Bob Marley: un ricordo a 71 anni dalla nascita

Get Up, Stand Up. Stand Up For Your Right” è forse questa una delle strofe più famose di Bob Marley. Questa figura, da molti ritenuta uno dei più importanti cantanti mai esistiti, nacque il 6 febbraio 1945 a Nine Mile, piccolo villaggio della Giamaica centrale.

Robert Nesta Marley, questo il suo vero nome, per alcuni aspetti può essere considerato un vero e proprio profeta. Già la piccola casetta in cui nacque quel giorno di febbraio ha un non so che di “magico“; a vederla, infatti, sembra molto simile alla grotta dove la leggenda parla della nascita di Gesù Cristo a Nazaret: un luogo semplicissimo in una terra molto povera.

Lo stesso Bob Marley inoltre, grazie ai testi delle sue canzoni, viene considerato la “voce” degli ultimi e dei più emarginati sulla scala sociale. D’altronde anche lui, nato meticcio poichè figlio di un tenente bianco dell’esercito britannico che aveva avuto una scappatella con un giovane nera locale, veniva considerato, secondo i parametri della società giamaicana di allora, un vero e proprio ” scarto” poichè non era nè nero nè bianco. Marley soffrì molto questa situazione e, probabilmente, fu proprio ciò a spingerlo a non arrendersi mai e questa sua voglia di “rivincita” costituì una delle basi su cui avrebbe costruito la sua intera carriera.

Anche se il colore della pelle non lo aiutava Bob Marley, fin da giovanissimo, si considerò un discendente di quegli africani giunti in Giamaica per lavorare come schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero. Di conseguenza, la guerra contro l’Occidente, che rappresentava la corrottaBabilonia“, era una tematica che stava alquanto a cuore al cantante giamaicano. Questo suo disprezzo verso la parte più ricca della società mondiale fu determinata anche dalla figura del padre, a cui è dedicata una canzone quale “Cornerstone“, che non riconobbe mai quel figlio e non aiutò in alcun modo la giovane madre per il resto della sua vita.

Non si deve perciò rimanere sorpresi se Bob Marley è considerato, da sempre, una vera e propria star dagli abitanti del continente africano. Non a caso, nell’aprile 1980, venne invitato ad Harare, capitale dell’ex Rhodesia ora conosciuta come Zimbabwe, per suonare ad un concerto per festeggiare l’indipendenza del paese africano dalla corona britannica. Chi ha avuto modo di vedere alcuni pezzi di quel concerto non può non essere rimasto colpito dalla “forza” che Bob riuscì a trasmettere a coloro che assistevano al live; per quegli individui, insomma, Bob Marley rappresentava la loro vera ” rockstar del Terzo Mondo” che poteva far comprendere al mondo intero le vere sofferenze delle popolazioni più disagiate del globo.

Tutta questa predicazione Marley la iniziò quando entrò in contatto all’età di appena 17 anni, grazie alla figura del sacerdote Mortimer Planner, con la religione rastafariana: la completa conversione, al credo che venera la figura del dio Jah, vi fu quando Bob aveva 21 anni. Il rastafarianesimo è una religione, legata alla chiesta copta etiope, che ha, come uno dei suoi punti fondamentali, il ritorno dei neri nel continente africano, precisamente nella sacra terra di Etiopia. Proprio in quel paese, infatti, nel 1930 venne eletto imperatore Hailè Selassiè I, conosciuto come il Ras-Tafari: secondo alcuni predicatori, primo fra tutti Marcus Garvey, Selassiè era il diretto discendente della tribù di Giuda e, per questo, rappresentava, in tutto e per tutto, il vero Gesù Cristo dei rastafariani.

Bob Marley, che non visitò mai l’Etiopia durante la sua vita, ebbe l’opportunità di conoscere l’imperatore etiope che, secondo la leggenda, donò al cantante un anello d’oro rappresentante il Leone di Giuda, altra figura sacra per i rastafariani del mondo intero; questo anello fu molto importante nella vita di Bob che lo tenne al dito fino alla fine del suoi giorni. L’ammirazione del cantante, per questa figura, era tale che Marley prese spunto da un discorso di Hailè Selassiè, tenuto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 4 ottobre 1963, per scrivere uno dei suoi pezzi più belli: “War“.

Bob Marley divenne un credente del rastafarianesimo talmente convinto che questa sua fede lo condusse ad una morte prematura. Difatti mentre giocava una partita di pallone, passatempo di cui Marley era un vero fan, si infortunò all’alluce del piede destro che poco tempo dopo marcì. Sia perchè il credo rastafariano dice che non si deve “mutare” alcuna parte del proprio corpo , ma anche perchè seguì i consigli sbagliati di alcune persone che lo circondavano, il cantante non fece nulla per arginare la ferita che così si trasformò in una vera e propria forma cancerogena che, col passare del tempo, si espanse in tutto il corpo.

Quando Marley si accorse della criticità della situazione, dopo essere collassato al Central Park di New York nel settembre 1980, non c’era più nulla da fare. Bob Marley morì l’11 maggio 1981, ad appena 36 anni, a Miami dopo vari tentativi fatti per curarsi dalla malattia. Fece in tempo solamente a scrivere la sua ultima canzone, da molti ritenuta il suo vero testamento, : “Redemption Song“.

Per ricordare questa importante figura ogni anno, in questo periodo, si organizzano una serie di eventi, nel mondo intero, in suo onore. Nella sua terra natale, la Giamaica, il 6 febbraio è festa nazionale e le ricorrenze in onore di Bob coprono un periodo di circa due settimane.

Qui a Roma vi segnalo un evento che si terrà domani, sabato 6 febbraio 2016, presso il CSOA Forte Prenestino intitolato, non a caso, ” A Day With Bob Marley“. Dalle 19 si partirà con varie iniziative, dal cineforum alla mostra fotografica fino al mercato del vinile, che si concluderanno a notte fonda con una dancehall di sola musica reggae esclusivamente su vinile.

bob marley forte

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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