Quali sorti per l’Italicum?

Come si apprende ormai da molti mesi sui giornali, Matteo Renzi è fortemente impegnato in una difficile campagna referendaria in favore del “Sì”. Se l’Italicum aveva rappresentato giá un punto di svolta nella sua carriera politica, in quanto strettamente legato alla riforma costituzionale: con il referendum Renzi-Boschi entriamo in una fase clou di un autunno rovente. Renzi ha mostrato, così come in altre occasioni, un approccio spiccatamente personalista, sia nella presentazione dei temi oggetto di dibattito parlamentare che nei metodi utilizzati per raccogliere i frutti delle proprie battaglie politiche.
Tralasciando il merito degli effettivi risultati conseguiti, questo approccio marcatamente personalista e pragmatista ha spesso conferito al primo ministro italiano un’immagine vincente, quella di un uomo in grado di piegare al suo volere le lungaggini di un sistema incancrenito. L’Italicum, ennesimo capitolo di una saga la cui narrazione si basa sulla rapidità di una scelta importante in grado di porre fine a un lungo periodo di inutili attese, è figlio di questo approccio.

Questa volta bisogna riconoscere che l’ostacolo da superare è ben più imponente. Renzi, ha commesso l’errore di non sanare mai, dall’insediamento alla segreteria fino ad oggi, la frattura con la minoranza in seno al Pd e, se in passato poteva contare sulla sponda di Berlusconi, a questo giro nessuno sembra essere convinto di appoggiare le sua cause, salvo i ministri del proprio governo e i suoi fedelissimi. Sicché ciò che egli credeva essere un successo annunciato all’indomani del voto di fiducia potrebbe tramutarsi in un boomerang.

Giorgio Napolitano commette un’enorme mancanza nell’accusare Renzi di aver erroneamente impostato la campagna referendaria sulla propria persona: dimentica che è solo merito del pragmatismo di Renzi se la legge è passata in parlamento. Le critiche semmai andavano fatte prima e stupisce che un uomo navigato come Napolitano abbia dimostrato in questo frangente di ignorare l’ABC costituzionale. L’Italia è una Repubblica parlamentare e fino a quando sarà così non si può fingere di vivere in un sistema trainato dall’esecutivo. In aula le maggioranze si possono trovare per sopravvivere, il partito del “Tengo famiglia” è molto ampio, ma fuori dall’aula è il paese reale che parla, lo stesso che darà risposta del quesito referendario. L’errore sull’Italicum è anche il risultato delle scelte politiche di Napolitano al secondo mandato presidenziale, maggiormente impegnato a rassicurare i mercati e la credibilità dell’Italia all’estero piuttosto che fare davvero da arbitro sull’iter parlamentare della legge elettorale, portata a compimento quando ormai aveva già lasciato il Quirinale, ovvero venendo meno anzi tempo al ruolo di garante assunto per il patto delle riforme.

Renzi, immaginando una vittoria del “Sì” all’indomani dell’approvazione dell’Italicum, ha dovuto gradualmente fare i conti con un dato reale: il fronte del “No” è molto ampio e soprattutto solido perché in grado di unire posizioni molto diverse, politicamente agli antipodi, da SeL alla Lega, dal M5S a Forza Italia. “I gufi non sono quello che sembrano”, il motto che riecheggiava a Twin Peaks, calza a pennello in una situazione in cui la ricomposizione della società è di gran lunga più impegnativa rispetto alla risoluzione dell’omicidio di Laura Palmer.
Renzi può incassare l’endorsement delle élite finanziarie, delle istituzioni e delle cancellerie europee le quali, impropriamente paragonano una vittoria del “No” alla Brexit. Un magra consolazione per chi dichiara di voler cambiare certi meccanismi e non solo ottenere flessibilità.

Il premier rappresenta tuttavia una straordinaria macchina propagandistica. Fiutando il rischio concreto ritrovarsi in una Waterloo potenzialmente in grado di compromettere la propria leadership nazionale, sta cercando di modificare l’Italicum. Ci sarebbe da chiedere se questo non costituisca un boomerang ancora più clamoroso. Se Renzi fosse stato davvero aperto al dibattito parlamentare non avrebbe ricorso alla fiducia. Inoltre qualcuno dovrebbe spiegare ai cittadini il senso politico delle modifiche a ridosso del Referendum, indetto per il prossimo 4 dicembre. Un parlamento serio non dovrebbe discutere di modifiche da apportare ad una legge in attesa del vaglio popolare. Non c’è dubbio che questo sia un chiaro segno di debolezza, nonché l’inconfutabile prova della mancanza di una chiara strategia per il paese. In questo contesto l’Italicum non sembrerebbe una legge elettorale approvata allo scopo di dare regole durature e condivise, bensì un artificio tattico in grado di assicurare stabilità. Una teoria, anche questa, tutta da dimostrare.

Federico Preziosi

Add your comment

XHTML : You may use these tags : <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

This is a Gravatar-enabled website. To get your own globally-recognized avatar, please register at Gravatar.com