Radio città aperta. Addio agli Fm tra speranza e indignazione

Radio Città Aperta, fm 88.9 a Roma e nel Lazio, dal primo marzo diventerà una web radio. Non staremo qui a disquisire sui pro e i contro della radio web, di come cambia la tecnologia o dell’abbandono del “vecchio” per il “nuovo”.

Per noi di Oltremedia rappresenta una perdita. Roma e la regione Lazio perdono una voce. Una voce importante, fatta di spazi diversi ma che si toccano nel loro essere indipendenti e comunitari, una voce che dal 1978 ha dato spazio a tutte quelle lotte che non trovavano altri terreni fertili sui quali divulgarsi. Attenzione, la radio continuerà a vivere, il proprio percorso e progetto si trasferisce sul web, ma non prendiamoci in giro, non sarà la stessa cosa. Speriamo di sbagliarci e che da questa nuova avventura, Radio Città Aperta riesca a fare un ulteriore passo in avanti, proprio come è accaduto ad un altro progetto editoriale collegato alla stessa radio, Contropiano, il giornale che dal “classico” cartaceo, nel 2011, è passato all’online con ottimi risultati.

Dalla Radio dichiarano: “Noi non molliamo: cambiamo forma per non cambiare la sostanza”.

Inizialmente chiamata “Radio Proletaria”, a febbraio del 1979 una vasta operazione di polizia, con il quartiere di Casalbruciato circondato da decine di agenti, porterà alla chiusura di Radio Proletaria e all’arresto di 23 compagni con accuse pesantissime. La Radio ospitava una riunione nazionale sulle carceri alla quale partecipavano avvocati, familiari dei prigionieri e attivisti di riviste e collettivi impegnati nella lotta contro la repressione”.  L’immediata mobilitazione dei compagni smonta l’operazione della Digos e della magistratura  pezzo su pezzo.  Dopo due mesi i compagni arrestati verranno tutti scarcerati e al processo, alcuni anni dopo, verranno assolti con formula piena.

Dopo svariate vicende, nel 1990 viene presa la decisione di cambiare nome alla radio ma di salvaguardarne la natura e i contenuti. Il nome deciso è quello di Radio Città Aperta, un omaggio ad un film che celebra la Resistenza antifascista a Roma e che indica già la necessità di affrontare i flussi migratori che proprio in quegli anni cominciano a investire l’Italia.  Radio Città Aperta sarà la radio in cui le comunità immigrati per anni potranno trasmettere nella loro lingua.

Nel comunicato della redazione di RCA si legge: “Abbiamo, per primi, fatto uscire dalle aule elettive fino ad allora “chiuse” di Comune e Regione quanto veniva approvato o respinto, permettendo così di avere un quadro esatto e non mediato dell’attività istituzionale dei rappresentanti dei cittadini. Un servizio democratico e trasparente che negli anni è diventato anche strumento di autofinanziamento, con l’aggiudicazione di bandi pubblici. Continueremo ad essere un punto di riferimento con la nostra programmazione musicale, con la qualità dell’offerta culturale e l’assoluta indipendenza artistica.
Come nel 1978 fu fatta una scommessa su una tecnologia allora libera e da scoprire, l’FM, così oggi noi puntiamo sulla rete, consapevoli delle difficoltà ma anche delle opportunità che ci aspettano.”

Tra i vari soggetti che compongono questa radio c’è anche chi esprime tutta la propria indignazione. Parliamo del giornalista Valentino De Luca, autore del programma radiofonico “Luogo Comune”.

De Luca si scaglia contro due generazioni: “Dal primo marzo Roma avrà una voce di libertà in meno.
La colpa è del taglio di servizi non compatibili con le attuali esigenze del potere politico ed il conseguente taglio di fondi destinati a coprirne i costi.

No, non è vero.
La colpa è mia, che appartengo ad una generazione che mancando totalmente il senso del cambiamento in atto nel paese, ancora si permetteva di cazzeggiare all’Università andando fuori corso, rallentando il proprio ingresso nella società dei grandi.

La colpa è mia, che dopo le botte prese a Genova durante i miei 20 anni, gli sputi e gli insulti sofferti a Bolzaneto, lo sparo che mi ha ucciso in piazza Alimonda quel 20 luglio, non ho saputo farmi fenice, risorgere e scagliarmi con ancora maggior rabbia verso un sistema che mi voleva silenzioso bue e consumatore felice di beni inutili per alimentare un ipercapitalismo sempre più dopato. Sopportando ancora più botte, ancora più sputi, ancora più colpi di pistola.

La colpa è mia, che quando quelle torri del cazzo crollavano non ho saputo vedere nelle macerie l’effimera sicurezza economica della quale mio padre mi aveva illuso avrei avuto disposizione anche io in quanto suo figlio. Come se la ricchezza fosse una cosa che spetta di diritto e non un bene da conquistare con fatica, sudore, lotte, denunce.

La colpa è mia, che quel padre non ho saputo ammazzarlo. Dice Cristo nel Vangelo: “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre […]. Chi ama il padre o la madre piú di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia piú di me, non è degno di me.” (Matteo 10,34-37). Il Peppino Impastato de “I cento passi”, ad un prudente fratello che lo ammonisce poiché le sue parole sono di scandalo per il padre, reagisce urlando: “Mio padre! La mia famiglia! Il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”. Io non ho saputo ammazzare mio padre, levarlo a calci in culo dallo scranno dove sedeva, a sua volta conquistato prendendo a calci nel culo suo padre, per insediarmici io, reclamando a piena voce il posto nel mondo che mi spettava.

La colpa è mia, perché sono cresciuto nell’opulenza degli anni ’90 ed ho accettato le trasformazioni degli anni 2000 senza batter ciglio, convinto che fosse sufficiente fare le manifestazioni contro Berlusconi, indossare una spilletta, condividere una battutina, dire no alla guerra su Facebook, essere il più sagace su twitter, ripostare una statistica che diceva quanto il nostro giornalismo è legato ed imbavagliato per sembrare il più intelligente.

La colpa è mia, che ho visto un’intera generazione curvare la schiena sul proprio cellulare, lasciando fuori la società civile ed il mondo, i problemi ed i rischi che combattere i medesimi comporta, una generazione che non ha più voluto prendersi una denuncia, una manganellata, uno schiaffo, che non ha più voluto litigare col proprio compagno di banco, ma ha ritenuto sufficiente cancellarlo dai social spingendo un tasto.

La colpa è mia, che sono un bamboccione, che non riesco a difendere il mio posto di lavoro dai padroni che vogliono darlo ad uno più schiavo, sfigato e bisognoso di me a 2 soldi , non riesco a difendere l’asilo pubblico sotto casa, il mio quartiere dalla speculazione, il mio amico dalle droghe dei social, i miei coetanei dalla desertificazione sentimentale che ci avvolge e che ci ha rinchiusi ognuno nel suo micromondo egoistico a twittare e postare come disperati, urlando bit di disappunto, codici binari di rabbia, algoritmi di disperata solitudine.

Ma quando un rapporto finisce, compagni, le colpe di solito si dividono in due.

E dunque, la colpa è anche vostra che in quegli anni ’90 in cui si gettavano le basi del turbocapitalismo, avevate ancora una visione bipolare del mondo, diviso in blocco occidentale cattivo ed orientale in cui c’era l’Eldorado.

La colpa è anche vostra, che ogni volta abbiamo tentato di scalzare il professore dalla cattedra universitaria, l’editore dall’ufficio, il barone dall’ospedale, il mattatore dal teatro, l’attore culto da davanti la camera, lo scrittore venerato dalla scrivania, il partigiano venerando dalla sua montagna, il professionista affermato dal suo posto di potere, ci avete ostacolato con ogni mezzo possibile, alleandovi anche col nemico per sgambettarci e sbarrarci ogni via d’accesso ad una nostra possibile realizzazione.

La colpa è anche vostra, che negli anni 2000, quando un giovane veniva con un foglio di carta igienica su cui era scritto il suo contratto co.co.co., rinnovato 10 volte, a chiamata, a finto progetto, a cottimo, a voucher, senza diritti, permessi, maternità,ferie,riposi, voi stringevate le spalle senza sapere che pesci prendere e lasciandolo di fatto nella sua nera solitudine di precario e sconfitto. Salvo poi però, il medesimo giovane, subire lo spettacolo di voi che in massa vi muovevate per difendere l’usciere ipertutelato del Comune con 14 mensilità a cui avevano chiesto di pulire una scrivania in più la mattina.

La colpa è anche vostra, che non avete voluto accettare un mondo che cambiava. Che avendo visto che il popolo, la massa, la folla di cui cantavate le gesta nelle vostre canzoni piene di retorica, era composto da donne che aspiravano ad avere le tette più grosse mediante la chirurgia, da uomini coi capelli trapiantati, da persone che usano i social per scopare e tradirsi, da persone che all’idea di stringere la mano ad uno zingaro si metterebbero a vomitare dal disgusto, da gente che froda, ruba, mente, inganna il vicino di scrivania per avere un complimento in più dal capo, che fa gli straordinari non pagati in fabbrica per conservare quel posto precario che nessuno più gli garantiva, che è krumiro, iracondo,razzista, individualista,spendaccione ,che aspira alle veline più che alle mondine, ama le belle macchine e del vostro sole dell’avvenire non gliene frega in fondo un cazzo, gli avete girato le spalle pensando: ”Quale orrore”.

La colpa è anche vostra, che una volta accorti di che pasta era fatta il famoso “popolo”, lo avete schifato e vi siete rifugiati inorriditi nei vostri palazzi a discettare dei tempi cupi in cui vivevamo, avendo sempre come referente il sindacalista, l’assessore, il sottosegretario, lasciandolo cullare dal caldo abbraccio delle destre fatto di Centri Commerciali, iperliberismo, Strisce le Notizie,razzismo leghista e bigottismo clericale.

La colpa è anche vostra, che ponendovi coscientemente fuori dal tempo, vi siete chiusi nel vostro piccolo egoismo autoreferenziale, fatto di Santoro, Lerner, maggio del ’68, pistole del ’77, sindacalisti prezzolati, Soloni vari che tenevano lezioni e che “adesso ti faccio vedere io come si fa”, lasciandoci totalmente soli in balia di tecnologie pervasive che non avete mai capito e di un’economia post 11 settembre che non avete mai saputo spiegarci perché talmente veloce che a voi pachidermi vi ha superato, doppiato e stracciato.

La colpa è mia perché sono un inetto. La colpa è vostra perché siete ciechi.
Entrambi verremo spazzati via dalla Storia.”

Un’unica certezza. Radio Città Aperta continuerà a trasmettere la propria voce comunitaria e indipendente, e se abbiamo aperto questo articolo pensando alle negatività di abbandonare gli Fm, vogliamo chiuderlo in maniera positiva: il web (www.radiocittaperta.it) darà alla radio una grande opportunità, quella di continuare a far sentire le proprie voci professionali e il palinsesto ricchissimo e variegato, in tutto il mondo. Altro che Roma e tutto il Lazio.

Laureato in giurisprudenza, giornalista pubblicista, Co-fondatore e Direttore responsabile di Oltremedia. Il giornalismo lo intendo a 360°: video,montaggio,foto,scrittura.

nicola.gesualdo@oltremedianews.it

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