo ultras, colpevolizzando un movimento che non ha nulla a che vedere con determinate dinamiche strumentali che troppo spesso i media e i finti ultras hanno utilizzato.

Il ruolo del calcio popolare è quello di volersi porre tra questa realtà che si è venuta a consolidare e che sta contribuendo a distruggere quello che è rimasto dello sport popolare per eccellenza, appunto il calcio.

Integrazione, divertimento, socialità, antirazzismo, questi i principi professati, realmente, dall calcio popolare. Si insegna ai bambini il rispetto. Convivere tra di loro ed aiutare il compagno meno bravo o in difficoltà, non far caso se il compagno di squadra o l’avversario ha la pelle diversa. Aspetti basilari, o almeno così dovrebbe essere, in una società cosiddetta civile.

Anche la UEFA dal 2001 ha forgiato una stretta relazione con la rete FARE, che unisce gruppi che lavorano contro intolleranza e discriminazione in giro per il continente.

La UEFA ha garantito un considerevole sostegno finanziario all’organizzazione FARE, ed entrambi gli organismi hanno collaborato nell’organizzare eventi, scrivere pubblicazioni, e nel mandare un messaggio di tolleranza zero contro ogni forma di razzismo e discriminazione, in favore del maggiore rispetto verso le diversità.

Durante la risoluzione anti-razzismo adottata al XXXVII Congresso Ordinario UEFA a Londra nel maggio 2013, le federazioni affiliate alla UEFA sono state invitate a fare un passo avanti negli sforzi per eliminare il razzismo e imporre condanne più severe nei confronti di comportamenti razzisti. La risoluzione include l’incoraggiamento agli arbitri per fermare, sospendere o rinviare una partita in caso di incidenti razzisti; dieci giornate di squalifica per qualunque giocatore o tesserato colpevole di condotta razzista; chiusura degli stadi nel caso in cui i tifosi si macchino di comportamenti anti-razzisti.

Idee stupende e principi nobili e fondamentali, ma siamo sicuri che viene realmente tutelato un principio basilare come l’antirazzismo nei confronti dello “spettacolo”. In poche parole, siamo sicuri che gli arbitri fermino o sospendano le partite in caso di condotta razzista? A quanto pare le belle parole rimangono ancorate sulla carta.

L’ultimo episodio è avvenuto ad Ascoli, dove l’attaccante Leonardo Perez ha festeggiato con il braccio destro teso sotto la curva dei propri tifosi. L’attaccante si è difeso “In merito alle polemiche relative alla mia esultanza dopo i gol, tengo a precisare che la stessa non ha nessun connotato politico ”. Peccato che non sembrerebbe proprio così. 

perez saluto fascista

Un caso analogo è successo in Grecia, sotto la curva dell’AEK Atene, Georgis Katidis, salutò la curva dopo un gol con il braccio destro teso. Il giocatore è stato radiato dalla federcalcio greca e da tutte le nazionali elleniche. Indovinate dopo questo episodio dove trovò casa il giocatore ellenico? A Novara, “ospitato” dalla federcalcio italiana.

Di episodi non solo impuniti ma tollerati ce ne sono tantissimi, quello che fatto, per qualche giorno, più scalpore, riguarda il nostro Presidente della Figc Carlo Tavecchio.

La spesa economica delle scuole calcio.

Un altro aspetto importante che il calcio popolare vuole difendere e tutelare da speculazioni è quello delle scuole calcio.

In Italia ci sono circa 7.200 scuole calcio. La spesa per una famiglia che intende iscrivere il proprio figlio ad una scuola calcio si aggira attorno ai 500/1000 euro annui. Se i figli sono due la spesa naturalmente raddoppia. Facendo un breve e semplice calcolo e ipotizzando che una scuola calcio dotata delle categorie pulcini, esordienti, giovanissimi e allievi ha circa 120 iscritti, il totale della somma ricavata da una società è di circa 84000 euro. Spesso le scuole calcio fanno pagare il kit di allenamento a parte, quindi dovremmo detrarre dalle spese societarie anche questa voce. Una speculazione bella e buona con il falso mito del calciatore, spesso ignorante e senza coscienza. Logicamente, ci sono tante scuole calcio che fondano il proprio lavoro su dei principi sani.

D’altronde il calcio moderno è lo specchio di questa società. Spesso si sente dire: “l’agonismo è selezione. Come nella vita”. La competizione è gusta dal momento in cui non venga infangata dal business, o peggio, dal malaffare. Non prendiamoci in giro, chi fa parte dell’ambiente lo sa. I giocatori giovani spesso vengono acquistati da un club grazie ad un vero e proprio “riscatto”; o ancora, se c’è qualcuno che garantisce attraverso la pubblicità un’entrata economica alla società calcistica di destinazione, la strada per il piccolo campioncino è in discesa. Questa può essere chiamata competizione sportiva leale?

Discorso analogo, in generale, vale per gli allenatori di Serie D, Eccellenza o Promozione. Sei un allenatore discreto e l’obiettivo della società non è quello di vincere il campionato? Perfetto, faccio sedere sulla panchina del mio club l’allenatore che ha più “sponsor” dietro le proprie spalle. Una scelta puramente basata sul ritorno economico e non sull’agonismo sportivo.

Stipendi dei giocatori di basse categorie gonfiati

L’aspetto economico è quello attorno al quale girano gli interessi degli avvoltoi.

Se rivolgiamo lo sguardo alle società di 1°, 2° o 3° categoria, e non solo, si scoperchia un altro aspetto inquietante di questo mondo.

L’associazione sportiva dilettantistica è stata individuata dalla Legge 16 dicembre 1991, n. 398.

I provvedimenti fiscali finalizzati a sostenere le società e le associazioni sportive dilettantistiche nello svolgimento della loro attività sono molteplici (articolo 90 Legge n. 289/2002; Decreto Legge n. 72/200 convertito in Legge n. 128/2004).

Un esempio nel quale si riconosceranno tantissimi tra i 1.108.479 giocatori sparsi in tutta Italia e tanti Presidenti delle circa 69.908 squadre che si trovano sotto l’alea della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) . Ad esempio, se ad un giocatore viene versato mensilmente un assegno di 500 euro come stipendio per le prestazioni effettuate, quest’ultimo dovrà restituire, una volta cambiato l’assegno bancario, 200/300 euro liquidi al Presidente illustrissimo. A cosa serve questo movimento?

Per spiegare perché accade questo bisogna fare un passo indietro. Le società sportive sono esonerate dalla presentazione della dichiarazione dei redditi fino ad un importo in base alla categoria di appartenenza.

Quindi, se io sono titolare di una società sportiva faccio transitare dalla società sportiva un determinato budget che sottrago come utile dalla mia azienda, e quindi sottrago questi soldi al meccanismo del fisco, non pagando le tasse. Facendo risultare che ho un reddito, ad esempio di 100.000 euro, di cui 30.000 euro li ho destinati alla società sportiva. In realtà di quei 30.000 euro soltanto una piccola parte viene investita nella società sportiva. Quindi viene creato un giro di fatturazioni false: stipendi, sponsorizzazioni, ecc.

Il calcio popolare, ogni giorno, combatte questo modo di fare calcio, si pone in contrapposizione ad una visione distorta e speculativa dello sport popolare per eccellenza.

Laureato in giurisprudenza, giornalista pubblicista, Co-fondatore e Direttore responsabile di Oltremedia. Il giornalismo lo intendo a 360°: video,montaggio,foto,scrittura.

nicola.gesualdo@oltremedianews.it

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