Bruxelles chiusa per terrorismo? Una testimonianza diretta

In questi ultimi giorni, dopo gli attentanti di Parigi dello scorso 13 novembre, Bruxelles è passata più volte agli onori della cronaca attraversando un periodo di massima allerta terrorismo. Nella capitale belga infatti, secondo le fonti di polizia sia belghe che francesi, vivevano tre attentatori della capitale francese. Un quarto, residente nella stessa zona, sarebbe in fuga per l’Europa. Inoltre nel quartiere di Molenbeek, nella zona ovest di Bruxelles, sono state effettuate varie perquisizioni. Tutto questo perché si crede che nella zona, abitata da una imponente comunità mussulmana, possano nascondersi nuovi potenziali terroristi pronti ad affiliarsi alle truppe del califfato nero dell’Isis.

Riguardo a ciò ho intervistato Alessandro, uno studente italiano di ingegneria nucleare dell’università “La Sapienza“, che si trova a Bruxelles per un Erasmus.

Com’è stato vivere in queste ultime settimane a Bruxelles? ci racconti le tue impressioni?

“A dire il vero non ho notato, a livello personale, grandissimi cambiamenti nel mio modo di vivere la città; anzi trovo surreale la visione che si sta cercando di dare a questa città: si va a lezione all’università, la sera ci si beve qualche birra al pub e il giorno dopo sarà un nuovo giorno. I maggiori cambiamenti che posso aver riscontrato sono stati tutti imposti, non voluti: ad esempio la viabilità dei mezzi, che è stata appena ripristinata, o le università e il luoghi di aggregazione che fino a pochi giorni fa erano stati tenuti chiusi. Sembra quasi che si voglia imporre un senso di angoscia, di inquietudine, tramite la stampa, la presenza incessante dei militari e i programmi radio. Bruxelles è sempre stata una città molto complicata: tre grandi gruppi etnici che convivono in un territorio avente una superficie dieci volte più piccola di quella romana, in cui però si è cercato di creare un senso unico di appartenenza territoriale, un’integrazione territoriale in maniera molto migliore di tanti altri posti del Nord Europa”.

Qual è il lato più brutto di vivere in un vero e proprio “coprifuoco“?

“Definirlo coprifuoco vuol dire usare un termine inappropriato, non è stato niente del genere. Ho sentito definire Bruxelles come una città fantasma, spaventata, in cui sembra quasi guerra civile…..non è vero! Le strade erano deserte soprattutto perché erano stati soppressi i mezzi pubblici e, naturalmente, per chi vive in periferia risulta molto più difficile, in questa situazione, potersi spostare. Se dovessi trovare a livello personale quale sia il lato peggiore di tutta questa situazione direi, senza dubbio, la presenza incessante e costante di militari e forze dell’ordine: non infondono sicurezza e non si preoccupano di farlo, alcuni hanno il volto coperto anche sulla banchina della metropolitana, dove non è assolutamente valida la scusa del freddo, pronti a una qualsiasi scusa pur di poter farsi vedere in mostra. L’altro ieri, per esempio, due ragazzi sono venuti alle mani per una lite fuori la stazione della metro e si sono trovati di fronte quattro poliziotti armati di mitra che li fissavano come se stessero per aprire il fuoco. Oppure la polizia a cavallo all’università, come la si può giustificare nel nome della lotta al terrorismo? Che fa, si mette a caricare quelli che stanno sparando? C’è una mancata chiarezza su quasi tutto, non c’è una spiegazione del perché del dispiegamento di forze, che tipo di minaccia si aspetta, nulla”.

Alcune forze politiche locali stanno cercando di approfittare, in qualche modo, di questa situazione? Per esempio, ci sono partiti di estrema destra che, come in Italia, cercano di accaparrarsi qualche voto gettando benzina sul fuoco?

“A questa domanda purtroppo non ti posso rispondere poiché sono qui da poco, conosco poco le dinamiche politiche interne e le mie capacità di approfondimento sono limitate da una non perfetta padronanza del francese. Quel che è certo, però, è che qui, più o meno, una persona su tre è araba; se si va in certi quartieri il rapporto sale vertiginosamente fino a raggiungere quasi il 100%. Chi in Italia continua a parlare di lotta all’immigrazione non ha la benché minima idea di cosa possa essere un paese multietnico; è solo un esempio di razzismo stupido e ignorante, utile solo a politici abili a sfruttare questa angoscia pilotata verso “il diverso” per ottenere un posto in poltrona”.

Si percepiscono problemi a livello di integrazione? Ad esempio in una discriminazione nel riconoscimento dei medesimi diritti tra i diversi cittadini? 

“No assolutamente. La si percepisce molto più in Italia che qui in Belgio”.

Sei mai stato a Molenbeek durante la tua permanenza belga? Cosa ci puoi dire sulla zona dove vivevano tre attentatori di Parigi?

“Certo che sì, ci tornerò pure. Molenbeek è un quartiere né centrale, né di periferia, mediamente degradato, abitato quasi totalmente da arabi, non diverso da tanti altri quartieri della città. Purtroppo, come quasi sempre accade queste realtà coincidono con le aree meno ricche della città e quindi questo porta inevitabilmente ad una forma di degrado, come avviene in qualsiasi area urbana. La visione che la stampa gli ha fornita è stata quella di “un nuovo Bronx” abitato da jihadisti, mentre invece non è così; non è un quartiere pericoloso, né tantomeno un covo di terroristi. E’ solo un quartiere popolare, abitato da lavoratori, non molto diverso dal Pigneto socialmente parlando. Finchè la risposta sociale sarà sempre quella della qualificazione e dell’arricchimento delle aree più ricche e “turisticamente presentabili” a discapito delle aree più povere e quindi più abitate, la risposta sarà una sola: il disagio sociale”.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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