Bob Marley: 35 anni fa la morte del re del reggae

Esattamente 35 anni fa, l’11 maggio 1981, moriva a Miami Robert Nesta Marley. Il cantante, conosciuto dai più col soprannome di “Bob“, era nato il 6 febbraio 1945 a Nine Mile, piccolo villaggio della Giamaica centrale, e aveva 36 anni. La causa del decesso fu un tumore, mai curato, causato da una ferita al pollice che il cantante si era procurato durante una partita a pallone.

Da sempre appassionato di musica, Marley fin da giovanissimo si avvicinò a molte realtà musicali dell’area caraibica: dal mento al calypso. Poco dopo si trasferì nella capitale giamaicana Kingston dove entrò in contatto con la durezza della vita quotidiana del ghetto di Trenchtown. Proprio qui insieme ad un altro giovane del luogo, chiamato Neville O’Riley Livingtson alias Bunny Wailer, fondò nel 1962 un gruppo che fece la storia del reggae: The Wailing Wailers.

Bob Marley ha rappresentato, sotto numerosi punti di vista, un vero e proprio leader capace, attraverso le sue canzoni, di dar voce agli ultimi della scala sociale. Molti dei suoi testi chiedono pari dignità e diritti per tutti gli abitanti del mondo senza alcuna distinzione. Il cantante, inoltre, cercò di ottenere una vera e propria liberazione per i vari popoli africani deportati, nel corso dei secoli, in varie zone del mondo per lavorare come schiavi; il “fine” di Marley era riportare tutte queste genti nel continente africano, per essere precisi nella sacra terra di Etiopia.

Ma anche sotto altri punti di vista questa figura ha ricoperto un ruolo fondamentale. Ad esempio si è sempre battuto affinchè si raggiungesse una pace a livello mondiale che, ancora oggi, risulta molto difficile e lontana da conquistare. Un esempio di ciò può essere la canzone “War.

Tale pezzo si basa su un discorso tenuto da Hailè Selassiè I, negus d’Etiopia e figura sacra per i credenti della religione rastafariana, presso la sede delle Nazioni Unite a New York nell’autunno 1963. Chissà come si comporterebbero oggi i vari leader europei, nei confronti delle migliaia di rifugiati bloccati a Idomeni o sull’isola greca di Lesbo, se sentissero le parole di una canzone del genere in cui si chiede che siano rispettati i diritti umani fondamentali per tutti “senza distinzione di razza” alcuna.

Infine, Bob Marley, è riuscito a far apprezzare una cultura di un paese del cosiddetto Terzo Mondo nel globo intero, anche in quelle zone che, per lo stesso cantante, rappresentavano la corrotta “Babilonia. I giovani occidentali che riempivano gli stadi e i palazzetti di ogni nazione, per assistere ad uno dei suoi concerti, sono una testimonianza di questo successo.

Nonostante la fama raggiunta a livello mondiale, Marley non si è mai interessato ai soldi guadagnati e, fino all’ultimo istante della sua breve vita, è rimasto fedele al credo rastafariano e alla figura del dio Jah. Chissà cosa direbbe e come si comporterebbe oggi se vedesse che alcuni suoi familiari hanno usato la sua faccia per lanciare una nuovo marchio nel mercato della cannabis.

Per alcuni Bob Marley ha però raggiunto l’apice della fama solamente dopo la sua morte. La maggior parte delle persone, infatti, si è iniziata ad interessare alla sua musica e ai suoi messaggi dopo quel maledetto 11 maggio 1981: prima di quella data Bob, dai più, era descritto semplicemente come una figura dedita al consumo e all’abuso di marijuana.

La sua morte precoce ha avvolto il personaggio, Bob Marley, in un’aureola mistica, quasi profetica. Solo i grandi riescono, a 35 anni dalla loro scomparsa, a continuar a far ballare il mondo intero.

Romano di nascita, laureato in Scienze Storiche.
Attualmente autore presso “Oltremedia”, ho collaborato con “Linkursore”.
Mi interessa parlare dei lati più nascosti della mia città, ma anche della cultura e del mondo che mi circonda.

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